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Digital economy e society, EU pubblica il report 2017: l'Italia in fondo alla classifica

E' on line DESI, l'indice che attraverso 30 indicatori indaga lo stato di avanzamento dell'agenda digitale. L'Italia pur migliorando in connettività, rimane agli ultimi posti in classifica con Grecia, Bulgaria e Romania. Tra le maggiori criticità, la scarsa diffusione di competenze digitali

Foto di seannaber rilasciata sotto licenza cc- https://www.flickr.com/photos/seannaber/4043805597

La Commissione Europea ha pubblicato oggi il Digital Economy and Society Index (DESI) anno 2017, il tool che permette attraverso cinque aree politiche principali (connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali), che rappresentano complessivamente più di 30 indicatori, di misurare lo stato di avanzamento dei Paesi membri dell’EU nell’ambito della digitalizzazione dell’economia, del sistema pubblico e della società.

L’Italia si mantiene stabile al 25^ posto, senza grandi sorprese sui singoli indicatori. Pur migliorando rispetto al 2016 in termini di connettività, grazie all’accesso alle reti NGA, l'utilizzo delle tecnologie digitali da parte delle imprese e la fornitura di servizi pubblici online è sotto la media europea. La diffusione della banda larga è ancora bassa, ma il fattore particolarmente critico è la mancanza o la scarsa presenza di competenze digitali: fattore di freno all'ulteriore sviluppo della sua economia digitale e la società.


Un gap che non è una novità. Sappiamo benissimo, e i dati ce lo confermano, che internauti italiani hanno poca confidenza con il digitale e utilizzano internet quasi esclusivamente per attività di svago: musica, video, shopping, social media. Molto meno invece per transazioni e pagamenti elettronici ad esempio, in questo caso, parliamo del 42% contro la media EU del 59%.


I servizi pubblici on line ci sono, siamo in linea con la media europea ma il loro utilizzo che è disastroso, addirittura in netta discesa rispetto al 2016. Uno per tutti, l’utilizzo di servizi di egovernment è sceso dal 18 al 16%, se poi confrontiamo queste cifre con la media europea (34%) c’è da arrossire.


Meglio va per l’integrazione delle tecnologie digitali in ambito business. Le imprese, ad esempio, che utilizzano la fatturazione elettronica sono il 30%, percentuale di molto superiore alla media UE che si attesta al 18%. La vendita on line rimane una chimera, molto al disotto della media europea (7% contro il 17%).

Se quindi ci sono pubbliche amministrazioni che stanno tenendo il passo con i nostri partner europei, ci sono però anche amministrazioni in grande difficoltà per le quali sarebbe auspicabile un’azione di accompagnamento verso l’innovazione dei processi e dell’offerta. Occasioni di scambio, come quelle che FPA sta realizzando con il progetto I Cantieri della PA digitale, hanno proprio l’obiettivo di mettere a fattor comune le esperienze dei singoli e rendere una buona prassi “patrimonio condiviso”.

Dall’altra però si rendono necessarie anche azioni di informazione, comunicazione e alfabetizzazione della cittadinanza da parte della PA, soprattutto per le fasce più deboli nell’uso del pc. Possono esserci strade e macchine, ma senza la patente non si guida. La domanda non dovrebbe quindi essere “quale servizi mettere on line”, almeno non più, ma “come fare ad arrivare al cittadino” e quindi come arrivare al singolo utente. Non deve essere più il singolo che va dalla amministrazione, ma deve essere l’amministrazione che va dove il cittadino si trova: piattaforme mobile, social network ecc. Una posizione che sarà alla base dei lavori del Cantiere Cittadinanza digitale (edizione 2017), di prossimo avvio.