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FORUM PA 2017. La PA digitale abilita lo sviluppo equo e sostenibile

Intervista a Carlo Mochi Sismondi (CMS), Presidente FPA e a Andrea Rangone (AR), cofondatore di Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano e CEO di Digital360

Foto di rch850 rilasciata in cc https://flic.kr/p/ayAPsk

Il tema di FORUM PA 2017 è il ruolo di un’amministrazione pubblica moderna e digitale per costruire sviluppo equo e sostenibile. Perché la trasformazione digitale può essere un fattore critico di successo per questo obiettivo?
CMS: Creare sviluppo sostenibile non vuol dire solo creare sviluppo economico, ma aumentare la qualità di questo sviluppo dal punto di vista del migliore uso delle risorse, di una maggiore equità e diminuzione delle diseguaglianze, di una più diffusa capacità delle persone di raggiungere i propri obiettivi e quindi di accrescere il proprio "benessere" sia oggettivo sia percepito. La trasformazione digitale permette enormi risparmi sia di tempo sia di risorse, connette intelligenze e organizzazioni, rende disponibile conoscenza, dati e informazioni aggregandole in cluster sempre diversi. Un’amministrazione digitale può essere quindi aperta, flessibile, proattiva e nello stesso tempo veloce e vicina ai cittadini.
AR: In un paese in cui l’amministrazione pubblica ha un peso economico pari alla metà del PIL, un’amministrazione pubblica più digitale consente di prendere “tre piccioni con un’allodola”: i) ridurre i costi di funzionamento, con un immediato impatto sul deficit e, quindi, sulla sostenibilità finanziaria del nostro paese nel contesto UE; ii) migliorare – a livello di qualità, tempestività, flessibilità - i servizi per aziende e cittadini, con un impatto importantissimo sulla produttività delle imprese e delle persone, che guadagnano immediatamente tempo da investire nella dimensione più strettamente personale, familiare e sociale; iii) stimolare l’innovazione digitale anche nel mondo delle imprese private, sia orientando la domanda di innovazione dei molteplici fornitori grandi e piccoli della PA centrale e locale, sia stimolando accelerazioni di sviluppo in ambiti privati connessi alla PA (un esempio per tutti è lo stimolo alla fatturazione elettronica b2b stimolata dall’obbligo di fatturazione elettronica con la PA).

La trasformazione digitale impone un radicale mutamento di paradigma, cosa deve fare, a vostro parere, prioritariamente la PA per impostare un cambiamento così radicale?
CMS: Dal quadro che abbiamo davanti nascono le nuove sfide. In uno slogan direi che è necessario passare dalle norme ai manuali; dalle gare al massimo ribasso per comprare linee di codice e pezzi di ferro di cui già conosciamo i limiti, a nuovi strumenti di procurement basati sul dialogo competitivo, il beauty contest, i partenariati d’innovazione; dai sistemi esasperatamente personalizzati agli standard: troppo spesso le amministrazioni lavorano come monadi e non conoscono quello che fanno amministrazioni omologhe, magari sugli stessi temi. È necessario un intelligente e pervasivo trasferimento delle buone pratiche, delle esperienze tratte anche degli errori, delle competenze. È quindi il momento di favorire comunità di pratica che mettano in comune esperienze, ma anche prodotti sulla base di una volontà di standardizzare le soluzioni piuttosto che personalizzare ciascuno la sua.
AR: Temo serva un “elettroshock culturale”. Il cambiamento più radicale presuppone un importante cambiamento culturale a tutti i livelli del sistema: in primis a livello di indirizzo politico-amministrativo, ma anche a livello operativo. In realtà questo cambiamento culturale è fondamentale anche per le imprese, infatti quelle più illuminate stanno dando priorità massima proprio a quelle iniziative finalizzate a catalizzare questa trasformazione, quali ad esempio: valutazione delle competenze e della sensibilità al cambiamento digitale di tutti i dipendenti, formazione e informazione specificatamente orientata ad una efficace diffusione della cultura digitale, identificazione di pivot dell’innovazione interni in tutte le unità organizzative, comunicazione chiara del vertice e coerenza di comportamento verso la trasformazione digitale.

Gli ultimi tre anni sono stati anni di riforme importanti: scuola, lavoro, giustizia, sanità, governance locale, Pubblica Amministrazione. Spesso si legge che la digitalizzazione è una piattaforma abilitante per le riforme. Perché e come?
CMS: l’Italia si è rimessa in movimento con le riforme e con una seppur timida ripresa del PIL e diminuzione della disoccupazione (ma purtroppo non di quella giovanile). Le riforme principali tendono soprattutto a semplificare la legislazione e i rapporti tra cittadini e istituzioni e ad incidere sui maggiori ostacoli alla ripresa. Ciascuna riforma comporta una potenziale maggiore domanda di tecnologia che a volte è consapevole ed espressa, a volte ancora non esplicitata.
Un tratto comune a tutte queste riforme è infatti la necessità di condividere conoscenza e di governare i fenomeni e prendere decisioni sulla base di dati certi e condivisi. Le amministrazioni si federano per rispondere meglio alla complessità (basti pensare alle unioni di comuni o alla creazione di grandi, a volte grandissime, aziende sanitarie), ma queste unioni non possono essere efficaci se insieme al cambiamento organizzativo non si reingegnerizzano i processi sulla base di basi comuni di dati e di conoscenza.
AR: Basta guardare quello che sta accadendo nel mondo delle imprese, la digitalizzazione sta abilitando trasformazioni incredibili, inimmaginabili solo qualche anno fa: si pensi a quello che il digitale ha portato nel mondo dei media, dell’entertainment, o quello che sta portando nel settore automobilistico (connected cars, driverless car), o la rivoluzione in atto nel mondo delle banche e delle assicurazioni, in cui le nuove tecnologie e soprattutto le nuove startup digitali stanno minando modelli di business vecchi di decenni. Anche nel mondo pubblico questo è vero: solo attraverso la digitalizzazione saremo in grado di ripensare pesantemente a comparti come quello della sanità, della scuola, della giustizia, ecc.

In sintesi a vostro parere a che punto siamo di questo percorso trasformativo?
CMS: Le tecnologie sono radicalmente cambiate nella PA: dal mainframe al tablet; dall’immobilità assoluta di un elaboratore che occupava un piano intero al lavoro in mobilità. Purtroppo le tecnologie sono cambiate molto meno nelle funzioni per cui sono usate: se un tempo erano state acquistate per fare meglio e più in fretta quel che si faceva a mano, anche ora non hanno superato questo peccato originale e spesso sono usate per digitalizzare l’analogico piuttosto che per immaginare nuovi modelli organizzativi. Nella società della rete non esiste né può esistere una PA digitale come non esiste un’economia digitale. Possiamo dire che la PA digitale è semplicemente una PA migliore, più veloce, più semplice, più vicina ai cittadini, più adatta a produrre “valore pubblico” per i contribuenti. Una buona PA o è digitale o non è. Ma una buona PA deve essere capace di ripensarsi completamente, di rivedere i processi dalle fondamenta, deve non cedere alla tentazione di fare con i bit lo stesso che faceva con la carta, deve immaginare nuovo modelli organizzativi e nuovi ruoli. Deva aprire ai giovani e alle nuove professionalità capaci di porre ai dati le domande giuste.
In questo senso quasi trent’anni sono passati dal primo FORUM PA, ma la strada da fare è ancora molto lunga e a volte sembra che non sempre abbiamo il coraggio di immaginare i percorsi profondamente innovativi che servono.
AR: La pubblica amministrazione riflette in parte l’intero paese: abbiamo una cultura digitale bassa, investiamo troppo poco in innovazione digitale, abbiamo fortissime inerzie a qualsiasi cambiamento. Ma penso che siamo ad un punto di svolta importante: oramai la consapevolezza, sia nel mondo privato che in quello pubblico, che senza un cambio di velocità il nostro paese rischia di distaccarsi sempre di più dai paesi più evoluti ed essere velocemente superato anche da quelli che fino a ieri chiamavamo emergenti/in via di sviluppo è diffusa a tutti i livelli. E sono oramai numerose le azioni positive intraprese che vanno nella direzione giusta, anche nella PA: da aziendalista, vicino al mondo delle imprese, mi fa un certo effetto sentire finalmente utilizzare termini anche nel mondo della pubbliche amministrazioni, quali “trasformazione digitale”, “organizzazioni digitali”, ecc. Per continuare nella direzione giusta ci serve in primis una chiara strategia politica che metta ai primi posti di qualsiasi agenda, la digitalizzazione della PA e delle imprese. In presenza di questa priorità politica, si innesca un circolo virtuoso che – passando da una importante amplificazione mediatica (in questo paese i media vanno molto dietro alla politica) – riuscirà a cambiare la cultura di cittadini, imprese e amministrazioni.