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Da dove parte la “concretezza” nella PA

Questo breve intervento prende le mosse da un articolo pubblicato dal Sole24Ore lo scorso 9 agosto, ripreso poi anche da Huffpost e da altri media, che dà conto di un prossimo disegno di legge del Ministro Giulia Bongiorno intitolato alla “concretezza”, teso al riassetto della Pubblica Amministrazione. Ma cosa è necessario davvero per un “concreto” cambio di passo?

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Questo breve intervento, con cui riprendo dopo le ferie il consueto colloquio con la nostra community, prende le mosse da un articolo pubblicato dal Sole24Ore lo scorso 9 agosto, ripreso poi anche da Huffpost e da altri media, che dà conto di un prossimo disegno di legge del Ministro Giulia Bongiorno intitolato alla “concretezza”, teso al riassetto della Pubblica Amministrazione.

So bene quante cose sono rimaste in cantiere nonostante una riforma “monstrum” come quella della scorsa legislatura: dirigenza, semplificazione, valutazione, ricambio generazionale in primis, ma in questo contributo non voglio parlare di un provvedimento di cui ancora veramente non sappiamo nulla, tranne il nome, ma limitarmi a due osservazioni.

La prima più che un’osservazione è una preghiera alla stampa, a noi cosiddetti “addetti ai lavori”, alla politica: facciamo un patto e promettiamo solennemente di non usare più la parola “furbetti” di cui anche l’articolo citato fa menzione come se fosse al centro dell’impegno per una migliore PA.
Non riesco più a sentirla questa brutta parola senza arrabbiarmi, perché se da una parte sottovaluta con un nomignolo quasi affettuoso, da bimbo che ruba la marmellata, una grave truffa che è un vero e proprio furto a tutti noi, dall’altra invece rischia ancora una volta di accarezzare la “pancia” di un Paese che ha una “pancia” già troppo sviluppata rispetto alla testa. Nell’ultimo anno sono stati “beccati” e giustamente puniti per truffa nelle presenze un po’ meno di 150 persone, ossia una ogni 20.000 impiegati! Diamo per scontato che vengano puniti loro e i loro dirigenti, mettiamo regole chiare e facciamole rispettare, ma poi per favore parliamo del restante 99,995% e di come far sì che siano un fattore di crescita e non una zavorra.

E proprio dalle persone parte la seconda considerazione: la “concretezza” maggiore delle amministrazioni è proprio in quei tre milioni di persone che ci lavorano. Non possiamo che partire, quindi, da questa concretezza. Mettere al primo posto le persone e il loro compito di essere al servizio della nazione implica alcune azioni molto concrete. Azioni che sono più nell’attenzione al cambiamento dei comportamenti che nelle leggi presenti o future.

Per un “concreto” cambio di passo è a mio parere necessario quindi sin da subito promuovere:

  • una scelta di dirigenti capaci e motivati cambiando radicalmente le modalità di accesso e di carriera perché i concorsi come sono ora non discriminano i migliori, ma al massimo, quando sono regolari, i più diligenti nello studio del diritto amministrativo o di altri utili manuali che però nulla ci dicono sulla reale capacità di dirigere e di prendere decisioni;
  • un processo di valutazione che sia di accompagnamento alla crescita professionale, che sia percepito come un sostegno e un incitamento, ma che sia anche serio, discriminante e basato soprattutto sui risultati di outcome sia dei singoli, sia delle loro organizzazioni;
  • un reale, flessibile e stimolante riconoscimento del merito e una valorizzazione dei talenti in un ambiente in cui è possibile imparare e crescere; i posti di lavoro in cui non si può crescere di carriera, di ruolo, di professionalità, di esperienza, di sapere sono morti e richiamano lavoratori intellettualmente “morti” o passivamente rassegnati;
  • un costante e coraggioso incoraggiamento alla sperimentazione: abbiamo bisogno d’innovazione, ma gli innovatori, come spesso abbiamo detto sono “disobbedienti” alle abitudini, alle regole stantie, alle convenzioni. Se vogliamo innovazione dobbiamo dare spazio al nuovo, dobbiamo prevedere sperimentazioni “in deroga”, dobbiamo mettere in conto che solo qualcuna di queste andrà a buon fine e apprezzare anche chi fallisce perché il progresso va avanti solo per “trial and error” e voler scongiurare a tutti i costi gli errori vuol dire non innovare mai;
  • una nuova intelligente e “agile” modalità di lavoro che si proponga di coniugare gli interessi dei lavoratori con quelli dell’amministrazione con un occhio non tanto alle ore passate alla scrivania, ma ai risultati prodotti. Lo smart working, ormai è dimostrato, aumenta la produttività, migliora il clima aziendale, favorisce lo sviluppo delle idee, fa arrabbiare solo il dirigente che non si sente tale se non può convocare intorno al suo tavolo continue e inutili riunioni;
  • la scoperta e la valorizzazione del sapere implicito nelle persone e nelle organizzazioni. Molto spesso, direi sempre, esistono competenze, capacità, esperienze nelle persone che lavorano nelle amministrazioni che sono sprecate, non conosciute né riconosciute semplicemente perché non sono in linea con i ruoli, i compiti, gli organigrammi. Non è un problema solo della PA, ma di tutte le organizzazioni complesse, ma così si demotivano le persone, si fomenta un’organizzazione gerarchico-funzionale che è la più lontana possibile da quella di una “knowledge farm” com’è la PA, si sclerotizza l’esistente.

Piccoli grandi cambiamenti all’insegna della concretezza che richiedono soprattutto cura e costanza nello sforzo. Richiedono di non ricominciare da capo ad ogni cambiamento politico, richiedono di ragionare con mente libera e serena rifuggendo dalle semplificazioni (bisognerebbe rendere tutto il più semplice possibile, ma non troppo semplice, diceva Einstein) e dai facili stereotipi.