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Sanità digitale

Schiavone (Università di Napoli): "Nel 2016 abbiamo posto i pilastri per la sanità digitale del futuro"

E' stato un anno straordinario. Ma far decollare i pilastri della sanità digitale (non solo la ricetta elettronica ma anche, per esempio, il fascicolo sanitario elettronico) passa anche e soprattutto per il miglioramento della architettura tecnologica tramite cui i vari attori del sistema sanitario devono comunicare. Se paragonata ad altre realtà europea l’Italia non è messa benissimo su questo fronte. Centrale però sarà anche la trasformazione della figura del medico e il modo in cui gestiremo la privacy

Foto di Jori Samonen rilasciata sotto licenza cc https://flic.kr/p/HhNCXb

Il 2016 è stato un anno fondamentale per la sanità digitale italiana, come ha potuto appurare chiunque sia venuto a S@lute 2016.

Dal punto di vista operativo, lo scorso marzo è entrata a regime la ricetta elettronica tramite cui si faciliteranno quei cittadini che si spostano per studio o per lavoro, consentendo loro di ritirare in qualunque farmacia sul territorio nazionale i medicinali prescritti dal proprio medico. Dal punto di vista strategico, la scorsa estate il Ministero della Salute ha emanato il documento programmatico noto come il “patto per la sanità digitale”, un piano strategico e unitario in cui si identificavano le linee guida dello sviluppo tecnologico del comparto.

S@lute 2016, realizzato grazie allo sforzo congiunto di una ampia e variegata compagine composta da soggetti di primo livello del mondo sanitario, farmaceutico e tecnologico, è servito da cartina tornasole dell’avvicinamento lento ma costante dell’healthcare nazionale verso il digitale. Questa transizione è stata ben fotografata da Paolo Colli Franzone, Direttore dell’Osservatorio Netics e direttore scientifico di S@lute 2016, che nel suo intervento ne ha ben sintetizzato i pilastri. Da un lato, questi concernono la revisione dei processi diagnostici, aziendali ed operativi delle strutture sanitarie. Dall’altro, lo sviluppo di competenze digitali adeguate fra tutte le professioni sanitarie e la domanda di servizi healthcare.

Una condizione fondamentale per velocizzare la trasformazione digitale della sanità, come evidenziato da Elio Catania (presidente di Confindustria Digitale) nella giornata introduttiva di S@lute 2016, è giocoforza l’aumento degli investimenti del sistema paese in tecnologia e innovazione. La possibilità di massimizzare l’efficienza dei pilatri della sanità digitale (non solo la succitata ricetta elettronica ma anche, per esempio, il fascicolo sanitario elettronico) passa anche e soprattutto per il miglioramento della architettura tecnologica tramite cui i vari attori del sistema sanitario devono comunicare. Se paragonata ad altre realtà europea l’Italia non è messa benissimo su questo fronte. Recenti statistiche, tuttavia, sono confortanti almeno per il settore sanitario, essendo questo uno dei comparti industriali nazionali dove la spesa in investimenti digitali è destinata a crescere nel prossimo triennio 2015-2018 (+3,6% rispetto alla media nazionale pari a +2,4%).

Altro tema centrale dell’evento è stata la proliferazione delle app per la salute. Secondo i dati riportati da uno studio (“App Medicali nella Borsa del Medico”) recentemente realizzato dalla Società Italiana di Telemedicina (SIT) con il supporto di Mediolanum Farmaceutici, oggi il mercato delle app per la saluta conta oltre 100.000 soluzioni. Il mHealth è ormai un fenomeno di rilievo nella salute digitale e, pertanto, merita adeguata attenzione e monitoraggio da parte degli attori istituzionali. In tale direzione si muove il pensiero di Silvio Garattini, Direttore dell’IRCCS Mario Negri, il quale evidenzia nella sua relazione nella prima giornata del convegno come la ampia crescita di app per la salute chiami in causa necessariamente le istituzioni del mondo della salute affinché supportino in qualche modo l’utilizzo e attestino l’attendibilità (ad oggi purtroppo non sempre scontate) di questi strumenti digitali innovativi per pazienti e professionisti sanitari.

Una delle principali evidenze emerse nel corso della II edizione del forum per la salute digitale è stato poi il sempre più crescente e necessario coinvolgimento della figura del medico nella transizione digitale che la sanità italiana sta vivendo. Questo un punto fermo in pratica è emerso, più o meno direttamente, nella maggioranza delle relazioni di S@lute 2016 e, peraltro, si allinea con quanto già ampiamente consolidato nella letteratura internazionale sul tema. Per esempio, un interessante rapporto di ricerca dello scorso anno della Deloitte University Press (“No appointment Necessary. How the IoT and patient-generated data can unlock health care value”) delinea chiaramente come la classe medica possa generare valore per i propri pazienti (personalizzandone con efficacia l’assistenza offerta) e, in generale, per tutti gli stakeholder del sistema sanitario grazie ad un utilizzo ed una interpretazione corretti dei patient-generated data (PDG) raccolti tramite l’Internet delle cose.

La conversione verso la sanità digitale tuttavia non comporta solo benefici ma anche varie criticità da affrontare. Su tutte, la tutela della privacy del cittadino/paziente e la tutela dell’interesse collettivo che, nell’era dei big data e dei servizi cloud, possono non essere scontate qualora i nostri dati digitali non vengano trattati in modo sicuro e adeguato da chi di dovere.