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Il ROC, un esempio di come NON regolamentare la rete

Tra la metà di ottobre e l'inizio di novembre la discussione in rete è stata quasi totalmente monopolizzata dal dibattito sul ROC, il Registro per gli Operatori della Comunicazione, uno strumento che un ddl dell'Agosto 2007, approvato il 12 ottobre, rendeva obbligatorio per chiunque producesse informazione, anche in rete. La discussione ha toccato i toni più infuocati e il ddl è poi naufragato, ma al di là della polemica, ciò che ci preme sottolineare è la dinamica che, per la prima volta, ha portato il Governo a fare marcia indietro su un procedimento legislativo a seguito di una mobilitazione autonoma dal basso.
Governare la rete ed i processi di innovazione vuol dire anche questo.

Tra la metà di ottobre e l'inizio di novembre la discussione in rete è stata quasi totalmente monopolizzata dal dibattito sul ROC, il Registro per gli Operatori della Comunicazione, uno strumento che un ddl dell'Agosto 2007, approvato il 12 ottobre, rendeva obbligatorio per chiunque producesse informazione, anche in rete. La discussione ha toccato i toni più infuocati e il ddl è poi naufragato, ma al di là della polemica, ciò che ci preme sottolineare è la dinamica che, per la prima volta, ha portato il Governo a fare marcia indietro su un procedimento legislativo a seguito di una mobilitazione autonoma dal basso.
Governare la rete ed i processi di innovazione vuol dire anche questo.

Un breve riassunto

Il 17 ottobre scorso su civile.it un sito specializzato in diritto civile viene pubblicata la notizia dell'approvazione del Disegno di legge sulla riforma dell'editoria, evidenziando l'ambiguità di alcuni termini che, sostanzialmente, avrebbero costretto ogni utente del web che avesse mai pubblicato qualche cosa in rete (non importa se a scopo di lucro o meno) ad iscriversi al registro degli Operatori della Comunicazione. Una leggerezza imperdonabile che l'autore dell'articolo Valentino Spataro rende noto inviando "qualche e-mail a pochi media del web". In meno di 48 ore si scatena una valanga di commenti, amplificati da grandi casse di risonanza come testate giornalistiche specializzate, grandi quotidiani on line e, soprattutto, dal blog beppegrillo.it. Il 19 di ottobre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l'editoria Ricardo Franco Levi, scrive una lettera ufficiale di risposta a Beppe Grillo, pubblicandola sul sito del Governo, nella quale spiega le intenzioni dietro al provvedimento: ovviamente non tappare la bocca alla rete, bensì promuovere la riforma dell'editoria, settore governato da norme succedutesi nel tempo in maniera disorganica. Questa risposta non basta. Poco dopo anche alcuni Ministri "blogger" Gentiloni, Pecoraro Scanio e Di Pietro prendono posizione e si schierano dalla parte della rete "libera". La discussione si anima ancora di più e Grillo torna a rispondere coinvolgendo anche la stampa internazionale. Il 24 ottobre si ha un primo tentativo di modifica per escludere dalla sfera di applicazione del ddl i blog e i siti amatoriali, ma alla fine il Ministro delle Comunicazione chiude la faccenda dichiarando ufficialmente di abbandonare l'ipotesi di applicare ad internet la legge sulla stampa. È l'8 di novembre.

Dove era il problema?

Come espone in maniera molto chiara l'articolo di Valentino Spataro, tutto il problema nasce da una serie di ambiguità contenute nel disegno di legge a partire da quella riguardante le definizioni di prodotto e di attività editoriale, fino a quella sui motivi del provvedimento. Nell'articolo 7, infatti, si spiega che l'iscrizione serve "anche ai fini delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa" cioè serve per tutelare dalla diffamazione, "Come se - scrive Spataro - fino ad oggi chiunque avesse avuto la possibilità di diffamare chiunque altro".
Una serie di leggerezze, dunque, ma analizzando la risposta data dal Sottosegretario Levi si capisce che ciò che è davvero sbagliato non è l'idea di fondo. Non è assurdo pensare di regolamentare un'attività che attualmente giace in un "vuoto normativo", né è assurdo pensare di tutelare qualcuno da una diffamazione su un sito o un blog che ha una diffusione simile, o addirittura superiore, a quella di un tradizionale quotidiano cartaceo. Ad essere totalmente inadatto è il rimedio, ovvero il tentativo di ricondurre un medum nuovo come la rete ad uno più tradizionale e radicato come la carta stampata.

La rete, chi la capisce è bravo

Al di là delle proteste, degli urli e delle levate di scudi contro un bavaglio all'informazione dei blog e contro le limitazioni della libertà di espressione, il problema più banale nato da questa serie di disattenzioni contenute nel ddl sulla riforma dell'editoria, sarebbe stato che il Roc, pensato per gestire poche centinaia di operatori di un mercato finito come quello della carta stampata si sarebbe dovuto confrontare d'impatto con un mercato costituito da centinaia di migliaia di "editori-blogger" con milioni di prodotti editoriali. E questo è solo il problema più banale.
La questione non è assolutamente secondaria. Il punto è che il popolo della rete ha reso evidente la distanza tra chi governa la rete, o chi pretende di governarla e regolamentarla (anche in buona fede) e chi invece la rete la abita e ne conosce davvero il funzionamento e le potenzialità. Il rischio, in sostanza, e che mentre da una parte l'Italia si adoperi a livello internazionale, in maniera molto proficua e riconosciuta per promuovere una Carta dei diritti della rete, che sia portatrice di interessi condivisi a più livelli e partecipata a partire dal basso, dall'altro, in casa propria non sia ancora padrona della materia e si illuda ancora di poter ricondurre il dialogo multiforme on line, al modello tradizionale della comunicazione professionale, dall'alto verso il basso.
Come scrive Fiorello Cortina, Membro della Consulta del Governo sulla Governance di Internet, di ritorno dall'Internet Government Forum di Rio de Janeiro (12-16 novembre 2007) "internet è il più grande Spazio pubblico che l'umanità abbia mai conosciuto e pensare che possa essere extra legem non è una questione opinabile […] ma proprio come è accaduto per l'Agenda 21 o per il Protocollo di Kyoto, anche nell'ecosistema digitale della conoscenza è la natura partecipata del processo che può generare buone normative, buone politiche e buone pratiche".

Il lato buono della faccenda

Il commento di Cortiana ci permette di aprire una riflessione sul lato buono di questa vicenda, per altro già sottolineato da diversi commentatori e blogger: le regole di cui la rete ha bisogno si possono trovare proprio a partire dalla rete stessa attraverso un confronto diffuso e partecipato dal basso e i governi dovrebbero riuscire ad avere la lungimiranza di ascoltare queste sollecitazioni istituzionalizzandole, così come è avvenuto in "piccolo" per il ROC e come sta avvenendo, a livello molto più ampio, per la carta dei diritti della Rete.
Insomma tutta questa faccenda si è tradotta sostanzialmente in una vittoria per la democrazia della rete, non perché sia stato sventato un tentativo di regolamentazione, ma perché, per la prima volta, la politica ha dimostrato di sapere ascoltare, comprendere ed assecondare le richieste che provenivano dal basso, anche ammettendo "candidamente" i propri errori.
È su questo fronte che occorre muoversi se si vuol davvero arrivare ad una rete libera, in cui non viga solo la legge del più forte o del mercato. Se la Gran Bretagna, ad esempio, ha annunciato la creazione di un Internet Governance Forum a livello nazionale, noi, invece, abbiamo avuto la discussione sul ROC che, come scrive Antonio Sofi, si è svolta in una "Logica pienamente digitale: che sia la prima bozza della web-politica che verrà?"
 

Approfondimenti

"Se chi ci governa ascolta la coda lunga della rete" Un'intrevista con Antonio Sofi - Docente di sociologia delle professioni e dei nuovi media Università di Firenze.