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Cittadinanza digitale

Foia, il vero problema è che gli italiani non sanno quanto sia importante

Nella versione attuale, segnerebbe un vistoso passo indietro rispetto alla legge 241/90, che oggi regola l’accesso dei cittadini ai documenti della pubblica amministrazione e che ha però un enorme limite: di consentire l’accesso solo a chi dimostri un interesse diretto, concreto e attuale alle informazioni richieste. Ciò si traduce, ad esempio, nell’impossibilità di un giornalista o di una Ong a richiedere con successo i dati sull’inquinamento prodotto dall’Ilva a Taranto

La storia è nota (almeno agli addetti ai lavori): nel suo discorso di insediamento, il presidente del consiglio Renzi prende l’impegno di inserire il Freedom of Information Act (FOIA) tra i provvedimenti da portare a casa nel corso della legislatura. Impegno più volte rilanciato dal ministro Madia e dal Parlamento che ha inserito il FOIA nella riforma della pubblica amministrazione, delineandone le principali caratteristiche, ma delegando il governo a occuparsi della materia. Il testo del decreto legislativo viene finalmente approvato il 20 gennaio in via preliminare dal Consiglio dei ministri (e reso pubblico ben 3 settimane dopo la sua approvazione!). Appare, però, come il topolino partorito dalla montagna: nella versione attuale, segnerebbe un vistoso passo indietro rispetto alla legge 241/90, che oggi regola l’accesso dei cittadini ai documenti della pubblica amministrazione e che ha però un enorme limite: di consentire l’accesso solo a chi dimostri un interesse diretto, concreto e attuale alle informazioni richieste. Ciò si traduce, ad esempio, nell’impossibilità di un giornalista o di una Ong a richiedere con successo i dati sull’inquinamento prodotto dall’Ilva a Taranto o sulle performance di un certo ospedale. Il testo del decreto, di fatto, non amplia il diritto d’accesso perché moltiplica le eccezioni, cioè le tipologie di dati inaccessibili. Un esempio per tutti? Le informazioni riguardanti gli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica. La loro esclusione pregiudica la possibilità di rendere più simmetrico il mercato, magari rintracciando dati essenziali sui fornitori dell’amministrazione pubblica.

Questo non è, però, casuale, ma a nostro avviso la naturale conseguenza di aver posto l’accento sulle esigenze della pubblica amministrazione e non, come auspicato, su quelle del cittadino. Un altro esempio è dato dalla scelta del silenzio-diniego, criticata anche nel recente parere del Consiglio di Stato: "Si verificherebbe, così, il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la PA non gli accorda l’accesso richiesto: ciò rappresenterebbe un evidente passo indietro rispetto alla stessa legge n. 241 del 1990 e al generale obbligo di motivazione dalla stessa previsto ".

Infatti, la mancata risposta in trenta giorni a una richiesta di accesso va considerata come un rigetto da parte dell’amministrazione. Che non ha l’obbligo di giustificarsi. In questo modo il cittadino non potrà sapere se il mancato responso sia imputabile all’assenza del documento o, invece, sia dovuto a una (ma quale?) delle molteplici eccezioni. Di fronte al silenzio dell’amministrazione resterà un’unica strada per veder riconosciuto il proprio diritto: il ricorso alla giustizia amministrativa. Che ha però costi elevati (500 euro di contributo), prevede la consulenza di un avvocato e ha tempi tutt’altro che rapidi e certi. Insomma, un percorso impossibile per il cittadino comune. E, peraltro, il decreto non prevede sanzioni per le amministrazioni che dovessero rifiutarsi di fornire la documentazione richiesta.

Per questo motivo, Foia4Italy (a cui aderisce anche Riparte il Futuro) ha suggerito la via stragiudiziale, coinvolgendo Anac (com’era previsto anche nella delega parlamentare), senza gravare sul portafoglio del cittadino e snellendo la procedura.

Altri due sono i punti sui quali siamo maggiormente critici:

  1. i costi, dove il provvedimento approvato dal governo non è affatto chiaro, e come promotori di Foia4Italy crediamo vada riaffermato quanto già previsto dalla 241/90: la completa gratuità dell’accesso, fatto salvo il rimborso di eventuali costi eccezionali, che dovranno essere adeguatamente motivati dall’amministrazione. L’era digitale consente di avere documenti facilmente accessibili a costo zero;
  2. la duplicazione dei percorsi per la richiesta di accesso, poiché infatti l’introduzione del cosiddetto FOIA manterrebbe immutata la 241/90, col rischio di duplicare le richieste di accesso e di creare confusione per il cittadino e per l’amministrazione stessa. D’altra parte, contravvenendo alle prescrizioni internazionali che parlano di obbligo di collaborazione da parte dell’amministrazione, la legge non prevede uno sportello unico cui rivolgersi per le richieste di accesso (per Foia4Italy dovrebbero essere indirizzate al responsabile della trasparenza) e per di più le domande di documentazione devono essere precise e circostanziate. In tal modo, si riduce l’impegno dei funzionari pubblici ma si lascia inevasa una questione: se un cittadino non sa precisamente in quale ufficio o faldone si trovi un documento, come fa a formulare una richiesta precisa?

L’audizione del governo a cui abbiamo partecipato come Foia4Italy, dopo un processo di elaborazione chiuso alla partecipazione, è stato un buon segnale, necessario ma non sufficiente.

Ed è importante sottolineare che dietro la sigla FOIA si nasconde un diritto fondamentale: quello dei cittadini ad accedere alle informazioni in possesso della Pubblica amministrazione. Un diritto riconosciuto in oltre 90 paesi del mondo, ma non ancora in Italia, e che però trova qui una sensibilità ancora non sufficientemente diffusa. Sono senz’altro positive le 60.000 firme di cittadini alla petizione online che abbiamo promosso per richiedere, prima, l’introduzione del Freedom of Information Act in Italia e, adesso, una profonda revisione del testo. Ma non bastano, la consapevolezza dell’importanza di questo diritto deve essere ancora più condivisa, e più forza deve essere così data alla pressione che come società civile possiamo esercitare perché il testo cambi, perché si arrivi ad un “vero FOIA”.