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​Digital by default: trasformare l’amministrazione col digitale

Se c’è una trasformazione che non può nascere figlia unica è quella digitale: deve essere supportata e abilitata dall’energia di quelle trasformazioni sociali, politiche ed economiche che essa può, in una qualche misura tutta da calcolare, rendere possibili. In altre parole non basterà, come i numeri stanno a testimoniare, puntare prioritariamente a piattaforme abilitanti come è lo SPID, il nodo dei pagamenti o l’Anagrafe nazionale, se questi che sono solo porte di accesso, non sono strettamente, direi nativamente, collegati ai grandi obiettivi-Paese

Foto di Viaggio Routard rilasciato in cc https://www.flickr.com/photos/viaggioroutard/25035861732

E’ stata pubblicato in questi giorni un interessante saggio di McKinsey&Company sulle strategie per trasformare la pubblica amministrazione attraverso un radicale processo di digitalizzazione. L’analisi, che parte dalla considerazione che è possibile risparmiare nel mondo, e quindi immettere nuovamente nel circuito economico, circa mille miliardi di dollari l’anno attraverso una nuova gestione della cosa pubblica abilitata dal digitale, è aggiornata e illuminante e prende in considerazione tutti gli aspetti di una strategia da noi spesso più annunciata che praticata sistematicamente.

Se una prima lettura del saggio (che potete trovare qui) mi ha dato l’impressione di leggere cose già risapute, come se ripassassi concetti già studiati, leggendolo una seconda volta con maggiore attenzione, guardandone gli schemi e provando a farmi le domande suggerite devo dire che, come spesso mi capita nella letteratura scientifica americana, ho scoperto che la “semplicità” dell’approccio non è a scapito del suo valore, ma che ne è anzi un plus importante. Insomma c’è molto più di quanto sembra.


Credo che le tredici pagine del saggio valgano lo sforzo della lettura e della traduzione da un facile inglese e quindi non lo riassumerò. Voglio solo presentarvi lo schema di base che trovate descritto nella tabella e mettere in evidenza il primo dei quattro punti che costituiscono i fattori abilitanti della trasformazione digitale e che attiene alla stessa strategia generale del processo.

Dicono gli autori che non è possibile un cambiamento di questa portata senza una connessione stretta tra la digitalizzazione e gli obiettivi prioritari del Governo e non si focalizzano con grande cura gli indicatori che ne possano testimoniare il raggiungimento. Se riportiamo alla nostra esperienza italiana vediamo che questa correlazione, che parte da una visione politica “alta” della trasformazione digitale e quindi da una condivisione con il massimo livello di Governo, è stata ed è molto debole. Faccio un esempio per capirci: tra le tante, la priorità dell’azione politica in questo momento è e deve essere la creazione d’occupazione, la rimessa in moto dell’ascensore sociale, la diminuzione delle disuguaglianze attraverso lo scongelamento di un’economia e di una imprenditoria asfittica e a crescita lenta. La strategia dell’agenda digitale è strettamente collegata a questa principale priorità politica? Non mi pare. Siamo in grado di costruire indicatori che traducano gli sforzi per l’Italia Digitale in termini di nuovi posti di lavoro o di produttività? O per lo meno ci siamo posti il problema? La scarsa attenzione allo stato di arretratezza digitale delle nostre PMI e alla loro marginalità nel mercato globale mi inducono a pensare che questa sinapsi non si sia attivata e che le due parti dell’esecutivo lavorino senza stabili connessioni. Altrettanto potremmo dire per la politica della salute, dove il cosiddetto “patto per la salute digitale” si è invecchiato senza mai nascere, o per la politica delle grandi infrastrutture, dove solo adesso (ed è una eccezione lodevole) si è cominciato a ripensare i grandi progetti anche in termine di infrastrutturazione per il digitale.

Insomma se c’è una trasformazione che non può nascere figlia unica è quella digitale: deve essere supportata e abilitata proprio dall’energia di quelle trasformazioni sociali, politiche ed economiche che essa può, in una qualche misura tutta da calcolare, rendere possibili.

In altre parole non basterà, come infatti i numeri stanno a testimoniare, puntare prioritariamente a piattaforme abilitanti come è lo SPID, il nodo dei pagamenti o l’Anagrafe nazionale, se questi che sono solo porte di accesso, non sono strettamente, direi nativamente, collegati ai grandi obiettivi-Paese. Le migliori energie del Paese e quella vitalità a cui oggi nel bell’articolo su “La Repubblica” faceva cenno Ignazio Visco, non si mobiliteranno per la digitalizzazione di quella volta ogni due o tre anni che andiamo all’anagrafe. La partita si deve spostare su altri piani: salute, lavoro, imprenditorialità, cultura, mobilità, sicurezza, ambiente sono le priorità del Paese ed è qui che ci serve la spinta propulsiva del digitale. Altrimenti magari saliremo (forse) qualche posizione nel DESI, ma non cresceremo nel benessere Equo e Sostenibile (e solidale) che tutti vogliamo.

Detta in altre parole: non deve esistere una “politica per l’Italia digitale”, ma una politica che usi le straordinarie opportunità della trasformazione digitale per risolvere i principali problemi della nostra società.

P.S. sull’infrastrutturazione del Paese per lo sviluppo e i servizi abbiamo organizzato un importante convegno a Milano per il prossimo 23 novembre insieme al Comune di Milano, che è forse l’esempio più avanzato della politica di innovazione delle città italiane (ed europee), con un’introduzione importante di Alfonso Fuggetta. Sarà interessante: potete saperne di più e iscrivervi qui.