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Il museo diffuso di Torino: tra memoria e futuro

Il "museo diffuso" di Torino nasce nel 2003 e si propone come "un progetto di valorizzazione dei luoghi della memoria della Resistenza, della deportazione e della guerra di Torino e della sua provincia, collegati fra loro in un ideale percorso museale". Vediamo come e attraverso quali sistemi e linguaggi, è possibile comunicare fatti storici e memorie dal passato attraverso linguaggi e forme nuove.

Il "museo diffuso" di Torino nasce nel 2003 e si propone come "un progetto di valorizzazione dei luoghi della memoria della Resistenza, della deportazione e della guerra di Torino e della sua provincia, collegati fra loro in un ideale percorso museale". Vediamo come e attraverso quali sistemi e linguaggi, è possibile comunicare fatti storici e memorie dal passato attraverso linguaggi e forme nuove.

Il museo diffuso: ma cos'é?
Gli oggetti hanno una memoria? Cosa possono raccontare i luoghi, dei fatti e delle persone che li hanno vissuti e attraversati? A giudicare dai commenti dei visitatori del museo diffuso di Torino, molto, moltissimo. Ma facciamo un passo indietro e vediamo cos'è esattamente un museo diffuso. La definizione viene coniata da Fredi Drugman, architetto e professore di Composizione architettonica e Museografia, il quale sosteneva la necessità di recuperare, valorizzare e "far parlare" gli oggetti, i luoghi che sono stati teatro di vicende storiche e fatti intimamente legati al territorio. Talvolta il passare del tempo, il sovrapporsi di avvenimenti successivi, l'aver trasformato o convertito un luogo ad altre funzioni ne "ricopre" la memoria e la storia. Oppure, semplicemente, i luoghi vengono talvolta vissuti senza la consapevolezza o la conoscenza di ciò che è accaduto prima del nostro passaggio. Riscoprire questi luoghi significa anche ritrovare il senso profondo della storia di cui sono portatori. È con questa filosofia che nasce il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà della città di Torino. Come ci spiega il suo direttore Guido Vaglio, "fin dall'inizio ci siamo posti il problema di come questi temi potessero essere affrontati oggi con linguaggi che fossero in grado di parlare e comunicare con le giovani generazioni". La forma del museo diffuso si sostanzia in modo "non tradizionale", con un allestimento permanente composto di pochissimi oggetti e tutto basato su testimonianze, filmati, documenti riprodotti in uno spazio interattivo, ed una serie punti di interesse, sparsi nella città, che i visitatori possono riscoprire costruendosi percorsi personalizzati per rivivere quei fatti e quella storia. "Non le nascondo che la nostra scelta ha creato un po' di sconcerto. Il progetto del museo è nato sul finire degli anni Novanta su impulso delle associazioni della resistenza e della deportazione che, nel fare questa proposta, avevano in mente un modello di museo molto più tradizionale. La scelta di questo tipo di allestimento interattivo praticamente senza oggetti ha creato un po' di sconcerto. Per contro nei confronti delle giovani generazioni questo tipo di linguaggio è stato molto gradito e immediatamente recepito".

Il geoblog e i matrix code
Se l'allestimento esula dai tradizionali paradigmi del museo, un'altra novità, introdotta a livello sperimentale, è quella del geoblog nato dalla collaborazione tra l'Associazione Acmos e il Performing MediaLab. Come ci spiega Carlo Infante, fondatore del Performing Media LAB, nella nostra intervista, si tratta di una mappa emozionale "scritta" da chi rivivendo quei luoghi prova delle emozioni, elabora delle considerazioni e ha il desiderio di condividerle, di farne patrimonio collettivo legato a doppio filo con il territorio. In questo modo la memoria si alimenta di suggestioni e stimoli nuovi. Il geoblog utilizza i matrix code (qr-code, mob-code, data-matrix a seconda dell'accezione preferita), un'evoluzione dei tradizionali codici a barre in grado di contenere molte più informazioni. Queste etichette bidimensionali, disposte sugli oggetti/luoghi della memoria, possono essere letti dalle fotocamere dei cellulari, grazie ad un programma scaricabile gratuitamente e consentono di ottenete maggiori informazioni sul luogo a cui si riferiscono, attraverso una scheda di informazione o un link che rimanda ad un sito di approfondimento visualizzabile direttamente sul display del cellulare. Accedendo alla pagina internet del geoblog è possibile inserire un commento, lasciare una traccia emozionale che sarà condivisa dai successivi visitatori di quel luogo. Si tratta di un nuovo format d'intervento culturale, il "real social tagging", che rileva le tag disseminate con l'intenzione di mettere in relazione, attraverso i nuovi media, l'immaterialità delle reti con il territorio vissuto da cittadini, attraverso un'esperienza emozionale. In questo senso il rapporto tra virtuale e reale è potenzialmente un'enorme possibilità di condivisione di saperi: da questa relazione nascono nuove possibilità di interazione con il passato, per coniugare storia, memoria e impegno. "Il geoblog e l'utilizzo dei matrix code - aggiunge Vaglio - sono una scelta che ha trovato riscontri molto positivi nelle giovani generazioni, abituate a dialogare con questi tipi di linguaggi. Per noi si trattava di capire come fare arrivare a coloro che non hanno legami diretti con quel periodo storico, il senso e la memoria di quello che è stata la Resistenza, l'Olocausto, la guerra... Ci sembra importante che questi messaggi arrivino a loro, perché agli occhi di chi non li ha vissuti sono anni che possono sembrare lontani come il Rinascimento, e invece quello di cui abbiamo tutti bisogno è di un dialogo attivo e partecipato con le nuove generazioni che, a loro volta, avranno il compito e la responsabilità sociale di farsi vettori depositari di quella memoria".