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"Pubblico Impiego: una rivoluzione necessaria", scopri l'anteprima della ricerca targata FORUM PA

Per il secondo anno consecutivo FORUM PA realizza uno studio approfondito sullo stato del pubblico impiego in Italia, arricchendolo di un’analisi compartiva con il sistema pubblico di altri due Paesi europei: Francia e Gran Bretagna. In attesa della pubblicazione della ricerca, la prossima settimana, qui vi proponiamo un'anteprima.

Per il secondo anno consecutivo FORUM PA realizza uno studio approfondito sullo stato del pubblico impiego in Italia, arricchendolo di un’analisi compartiva con il sistema pubblico di altri due Paesi europei: Francia e Gran Bretagna. In attesa della pubblicazione della ricerca, la prossima settimana, qui vi proponiamo un'anteprima.

La pubblicazione “Pubblico impiego: una rivoluzione necessaria”, presentata in occasione del convegno inaugurale della 25ª edizione di FORUM PA (dal 27 al 29 maggio, Palazzo dei Congressi di Roma), non lascia spazio a presunti alibi: bassa scolarizzazione, scarsa flessibilità, stipendi dei dirigenti tra i più alti d’Europa, ma in compenso più anziani, ed eccessiva frammentazione territoriale. Questi i mali che affliggono la pubblica amministrazione italiana e che ne rallentano il processo di rinnovamento, la cui causa però non è rintracciabile semplicemente in una “cattiva politica”, quanto in un’inerzia o meglio in una “non politica”.

Contrariamente a Paesi, quali Francia e UK, che hanno ripensato il proprio settore pubblico con una coraggiosa riforma strutturale, cercando di “fare di più con meno”, soprattutto a seguito della forte crisi strutturale della finanza, in Italia c’è stato un arroccamento delle posizioni, una difesa a “catenaccio” (se si volessero usare similitudini sportive) dello status quo.

Alcuni dati

  • In Italia solo il 10% degli impiegati pubblici ha meno di 35 anni. In Francia e in UK i dati sono ben diversi: i dipendenti entro i 35 anni sono rispettivamente il 27% e il 25%, quelli entro i 25 anni, sono cinque volte di più, 5,4% in Francia e 4,9% in UK;
  • I laureati sono poco rappresentati sul totale dei dipendenti pubblici (30,5% contro il 45% in UK e il 50,7% in Francia) e l’istruzione è “debole” anche in ruoli che richiederebbero un titolo di studio superiore (il 49% degli impiegati pubblici amministrativi che si trovano in un posto che richiederebbe una laurea non sono laureati, contro il 4% nel mercato privato);
  • Mentre il personale stabile nella PA italiana si è ridotto del 5,6% dal 2001 al 2012, il lavoro flessibile si è ridotto del 30% passando da 438.144 unità nel 2001 a 307.278 unità nel 2012
  • I contratti di collaborazione coordinata e continuativa e assimilati si sono ridotti del 54% dal 2007 al 2012 (registrando un calo netto di 44mila unità), ma al blocco si è sopperito in parte con un contemporaneo aumento degli incarichi libero professionali e di consulenza passati nel 2012 a 70.884 contro i 45.747 del 2007 (+55%; + 25mila unità)
  • Il numero di impiegati per ogni dirigente nella PA nel complesso è diminuito nel corso degli anni da 12,3 nel 2004 a 11,7 nel 2012.

Ma come questo sia stato possibile è caratteristica tipicamente italica, che ha portato al blocco delle assunzioni e delle nuove professionalità; al consolidamento dei privilegi degli assunti, specie dirigenti; al disinvestimento nella formazione e nella comunicazione; all’assenza cronica di valutazione; al blocco totale della mobilità; alle progressioni orizzontali per i dipendenti e livelli stipendiali abnormi per le fasce più alte della dirigenza; al proliferare clientelare di enti, società e unità locali.

Non sembra eccessivo parlare di una vera e propria rivoluzione, quando si individuano i fattori chiave da cui partire per ripensare il lavoro pubblico:

  • apertura ai giovani;
  • possibilità di prepensionamento volontario e massiccio dei più anziani, in primis i dirigenti;
  • mobilità obbligatoria;
  • riduzione percentuale dei dirigenti e riallineamento dei loro emolumenti su livelli “europei”;
  • deciso incremento delle spese per la formazione;
  • riconoscimento dei talenti; possibilità di crescita professionale legata al merito;
  • riduzione drastica degli enti, delle unità locali e delle partecipate;
  • introduzione di nuove professionalità legate alla digitalizzazione e al project management.

Ma che ne pensano i nostri top manager delle riforme e come il loro giudizio si distingue da quello dei loro colleghi europei? Nell’ambito del progetto Coordination for Cohesion in the Public Sector of the future (COCOPS) è stata effettuata un’indagine su opinioni e percezioni dei manager della Pubblica Amministrazione in 10 Paesi europei riguardo le riforme del settore pubblico in atto. I nostri dirigenti credono poco nel ridimensionamento, contrariamente ai colleghi francesi e inglesi, come anche per l’orientamento ai risultati.

Quello su cui sono molto o ampiamente convinti è dell’importanza della trasparenza e dell’open government e soprattutto del digitale e dell’e-government, assai più dei diffidenti francesi.

In conclusione la nostra Pubblica amministrazione, dopo più di due decenni di riforme, si trova ad aver dato un importante contributo in termini di risparmi attraverso una sostanziale diminuzione della massa salariale e una spasmodica e a volte autolesionista ricerca degli sprechi da tagliare, ma di non aver risolto i suoi squilibri strutturali e quindi di essere non tanto inefficiente quanto inefficace a rispondere ai bisogni attuali.

La pubblicazione sarà disponibile e scaricabile gratuitamente la settimana prossima.
Per il momento è già scaricabile l’executive summary.