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Politica e dirigenza, lo spoil system selvaggio non è la soluzione

Continua la discussione attorno al tema del rapporto tra politica e dirigenza. Dopo l'editoriale di Carlo Mochi Sismondi, e la risposta della settimana scorsa da parte di Mauro Bonaretti, ecco questa settimana due altri interessanti interventi. Il primo - che leggete in questa pagina per gentile concessione dell'autore - è un editoriale pubblicato da Alberto Stancanelli su Italia Futura. L'altro, di Maria Angela Danzì, lo potete leggere a questo indirizzo. Buona lettura.

Continua la discussione attorno al tema del rapporto tra politica e dirigenza. Dopo l'editoriale di Carlo Mochi Sismondi, e la risposta della settimana scorsa da parte di Mauro Bonaretti, ecco questa settimana due altri interessanti interventi. Il primo - che leggete in questa pagina per gentile concessione dell'autore - è un editoriale pubblicato da Alberto Stancanelli su Italia Futura. L'altro, di Maria Angela Danzì, lo potete leggere a questo indirizzo. Buona lettura.

L’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 5 dicembre affronta uno dei temi più delicati e sentiti nel sistema amministrativo italiano: il rapporto tra politica e dirigenza nell’attuazione delle riforme. L’articolo, in parte condivisibile sulla mancanza di capacità innovativa della nostra dirigenza pubblica, mostra due limiti.
Il primo è nella generalizzazione di una burocrazia conservatrice e corporativa: esistono situazioni di eccellenza (ciò vale per la politica e per la dirigenza, come avviene in alcune realtà locali). Il secondo nelle soluzioni proposte per risolvere il problema ossia introdurre uno spoil system di tutti i livelli dirigenziali, demandando agli elettori un giudizio e un controllo successivo sull’operato della politica.

Sostengono gli autori che ogni ministro, anche il più riformatore, sia condizionato nelle scelte dalla propria dirigenza, che detiene il vero potere all’interno degli Uffici pubblici, conoscendo tutti i trucchi amministrativo-burocratici. Una dirigenza conservatrice e autorefente, detentrice di un forte potere che passa attraverso la conoscenza delle informazioni.

L’argomento trattato ci dà l’occasione di ritornare sulle proposte di Italia Futura per realizzare una diversa pubblica amministrazione.

Più volte abbiamo scritto delle disfunzioni delle nostre pubbliche amministrazioni e dei limiti dimostrati in questi anni dalla politica per realizzare un vero cambiamento. Più volte abbiamo denunciato la farraginosità delle leggi e delle regole, la mancanza di trasparenza, le procedure complesse, la scarsa capacità di programmazione e di definizione di obiettivi strategici da parte della politica, la mancanza di leadership della dirigenza pubblica, una diffusa concezione troppo formalista e poco propensa ai risultati.

Con le riforme della fine degli anni novanta fu tolta alla politica la gestione, per evitare il ripetersi del fenomeno di “tangentopoli”, affidandola alla dirigenza alla quale, però, non si è riconosciuta, nei fatti, indipendenza e serenità nell’operare secondo imparzialità e nell’interesse pubblico, restando quasi del tutto inapplicati gli strumenti di valutazione dell’operato della dirigenza stessa, al quale legare incentivi o sanzioni e retribuire i dirigenti in base alle reali responsabilità e non con un livellamento delle retribuzioni verso l’alto, come avviene oggi nella maggior parte delle amministrazioni.

Da una parte ci dovrebbe essere la politica, che indirizza e dall’altra la dirigenza, che gestisce. Politica non vuol dire solo scegliere tra più soluzioni dopo aver ponderato gli interessi in gioco divergenti o contrapposti, ma significa anche definire un percorso strategico delle politiche pubbliche, da realizzare tramite l’amministrazione pubblica, che deve restare apartisan (e non bipartisan) nell’attuazione delle scelte politiche, al fine di garantire imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, principi cardine delle moderne democrazie.

Sono sicuri Alesina e Giavazzi che il problema della dirigenza si risolva attribuendo alla politica un’ampia discrezionalità sulla nomina e sull’attribuzione degli incarichi, magari continuando ad assumere estranei con dubbia professionalità? Non c’è il rischio che la pubblica amministrazione diventi (ancora di più) uno strumento parziale e condizionato nelle mani della politica (e quale politica!)?

Basta il giudizio dei cittadini, come sostengono gli autori, per consentire, a fine mandato, l’allontanamento dei “cattivi politici” ed evitare o, nel caso peggiore, ripagare la collettività dei danni causati dalle scelte arbitrarie e imparziali della politica nell’agire amministrativo e nello scegliere il dirigente compiacente e di parte?

Non c’è il rischio che in tale contesto aumenti la conflittualità tra cittadini e amministrazione e che l’amministrazione pubblica rischi, quindi, di essere governata dal giudice amministrativo, dalla Corte dei Conti o ancora peggio dal giudice penale, ai quali i cittadini dovranno rivolgersi, in un’atipica e innaturale funzione di supplenza davanti ad un’amministrazione di parte?

Deve la politica, nel corretto e necessario equilibrio che caratterizza la buona amministrazione, assumere, di fatto, l’indirizzo e la gestione amministrativa e garantire, al tempo stesso, l’imparzialità dell’amministrazione?

Alesina e Giavazzi pongono un giusto problema, ma propongono una soluzione che non può condividersi.

Hanno, indubbiamente, il merito di ricordarci quanto sia importante il ruolo della pubblica amministrazione e della sua dirigenza nella realizzazione delle riforme. Non bastano le buone leggi o le buone idee, ma servono uomini che abbiano la capacità e il coraggio di rispondere con convinzione alle innovazioni.

Serve una dirigenza pubblica che sia un vero corpo tecnico e che riacquisti la consapevolezza di svolgere un ruolo fondamentale per l’interesse pubblico; una dirigenza che sia valutata in modo oggettivo e sottoposta a controlli da parte di soggetti imparziali, non asservita e subordinata alla politica.

Dobbiamo trovare soluzioni che eliminino alla radice il problema dell’inefficienza delle nostre amministrazioni, ridando credibilità agli apparati pubblici. Il problema della scarsa fiducia dei cittadini verso l’amministrazione pubblica e la sua dirigenza è proprio nella percezione di una simbiosi tra la politica e la dirigenza.

La dirigenza (e anche l’amministrazione) è stata in questi anni poco indipendente dalla politica e fortemente condizionata, in assenza di concreti strumenti di valutazione dell’operato, in relazione agli obiettivi assegnati e alla capacità di rispondere alle giuste esigenze della collettività.

Eliminiamo le troppe regole, concediamo flessibilità all’organizzazione amministrativa, dismettiamo funzioni pubbliche a vantaggio del principio di sussidiarietà, limitiamo la disciplina legislativa alle materie fondamentali (persona, salute, territorio); utilizziamo nelle amministrazioni gli strumenti del diritto comune; applichiamo la trasparenza e la conoscenza, a tutti i livelli, dell’operato della dirigenza e della politica; introduciamo, per tutti gli incarichi dirigenziali, il principio della rotazione, (non solo per quelli sensibili come prevede la legge sulla corruzione).

Introduciamo, seriamente, i cittadini nella valutazione dell’attività delle amministrazioni; definiamo standard minimi delle prestazioni, valutiamo i dirigenti per la loro capacità di innovare e di costruire un’organizzazione funzionale e realmente al servizio della collettività, che supporti concretamente i cittadini e le imprese per contribuire come parte attiva allo sviluppo e alla crescita del Paese. Ridiamo ai cittadini la percezione e la garanzia di essere parte attiva del Paese e non sudditi, ricostruiamo un’amministrazione veramente imparziale e garante dei diritti di tutti noi.

Su questi obiettivi, che sono propri della politica, i cittadini dovrebbero decidere con il loro voto se si è ben operato per costruire una diversa pubblica amministrazione, che sia un concreto strumento per la crescita e lo sviluppo del Paese.