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“Il diritto di avere diritti”, anche nel mondo digitale

È velleitario e forse anche inutile fare una classifica dei diritti e delle libertà positive (per citare Sen) che è compito dell’amministrazione pubblica garantire a tutti, ma proprio a tutti. Tra i tanti di cui si è occupato Rodotà nel suo magistrale “Il diritto di avere diritti” dal mio punto di vista vorrei che, in questo momento storico, ne avessimo sempre presenti almeno due: il "diritto all’accesso" e il "diritto alla verità"

Foto di prilfish rilasciata in cc https://flic.kr/p/VUbrdb

La morte di Stefano Rodotà è stata dolorosa per chiunque lo avesse conosciuto ed avesse quindi apprezzato la sua lucida, vivace, ironica, rigorosa intelligenza. Per me è stata anche un invito ad una riflessione sul perché del mio lavoro e, visto il peso che il mio lavoro ha sempre avuto per me, anche della mia vita. Ci sono maestri così - per me lo sono stati Don Lorenzo Milani, poi Ivan Illich, poi Amartya Sen e appunto Stefano Rodotà – che, con le loro opere, sono come segnali stradali del nostro procedere: segnano la direzione, ci danno un orientamento.
Sono circa trentacinque anni che in modi diversi, prima sul campo a Tor Bella Monaca, poi con FORUM PA, mi occupo della relazione tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione parlando (a volte anche troppo) d’innovazione, di orientamento ai risultati, di open government e di accountability. Ma se cerco un filo conduttore di tutte queste parole lo trovo proprio nel paradigma dei diritti da garantire a tutti, ma soprattutto ai più deboli, a chi, per una ragione o per un’altra, è ai margini, è minoranza, non è mainstream in una società complessa, ma spesso a senso unico.

È velleitario e forse anche inutile fare una classifica dei diritti e delle libertà positive (per citare Sen) che è compito dell’amministrazione pubblica garantire a tutti, ma proprio a tutti.
Tra i tanti di cui si è occupato Rodotà nel suo magistrale “Il diritto di avere diritti” dal mio punto di vista vorrei che, in questo momento storico, ne avessimo sempre presenti almeno due:
  • Il diritto all’accesso. Scrive Rodotà:
    La revisione delle categorie proprietarie, dunque, porta con sé anche una revisione delle categorie dei beni, con il riemergere dei beni comuni, che tuttavia assumono caratteristiche anch’esse irriducibili ai modelli storicamente già noti. Ma non nasce solo una nuova categoria di beni. L’astrazione proprietaria si scioglie nella concretezza dei bisogni, ai quali viene data evidenza collegando i diritti fondamentali ai beni indispensabili per la loro soddisfazione. Ne risulta un cambiamento profondo. Diritti fondamentali, accesso, beni comuni disegnano una trama che ridefinisce il rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni. Questo, almeno negli ultimi due secoli, era stato sostanzialmente affidato alla mediazione proprietaria, alle modalità con le quali ciascuno poteva giungere all’appropriazione esclusiva dei beni necessari. Proprio questa mediazione viene ora revocata in dubbio. La proprietà, pubblica o privata che sia, non può comprendere e esaurire la complessità del rapporto persona/beni . Un insieme di relazioni viene ormai affidato a logiche non proprietarie.[1]

La trasformazione digitale è l’ecosistema in cui questo nuovo paradigma può vivere e svilupparsi, non solo perché quando parliamo di accesso ci sovviene immediatamente l’accesso a Internet e alla rete, divenuto ormai diritto di cittadinanza e garanzia di partecipazione, ma anche perché la gestione dei beni comuni vede nella rete il suo naturale modello organizzativo e la gestione non proprietaria di beni essenziali, pensiamo solo all’acqua o ancor di più all’energia, vedono nel mondo digitale la loro stessa condizione di sopravvivenza equa e sostenibile.

  • Il diritto alla verità. Dice sempre Rodotà:
    La democrazia non è soltanto governo «del popolo», ma anche governo «in pubblico». Per questo la democrazia deve essere il regime della verità, nel senso della piena possibilità della conoscenza dei fatti da parte di tutti. Perché solo così i cittadini sono messi in condizione di controllare e giudicare i loro rappresentanti, e di partecipare al governo della cosa pubblica. Perché qui si colloca una delle sostanziali differenze tra la democrazia e gli altri regimi politici, quelli totalitari in particolare, dove l’oscurità avvolge l’intera vita politica e sono i governi a definire quale sia la verità. Nascono in questo modo le verità «ufficiali», che sono lo strumento per distorcere o occultare le rappresentazioni reali di quel che accade. Per questo i regimi totalitari non amano le scienze sociali, non conoscono la stampa libera, erano arrivati persino a ritenere pericoloso uno strumento di conoscenza come l’elenco telefonico, cercano in ogni modo di controllare Internet.[2]

Ma il “governo in pubblico” non può essere solo pubblicare dati e dataset, spesso non comprensibili, o rispondere pedissequamente all’adempimento di “amministrazione trasparente” con la sua lunghissima lista di dati da pubblicare che alla fine non ci dicono la cosa che più preme ai cittadini: come sono stati spesi i loro soldi? Che rapporto c’è tra i costi e i benefici percepiti in termini di benessere equo e sostenibile? Il comune o la regione come impiegano le risorse a confronto delle altre? Stiamo andando meglio o peggio degli anni scorsi? Che rapporto c’è tra gli investimenti e la mia vita?
Qui, in questa trasparenza dinamica c’è un “diritto alla verità” che è presupposto di partecipazione democratica alle scelte che, a sua volta, serve per poter essere parte non solo delle decisioni, ma anche del design dei servizi.
In questo contesto la piattaforma digitale di una PA connessa, interoperabile, le cui decisioni sono guidate dai dati e che opera in trasparenza è fattore chiave e imprescindibile.

Il riconoscimento effettivo di questi due diritti pongono a loro volta le basi perché siano garantiti il diritto alla dignità e il diritto alla cittadinanza, ossia il diritto ad essere cittadini a pieno titolo, in grado di essere parte attiva della società e di scegliere la propria vita trovando negli apparati della amministrazione pubblica una piattaforma che abiliti le opportunità e le capacità di ciascuno. Non ha senso parlare quindi di cittadinanza digitale o di cittadini digitali, ma solo di cittadini che, vivendo nel mondo digitale, ne utilizzano gli strumenti per vivere appieno una vita in cui possano riconoscersi.

[1] Rodotà, Stefano. Il diritto di avere diritti (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 2338-2346). Editori Laterza. Edizione del Kindle.
[2] Rodotà, Stefano. Il diritto di avere diritti (Italian Edition) (posizioni nel Kindle 4856-4862). Editori Laterza. Edizione del Kindle.