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Parole stantie? Meno male che ci sono i tag!

Da oggi, come vedete dal sito, il programma  dei nostri convegni si presenta in una forma nuova: accompagnato da una cosiddetta “nuvola di tag”, ossia da un insieme grafico di parole e concetti che abbiamo associato ad ogni convegno, in modo da permettere a ciascuno di arrivare alle notizie che gli servono partendo dalle cose che gli interessano. Buffa cosa la tecnologia web 2.0, ci costringe a ripensare a cose che credevamo di padroneggiare e ce le mette davanti in modo nuovo.

Da oggi, come vedete dal sito, il programma  dei nostri convegni si presenta in una forma nuova: accompagnato da una cosiddetta “nuvola di tag”, ossia da un insieme grafico di parole e concetti che abbiamo associato ad ogni convegno, in modo da permettere a ciascuno di arrivare alle notizie che gli servono partendo dalle cose che gli interessano. Buffa cosa la tecnologia web 2.0, ci costringe a ripensare a cose che credevamo di padroneggiare e ce le mette davanti in modo nuovo. E' quello che mi è successo provando ad attribuire tag ai nostri convegni (a proposito avete visto come siamo stati bravi: siamo riusciti a restare quasi esattamente nel numero programmato!).

“Taggando” ogni evento, come si suol dire con quegli strani neologismi di Internet, l’impressione che ho avuto è che il nostro carniere di parole e concetti sia ormai irrimediabilmente povero e sbrindellato, pieno di sostantivi lisi dall’uso e spesso irriconoscibili, di metafore stiracchiate che ormai, come una coperta troppo corta non coprono più, di concetti mai del tutto chiariti e già morti, divenuti aborti di innovazioni, chimere di riforme.

Potrei citare parole pompose come “re-engineering” o semplici come “efficienza”, fumosamente politiche come “governance” o banalmente comprensibili come “controlli”. Di tutte abbiamo fatto un uso sciatto. Abbiamo scritto valutazione del lavoro pubblico, ma l’abbiamo tradotto in mente (e non solo in mente ahimè anche nei provvedimenti) come “lotta all’assenteismo” quasi fossimo tornati ad un’organizzazione fordista del lavoro. Abbiamo scritto e-Government, ma quel che poi abbiamo realizzato sono stati banalissimi servizi, per di più spesso poco utilizzati, simili alla più primitiva attività di home banking.
Non voglio continuare, ciascuno di noi ha nella testa elenchi lunghissimi pieni di lemmi di questo genere.

Se vi appassiona, come appassiona me, la storia e il gioco delle parole, se siete un po’ stufi della banalizzazione d’accatto del pensiero di McLuhan e non ne potete più di sentirvi dire che “il mezzo è il messaggio”, leggetevi il capitolo sulle “parole della riforma” che abbiamo redatto per una ricerca commissionataci da Formez. Tra governance e e-Government, e-Inclusion e sostenibilità, c’è da farsi venire il mal di mare! Viene voglia di aggrapparsi, in questa comunicazione sempre più liquida (se non lo avete fatto, leggete “La società liquida” di Zygmunt Baumann), a parole evocanti concetti solidi, un po’ vecchiotti, ma tutto sommato più sicuri: responsabilità, diritti, democrazia, partecipazione.

Cambiare del tutto il vocabolario sarà difficile, possiamo però provare a farci aiutare dalla tecnologia e usare le parole chiave per etichettare le cose che facciamo e che diciamo in modo più innovativo. Attraverso incroci diversi tra parole e permettendoci così una più ardita articolazione del pensiero. Noi ci stiamo provando: diteci se siamo sulla buona strada.