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Lotta fra media: tv e radio francesi mettono al bando i social network. Ma i veri "nemici" siamo tutti noi

Il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel ha stabilito che nelle trasmissioni non si possono più pronunciare le parole “Facebook” e “Twitter”: utilizzare questi termini equivale a fare pubblicità tout court a quei marchi a scapito della concorrenza, quindi delle stesse emittenti. Una presa di posizione dura in difesa della categoria dell’informazione, che però testimonia la sempre più crescente influenza della comunicazione in rete. Con queste iniziative si certifica di fatto la crescita di un fenomeno i cui contorni futuri, nella loro imponenza, sono ancora tutti da definire.

immagine passepartoutSull’enorme impatto che social network et similia esercitano rispetto alla società attuale si stanno scatenando commenti e analisi di ogni tipo, soprattutto dalle nostre parti, e particolarmente in queste settimane di elezioni. A tal proposito basterebbe per tutti un articolo del Corriere della Sera di qualche giorno fa, nel quale si spiega addirittura come siano state proprio queste autentiche “bombe” comunicazionali  virtuali a spostare l’ago della bilancia dell’elettorato nazionale, molto probabilmente in maniera del tutto decisiva, e in maniera tale da cogliere di sorpresa anche chi della comunicazione politica ha fatto un lavoro: probabilmente, alla luce dei risultati attuali e attualissimi, un profilo professionale adesso assolutamente da aggiornare. Per non parlare dei media cosiddetti “tradizionali”, scavalcati e resi obsoleti da un florilegio di iniziative partite dal basso, capaci non solo di scavalcare l’informazione classica ma anche di anticiparla, renderla ridicola, fino a sostituirsi per denunciarne enfatizzazioni strumentali ma anche lacune e silenzi. E anche in questo ambito gli esempi sono così tanti che è del tutto inutile scendere nei particolari, e qui mi limiterò per puro spirito d’informazione (ma credo non ce ne sia molto bisogno: si tratta di accadimenti che hanno fatto epoca e che sono stati, come si usa nel gergo di Facebook, largamente “condivisi”) e comunque la si pensi, a ricordare in occasione delle elezioni comunali di Milano l’invasione di post proprio su Facebok nelle pagine di Red Ronnie e Gigi D’Alessio (purtroppo quasi prontamente rimossi, ma per sempre impressi nella nostra memoria, per quanto possibile vista la loro dimensione), o su Youtube il filmato “Il favoloso mondo di Pisapie”: dei cult “informativi” assolutamente indimenticabili.

Ma se in Italia è successo così, in Francia sono (già) andati oltre, se è vero (come è vero) che il CSA, il Conseil Supérieur de l’Audiovisue, l’istituzione che si occupa di regolamentare e controllare le comunicazioni su radio e televisioni transalpine, ha deciso recentemente che nelle trasmissioni non si possono più pronunciare le parole “Facebook” e “Twitter”. Secondo il CSA, utilizzare questi termini nel corso dei programmi radio e televisivi equivale a fare pubblicità tout court ai loro marchi a scapito della concorrenza (che poi sono le stesse radio e tv). D’ora in poi, quei termini messi al bando potranno essere utilizzati solamente se sono direttamente legati a una notizia, mentre non possono essere pronunciati per promuovere contenuti o particolari attività di quella che così assurge a pieno titolo al ruolo di “emittente on line”. Per fare un esempio: un giornalista potrà usare queste parole nel proprio servizio se si sta occupando di un fenomeno legato a Facebook o Twitter (come un episodio di cronaca), mentre un conduttore non potrà pronunciare frasi del tipo “Iscrivetevi alla nostra pagina su Facebook” o “Seguite i nostri ultimi aggiornamenti su Twitter”. E la cosa più incredibile è che nessuna fonte d’informazione, comprese quelle radiotelevisive francesi, si sognerebbe mai di rinunciare alla presenza con una sua pagina o quant’altro i social network mettono a disposizione.

È un vero e proprio scontro fra media, un segno preciso di paletto messo a difesa (difficile) di un confine di categoria, ed è chiaro qual è il timore: dato che si tratta di reti virtuali d’interscambio di informazioni dove ad essere protagonisti siamo tutti noi, di fatto siamo noi stessi a rappresentare la concorrenza più pericolosa per la comunicazione “classica”. Il rischio, evidentemente, è quindi che l’informazione fai-da-noi renda superflua nel tempo quella controllata da (comunque) pochi “professionisti”, e questo è insopportabile e ben più che temibile: una vera e propria “rivoluzione” dai risvolti ancora non del tutto chiari, ma con contorni che alcuni lungimiranti analisti potranno prima o poi spiegarci nei dettagli, e che ci risulteranno senz’altro parecchio interessanti in termini di impatto per il nostro futuro di là da venire.

In fondo, fino ad ora la rete si è “limitata” a “favorire” la vittoria di Barack Obama in America (il primo in assoluto a capirne l’importanza e a coglierne l’opportunità), a “risvegliare” le piazze dei Paesi africani che di recente hanno cambiato la faccia settentrionale di quel continente, a “spingere” gli elettori italiani verso l’urna per l’elezione di un sindaco o per la scelta di un referendum. Ma se questo è solo l’inizio, dove potrà mai davvero arrivare questa enorme forza di coinvolgimento e cambiamento della comunicazione a livello globale che la rete ci sta regalando?

Non so com’è, ma ho l’impressione che il finale di questo film (talmente reale come solo il virtuale sa pensare) si riveli ancora più a sorpresa di quanto si possa aspettare la più fervida delle fantasie possibili. Comunque, mi viene spontaneo immaginare e credere che sia qualcosa di cui non aver paura. Sarà che mi fido, di me e dei miei simili.