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L’Iva, un’imposta che sta diventando un rebus sempre più complesso per gli Enti Pubblici

In questo articolo, i contributi dell’on. Francesco Boccia, Deputato della Camera e Presidente della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della precedente legislatura, e del prof. Franco Gallo, avvocato, professore emerito di diritto tributario della università LUISS e Presidente emerito della Corte costituzionale

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Rispetto alle società i Comuni gestiscono normalmente più attività, con molte gestioni particolari, regimi straordinari, opzioni e aliquote differenziate, gravati da specificità come Split payment e fattura elettronica. La legislazione domestica è sempre chiamata a confrontarsi con la disciplina di derivazione unionale della Commissione Europea. Tutto ciò coinvolge l’azione legislativa e parlamentare, toccando spesso punti nei quali i Gruppi e le Commissioni, se a conoscenza di tali specificità, riescono a introdurre semplificazioni e miglioramenti come l’integrabilità per cinque anni delle dichiarazioni anche in ambito pubblico.

Su questi temi il 22 maggio scorso a Forum PA si è svolto un convegno tra esperti della materia fiscale IVA ed Enti locali. Ad animare il dibattito che ho avuto il piacere di moderare, soprattutto il Prof. Franco Gallo Presidente Emerito della Corte Costituzionale e fondatore dello Studio Legale Salvini Escalar e Associati (Roma - Milano) e l’On. Francesco Boccia Deputato della Camera già Presidente della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della precedente legislatura.

Una prima considerazione ha riguardato l’utilizzo di tale imposta nelle clausole di salvaguardia inserite nelle leggi di bilancio di questi ultimi anni.

Ha ricordato al riguardo che con la legge di bilancio per il 2018 si sono evitati gli aumenti delle aliquote IVA ordinaria e ridotta finanziandoli sostanzialmente con un aumento del disavanzo. La sterilizzazione è stata però solo parziale, per cui, dopo l’approvazione della legge di bilancio, rimarranno nel 2019 i possibili incrementi all’11,5% dell’aliquota ridotta e al 24,2% dell’aliquota ordinaria. Per evitarli serviranno quasi 15 miliardi.

Il che dovrebbe indurre il nuovo Parlamento ad affrontare, una volta per tutte, questo problema con un approccio più sistemico, senza avere ogni anno la spada di Damocle dell’aumento automatico del tributo.

La seconda considerazione generale riguarda gli effetti che può avere l’introduzione della flat tax sul regime IVA. Il c.d. “Contratto di Governo” 5 Stelle-Lega accoglie il suggerimento dell’Istituto Leoni di introdurre la flat tax, ma nulla dice circa l’ulteriore proposta derivante dallo stesso Istituto di concorrere a finanziare la conseguente riduzione dell’IRPEF con un aumento dell’IVA, oltre che con tagli alle prestazioni di welfare e alla spesa pubblica. La suddetta proposta dovrebbe essere accompagnata, in particolare, dall’aumento dell’aliquota IVA ordinaria al 25% e di quella ridotta al 13%, lasciando inalterata l’aliquota super ridotta del 4%.

Al riguardo, il prof. Gallo ha rilevato che tanto chi propone periodicamente di aumentare l’IVA nell’ottica della clausola di salvaguardia, quanto chi vorrebbe aumentarla come conseguenza dell’introduzione della flat tax sembra dimenticare le negative implicazioni che una simile manovra avrebbe sulla già forte evasione dell’IVA e, quindi, sull’efficienza di tale tributo.

Il che consiglierebbe di evitare l’abbinamento della flat tax con l’aumento dell’IVA e di trovare altre forme di compensazione del minor gettito IRPEF conseguente all’introduzione della “tassa piatta”. Ciò tanto più vale se si tiene conto che la maggiore evasione dell’IVA conseguente all’aumento delle aliquote si propagherebbe facilmente alle altre imposte, perché è ovvio che un ricavo sotto-dichiarato o un costo sovra-dichiarato ai fini IVA lo è anche ai fini delle imposte sul reddito. Quanto all’eccessiva diversificazione delle aliquote ha sottolineato che essa è stata considerata dalle competenti istituzioni europee una delle principali criticità dell’imposta, almeno finchè rimarrà applicabile l’attuale regime di tassazione secondo le aliquote del Paese di origine.

Se si guarda poi al nostro ordinamento nazionale, ci si rende conto della particolare complessità della struttura delle aliquote. Attualmente ne sono applicate ben quattro: del 4%, del 5%, del 10% e del 22%, molte delle quali fissate un po’ a casaccio. Non si capisce, solo per fare un esempio, perché l’origano e la maggiorana debbano avere aliquote differenti.

In questo scenario, mitigare o abolire l’applicazione di aliquote ridotte potrebbe non solo avere i descritti effetti positivi di riduzione del VAT gap, e cioè dell’evasione, ma anche garantire una notevole semplificazione del sistema.

L’On. Francesco Boccia, ha parlato delle imposte indirette nel contesto europeo, al tempo del capitalismo digitale. L’ex Presidente della Commissione Bilancio ha rivendicato l’approvazione con oltre l’80% del consenso dell’Aula nella Legislatura conclusa, della riforma del Bilancio dello Stato. Questo lavoro, ripreso da un disegno del 2009, ha semplificato il Bilancio dello Stato, unificato i precedenti documenti testuali e numerici, ed eliminato la possibilità di fare ricorso alle clausole di salvaguardia. Con una semplificazione “da professore universitario” qual è anch’esso Boccia ha equiparato le salvaguardie a delle cambiali che gravano a chi verrà dopo di noi. Dal 2019 le errate previsioni, più facili nei complessi dicasteri del Lavoro, dell’Economia e in altri di spesa, per effetto della riforma, dovranno essere ripianate dagli stessi iniziali proponenti. In caso di mancanza di risorse, senza più poter far scattare automatismi connessi all’aumento delle imposte o a tagli indiscriminati, si dovrà far ricorso a norme di copertura alla luce del Sole. Rammarico del Prof. Boccia è il non aver potuto affiancare a questa Riforma, quella del Bilancio degli Enti locali a causa delle diverse posizioni istituzionali a partire da ANCI in giù, di esprimere posizioni veramente unitarie e rappresentative. Modifiche e innovazioni come l’allungamento dell’integrazione delle dichiarazioni fiscali a cinque anni, motivata nel caso degli Enti pubblici con l’equiparazione all’identico periodo di sanzione della Corte dei Conti è avvenuto più per l’interlocuzione del parlamento con gli addetti ai lavori, come Kibernetes, che attraverso istanze rappresentative degli Enti hanno stimolato il confronto.

Un’interessante riflessione sul fronte dell’Imposta IVA ha riguardato il fatto che nell’era digitale le imposte debbano evolvere perché pur aumentando il PIL potrebbe diminuire il gettito fiscale. Non ci si può più nascondere dietro il principio della non stabile organizzazione laddove si rilevi un impressionante aumento degli acquisti su piattaforme tecnologiche web che non hanno confini. I principi del periodo pre-internet, utili a far sviluppare le attività connesse alle nuove tecnologie, oggi perdono senso. I recenti patteggiamenti fiscali dei colossi Google, Amazon, Apple e Facebook sono primizia di questo cambiamento.

Nel 2017, nonostante una lotta all’evasione fiscale di circa diciassette miliardi, si è misurato un aumento delle imposte dirette in linea con la crescita del Paese ma una riduzione imprevista delle indirette di nove miliardi. È stato il secondo anno consecutivo in cui si è creata una diminuzione delle imposte indirette a consuntivo, spia di questo nuovo squilibrio tra PIL e gettito, che ovviamente finisce a cascata sulle amministrazioni territoriali e regionali. Lo spazio unico europeo e i quattro pilastri che la UE vuole proporre per riallineare le imposte indirette alla catena del valore sono forse l’unica soluzione praticabile ma inevitabilmente nell’ipotesi di un’Europa più unita.