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Bitcoin, una rivoluzione di cui i Governi smart dovrebbero interessarsi

Il digitale ha invaso ogni aspetto della nostra vita quotidiana in modo così veloce e mutevole che la maggior parte dei Governi nazionali, dal carattere ancora "analogico", non riesce a stare al passo. Vari settori ormai profondamente cambiati dal web, mancano di una normativa e di una legislazione che ne governi il cambiamento. Non solo la finanza non è rimasta immune, ma addirittura la produzione di moneta. E mentre Bankitalia avverte le banche sui rischi a cui possono andare incontro acquistando o facendo operazioni con valute virtuali, proprio a causa del vuoto normativo in materia, abbiamo chiesto a Stefano Pepe, autore del libro "Investire Bitcoin, come capire e gestire questa nuova forma di ricchezza" edizioni Flaccovio per la collana Web in Testa (novembre 2014), di spiegarci un fenomeno a cui molti si stanno interessando, offrendo regolamentazioni e prodotti che avvicinano sempre di più il Bitcoin alla "finanza tradizionale".

Foto di btckeychain rilasciata sotto licenza cc - https://www.flickr.com/photos/btckeychain/9510916247

Il digitale ha invaso ogni aspetto della nostra vita quotidiana in modo così veloce e mutevole che la maggior parte dei Governi nazionali, dal carattere ancora "analogico", non riesce a stare al passo. Vari settori ormai profondamente cambiati dal web, mancano di una normativa e di una legislazione che ne governi il cambiamento. Non solo la finanza non è rimasta immune, ma addirittura la produzione di moneta. E mentre Bankitalia avverte le banche sui rischi a cui possono andare incontro acquistando o facendo operazioni con valute virtuali, proprio a causa del vuoto normativo in materia, abbiamo chiesto a Stefano Pepe, autore del libro "Investire Bitcoin, come capire e gestire questa nuova forma di ricchezza" edizioni Flaccovio per la collana Web in Testa (novembre 2014), di spiegarci un fenomeno a cui molti si stanno interessando, offrendo regolamentazioni e prodotti che avvicinano sempre di più il Bitcoin alla "finanza tradizionale".

Il 2014 è stato un anno eccezionale per il Bitcoin, nel bene e nel male: da un lato il tasso di cambio è precipitato (segnando il record di -68%, da 950 a 300 dollari), causando ingenti perdite a tutti coloro che lo avevano acquistato negli ultimi 12 mesi per speculare sul suo valore. Dall’altro l’adozione e l’attenzione mediatica sono aumentate esponenzialmente, portando importanti aziende (ed enti governativi) ad interessarsi seriamente del fenomeno, con evidenti benefici per le neonate imprese che hanno costruito il proprio business al 100% su questo settore. Inoltre sono arrivati 346 milioni di dollari sotto forma di capitali venture, investiti sulle startup più promettenti come Coinbase, Bitpay e Blockchain.info.

Solo una nuova moneta?

Il Bitcoin è nato come una moneta digitale decentralizzata, pertanto non c’è un’autorità che ne “emette” la quantità voluta e ne gestisce con la politica il suo destino. Tutto viene governato da un algoritmo matematico che si preoccupa semplicemente di garantire che lo scambio tra due entità avvenga in modo sicuro, non arbitrario (ovvero senza il controllo di autorità terze) e con bitcoin “autentici”, impossibili da falsificare. Questo ha alimentato un lungo dibattito sull’inesistenza di “valore intrinseco” e di garanzie, quasi come se i bitcoin fossero “tulipani 2.0”, come la famosa bolla scoppiata nel XVII Secolo nei Paesi Bassi.

Vi sono numerosi articoli (e libri) che si sono preoccupati di smantellare queste tesi disfattiste, a noi possono bastare due fattori chiave: il primo è che nel 2014, negli Stati Uniti, la frase “What is a Bitcoin” è stata la quarta più cercata su Google, mentre il secondo riguarda le startup che operano in questo settore, le quali hanno ricevuto nel 2014 più di 360 milioni di dollari in investimenti di venture capital, una cifra vicina (se attualizzata) ai 250 di cui ha goduto la nascente Internet nel 1995.

Il paragone con la rivoluzione di Internet non è casuale: per molti il Bitcoin, sebbene oggi abbia il volto di moneta, è da considerarsi un “protocollo-banca”, una nuova infrastruttura in grado di trasferire in modo universale e immediato una proprietà digitale.

Una nuova forma di possesso

Questo è uno dei punti più interessanti: fino ad oggi l’era del digitale ha rinunciato all’unicità di un determinato file (immaginiamo la facilità del copia-incolla e le ripercussioni per l’industria basata sui diritti d’autore), rendendo molto difficile tenere sotto controllo il possesso o la diffusione di documenti e opere d’arte digitali. Grazie al Bitcoin è possibile generare unicità digitale di un determinato file, garantito dalla trasparenza del suo libro mastro (la blockchain) e dalla robustezza matematica del protocollo. Chi possiede un file memorizzato secondo i principi del Bitcoin ne può essere l’unico proprietario e fruitore, basta semplicemente ricordarsi (e custodire!) la password, incaricata di proteggere la cosiddetta chiave privata della nostra “cassaforte digitale”. Una dimostrazione della robustezza di questo protocollo è proprio la sua diffusione come moneta, storicamente una delle forme di possesso più difficili da creare e propagare.

Una nuova forma d’indipendenza finanziaria

Torniamo quindi all’assenza di un’autorità centrale. Che da un lato potrebbe essere un male (non ci sarà mai un Mario Draghi a salvare banche e Stati in Bitcoin) ma dall’altro offre un’indipendenza assoluta nel possesso della propria ricchezza. Questo è proprio il punto su cui numerose correnti, tra cui spiccano quelle libertarie, stanno giocando la loro partita a favore delle monete matematiche (definizione più amichevole di criptomonete): l’intera economia di oggi è basata sul “trasferimento di debito” tra istituzioni, banche (non a caso chiamate anche istituti di credito) e singole persone, con un arbitro che decide, nel bene e nel male, se il denaro che ci appartiene (di fatto un debito che hanno contratto con noi altre entità) può essere a sua volta speso, oppure no.

Quante volte assegni, bonifici o altri pagamenti elettronici a noi destinati sono rimasti bloccati? O quante volte un imprenditore si è visto stornare denaro incassato perché proveniente da una carta di credito rubata o contraffatta? Chi si ricorda Cipro due anni fa, con il prelievo forzoso dai conti bancari e il blocco degli sportelli automatici di contante?

Questo nel mondo del Bitcoin non può accadere: una volta che la transazione è stata scritta sulla blockchain il denaro è irrevocabilmente in nostro possesso, nessuno potrà fare un chargeback e riprenderseli contro la nostra volontà.

Attenzione, è ancora presto

Ovviamente questo non è vero se, invece, ci si affida a servizi che “fanno da banca di criptovalute”, come il famigerato exchange MtGox (fallito nel 2014 e derubato di 650.000 bitcoin dai conti dei suoi clienti): chi non possiede la chiave privata dei propri bitcoin rinuncia ad averne il controllo. E occorre sapere che l’irreversibilità è assoluta anche in caso di furto: quel denaro è perso per sempre, nessuna autorità potrà cancellare una transazione scritta sulla blockchain e restituire il maltolto.

Forse è proprio qui che si sta giocando la partita più importante: nel corso dei secoli il legame tra stati, banche e società è stato sempre più stretto e controverso. I primi hanno bisogno delle seconde per distribuire “la cartamoneta che creano”, mentre le seconde hanno bisogno dei primi per avere un titolo su cui gestire e creare la ricchezza di intere popolazioni (il terzo attore di questo patto sociale).

Con il Bitcoin questo legame può essere più indipendente, pertanto uno Stato può crearsi la sua moneta matematica e distribuirla digitalmente, come sembra stia facendo l’Ecuador, o una banca che intende operare su mercati globali può emettere il suo titolo di scambio (come una moneta complementare, si pensi a Wir) e distribuirla a costo bassissimo, in quanto si sfrutterebbe una rete peer to peer.

In Italia?

Nel nostro Paese le istituzioni inseguono quanto fatto visto su scala globale: nel 2014 l’On. Sergio Boccadutri (PD) ha presentato un emendamento, poi ritirato, per inserire nella finanziaria una prima bozza di regole (limiti di spesa a 1000 euro come se fosse denaro contante), a cui hanno fatto seguito alcuni incontri (in tutto tre) presso la Camera dei Deputati per cominciare a informare e definire istituzionalmente il fenomeno. La Banca d’Italia, dopo mesi di silenzio, a ripreso in mano l’argomento, pubblicando a fine Gennaio un importante avviso che, in concreto, scoraggia gli intermediari accreditati dall’utilizzare e proporre il Bitcoin, ma non vieta in nessun modo l’operato delle imprese ad esso correlate, purché rispettino le regole basilari per l’anti-riciclaggio e contrastare il finanziamento illecito.

Dall’altra parte abbiamo alcune imprese che offrono servizi localizzati (tra cui alcune nate e parzialmente gestite in Italia) ma al momento si preferisce delocalizzare burocraticamente all’estero: da un lato perché il mercato interno è piuttosto giovane e i volumi sono ancora limitati, dall’altro perché altrove esistono già regole e circolari che non tengono nella totale incertezza le imprese avviate.

In tutto questo rimaniamo noi persone comuni, un po’ stanche di essere il vertice debole nel triangolo tra stati e banche, ma esposte ad una tecnologia che risulta in parte immatura e in parte incompatibile con gli utilizzi che facciamo tutti i giorni del nostro denaro. Non c’è da preoccuparsi, se è vero che il Bitcoin è un po’ come l’Internet della finanza, non dobbiamo far altro che essere pronti quando arriverà anche in questo mondo una rivoluzione grande come quella del world wide web: soltanto allora saremo davvero in grado di godere appieno questo nuovo standard, aperto e condivisibile da tutti.

Nel frattempo, come si dice sempre nella community, l’unica cosa giusta da fare è investirci solo quello che si è disposti a perdere.

 

*Stefano Pepe dal 2004 è analista di marketing applicato ai mercati digitali. Assiste attività imprenditoriali su prodotti e servizi fortemente innovativi, offrendo analisi di business su Internet e strategie di crescita con dinamiche di Startup. In questo percorso a partire dal 2012 si inserisce il Bitcoin, del quale studia i risvolti economici e commerciali che possono svilupparsi grazie alle sue caratteristiche tecnologiche. È co-founder e membro direttivo dell'associazione no-profit Bitcoin Foundation Italia, la quale si occupa di studiare e divulgare, in modo aperto e disinteressato, il ruolo che il Bitcoin e altre criptomonete possono avere nella società.