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Sicurezza digitale

La memoria lunga della rete

Il 23 giugno scorso si è tenuto a Roma un evento, organizzato dall’ANSO (Associazione Nazionale Stampa Online), dall’Istituto di Informatica e Telematica del CNR e dall’Istituto per le politiche dell’innovazione, dedicato a “La memoria lunga della Rete” e alle sue conseguenze su “privacy, reputazione e diritto all’oblio”. Guido Scorza, che ha moderato l’incontro, ci fornisce un’interessante riflessione sui temi affrontati e lascia ancora aperte molte domande…

La Rete è ormai divenuto un insostituibile strumento di archiviazione della memoria collettiva ed uno specchio capace di riflettere con ineguagliabile potenza l’immagine e l’identità digitale di ciascuno di noi.
Si tratta di attitudini e potenzialità idonee a produrre rivoluzionari ed irreversibili mutamenti nelle dinamiche sociali, economiche e giuridiche della società.
Che la Rete aiuti gli uomini a ricordare è uno scenario auspicabile o è, invece, un incubo e occorre scongiurare il rischio che si avveri?
Quale è il ruolo dello Stato nella governance di questi fenomeni?

"Dimenticare è umano ma Internet non vuole dimenticare", scrive Viktor Mayer Schonberger, Direttore dell' Information and Innovation Policy Research Centre dell'Università di Singapore nel suo "Delete: the virtue of forgetting in the digital age" e analoga convinzione esprime, in una intervista su Le Monde, Alex Turk, Presidente della CNIL, la Commissione Nazionale dell'informatica e delle libertà: "Io credo di avere mostrato i miei glutei a San Nicola nel 1969. Da allora non l'ho più fatto e non vorrei che quell'episodio mi perseguitasse ancora!". Secondo il Presidente della CNIL sarebbe necessario reintrodurre nel contesto digitale una funzione naturale quale l'oblio che, a suo dire, renderebbe la vita sopportabile.
Emmanuel Hoog
, Presidente e direttore generale dell'INA, l'Istituto Nazionale dell'audiovisivo, in un suo libro, “Memoire Année Zéro”, parla di inflazione della memoria, riferendosi alla circostanza che la nostra domanda di memoria, nella società dell'informazione, sarebbe cresciuta più rapidamente della nostra capacità di raccontare la storia e conclude che "troppa memoria uccide la storia".

Chi ha ragione e chi ha torto? Che significa diritto all’oblio, diritto alla privacy o reputazione nella società dell’informazione? A chi tocca garantirli e secondo quali regole?
Sono queste alcune delle domande attorno alle quali, lo scorso 23 giugno, nell’ambito di una conferenza organizzata dall’ANSO, dall’Istituto di informatica e telematica del CNR e dall’Istituto per le politiche dell’innovazione, si è sviluppato uno stimolante dibattito aperto dal Prof. Stefano Rodotà.
Difficile trarre delle conclusioni in relazione ad una questione – forse una delle più complesse del diritto dell’internet – la cui soluzione passa per l’individuazione di un difficile momento di equilibrio tra il diritto alla privacy ed all’identità personale del singolo e quello all’informazione della collettività.

In che misura, ciascuno di noi, può rivendicare il diritto ad essere dimenticato ed ottenere, quindi, la rimozione di contenuti ed informazioni che lo riguardano dallo spazio pubblico telematico benché tali informazioni siano, originariamente, state pubblicate in modo del tutto legittimo?
Se e quando tale diritto del singolo deve cedere il passo al diritto della collettività ad informarsi attraverso la Rete, a ricordare e, forse, persino ad accedere alla propria storia, ormai, destinata ad essere raccontata ed archiviata proprio attraverso la Rete?

Mentre in Parlamento, in Italia come in Francia, si discutono soluzioni differenti ma volte, comunque, ad accorciare ex lege la memoria della Rete, i Giudici, nel nostro Paese, cercano, con scarso successo, di risolvere la questione applicando le vecchie regole del c.d. “diritto all’oblio” alle nuove dinamiche dell’informazione online.
È accaduto così, ad esempio, che il Tribunale di Chieti abbia di recente ritenuto ingiustificata la permanenza online di un articolo, peraltro puntualmente aggiornato, che raccontava la vicenda giudiziaria di due persone dall’inizio sino all’epilogo. Di diverso avviso, in relazione alla stessa vicenda, l’ufficio del Garante per la privacy che, al contrario, aveva ritenuto legittima la pubblicazione dell’articolo perché originariamente “coperta” dal diritto di cronaca e, successivamente, perché il pezzo era stato puntualmente aggiornato.
A ben vedere, tuttavia, il problema sta proprio nello sforzo, destinato all’insuccesso, di guardare al problema della “memoria lunga della Rete” attraverso la lente tradizionale del diritto all’oblio.
Ieri, tale istituto riconosceva al singolo il diritto di opporsi a che terzi riproponessero nel presente fatti appartenenti al proprio passato.
Si trattava, dunque, di impedire una condotta attiva altrui che avrebbe attualizzato episodi lontani nel tempo e, ormai, scomparsi – salvo eccezioni – dalla memoria della gente.
Oggi, quando si parla della memoria della Rete e si invoca l’oblio, in realtà, si tende ad ottenere un risultato diverso: non già che qualcuno si astenga da aiutarci a ricordare ma, piuttosto, che qualcuno ci aiuti a dimenticare, cancellando dallo spazio pubblico telematico un’informazione e/o un contenuto che vi sono, semplicemente, rimasti a galla.
È un problema completamente diverso. In un caso si può parlare di diritto a non essere ricordati mentre, nell’altro, si tratterebbe di un autentico diritto ad essere dimenticati.

È difficile proporre soluzioni ma appare, comunque, opportuno tenere in considerazione che, forse, una possibile risposta ad una questione oggettivamente complicata potrebbe essere rappresentata dall’avviare un ragionamento sull’opportunità di chiedere alla Rete di aiutarci a ricordare meglio, più puntualmente e di più, anziché ad un giudice di ordinare a internet di dimenticare.
Il ricordo puntuale e completo come forma di piena estrinsecazione della personalità dell’individuo, forse, potrebbe essere la soluzione al problema dell’oblio. Il punto, infatti, il più delle volte, non è non voler essere ricordati quanto non voler essere ricordati solo per taluni episodi magari negativi e superati dal tempo.
Anziché proporre irrealizzabili amnesie digitali collettive, quindi, si potrebbe forse ipotizzare di imporre, a quanti gestiscono informazioni in digitale, di mantenere aggiornate e collegate tutte le risorse che parlano di taluni soggetti in modo che, chiunque vi si imbatta, possa costantemente avere una puntuale rappresentazione della personalità dell’individuo.
È solo una proposta, un percorso di riflessione attraverso un sentiero impervio dal quale, tuttavia, passano le regole chiamate a governare il diritto all’informazione e quello alla storia dell’uomo di oggi e di domani e, ad un tempo, quello alla privacy di ciascuno di noi.

 


*Guido Scorza è avvocato, dottore di ricerca in informatica giuridica e diritto delle nuove tecnologie, docente universitario. È presidente dell’Istituto per le politiche dell’Innovazione. Cura il blog guidoscorza.it