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Un new deal digitale per l’Italia: smart nation

Il tema delle Smart Cities ha il problema che la definizione stessa di “Smart City” non è univocamente determinata. Allo scopo di rilevare tutte le dimensioni della governance e le relative competenze, ho adottato una definizione che qui condivido e che durante ICity Lab 2018 avrò il piacere di far emergere

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Il tema delle Smart Cities ha il problema che la definizione stessa di “Smart City” non è univocamente determinata. Allo scopo di rilevare tutte le dimensioni della governance e le relative competenze, ho adottato la seguente definizione che sto cercando di condividere, anche attraverso modifiche ed integrazioni con tutti gli stakeholders.

“La città intelligente (dall'inglese smart city) è un insieme di strategie di pianificazione del territorio delle Comunità tese all'ottimizzazione e all'innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle Comunità con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita. È un processo possibile grazie all'impiego diffuso delle nuove tecnologie della comunicazione, della mobilità, dell'ambiente e dell'efficienza energetica, al fine di migliorare la qualità della vita e soddisfare le esigenze di cittadini, imprese e istituzioni”.
L’obiettivo delle tecnologie innovative e del Cloud Computing, che costituiscono i “mattoni” delle Smart City, è quindi, data la finalità specifica, di altissimo valore sociale e politico.

Dalla definizione deriva – tra l’altro – che gli stakeholders non sono solo “gli informatici” e che l’approccio di governance deve includere cittadini (anche tramite le associazioni e i comitati di quartiere), imprese (che operano nel tessuto urbano talvolta incidendo sulla qualità della vita degli abitanti delle zone circostanti) e istituzioni.
Nell’ambito delle istituzioni citiamo in primis i Comuni (dalla comunità montana fino alla città metropolitana con tutte le enormi differenze che ne conseguono), ma anche le Regioni (Smart Region) come elemento di coordinamento tra le linee guida centrali dettate a livello nazionale (Smart Nation) e le implementazioni locali.

Da quanto sopra ne deriva che quando si parla di competenze tecniche per le Smart Cities si commette un errore che si paga spesso nel mancato o parziale successo delle iniziative (poche) adottate in alcune parti del territorio italiano.

Pertanto la mia proposta è quella di effettuare un approfondimento molto serio sulle figure professionali richieste che – a mio avviso – dovrebbero includere professionisti laureati in economia (per la redazione dei business plan sottostanti), avvocati (per valutare le forme contrattuali nonché le privacy compliances), esperti di finanza, esperti di comunicazione (sul tema della comunicazione si potrebbe scrivere un altro articolo), esperti in “diplomazia” e gestione delle aspettattive, ecc.

Nel lavoro di cui sopra si possono poi integrare le competenze tecniche secondo il modello proposto da AGID.
L’AGID potrebbe inserire nel Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione una “quarta gamba” (dopo SPID, ANPR e PAGOPA), quella delle “Smart Cities” che - come dice Bas Boorsma nel suo libro “Un new deal digitale” - potrebbero rappresentare uno scatto in avanti nella nostra società.

Mentre sto scrivendo questo articolo sono a Copenhagen e sto frequentando la prima Masterclass europea per amministratori di Smart City organizzato da “The Academy for Smarter Communities” presieduta proprio da Bas Boorsma.

A Firenze, nel corso del mio intervento a ICityLab, ci sarà parecchio da raccontare sul tema della “formazione orientata all’innovazione”.