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Smart working: da impiegati a professionisti. Una vera nuova “rivoluzione industriale”

Lo smart working è un grande cambiamento culturale che funziona solo se è orientato al "cliente" (il cittadino) e se serve davvero a conciliare i tempi di vita e di lavoro, per esempio permettendo alle persone che vivono nelle zone montane o rurali di lavorare senza doversi spostare ogni giorno per 50 chilometri. In Emilia-Romagna ci sono già 480 persone in telelavoro, a cui si aggiungono ora 100 smart worker. Gli smart worker saranno persone senza più cartellino, con totale autonomia. E, come avviene per ogni “rivoluzione industriale”, si rischia una resistenza forte.

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Per parlare di smart working partirei con una provocazione. Nel 1960 Theodore Levitt pubblicò sulla Harvard Business Review un testo intitolato “Marketing Myopia” in cui descriveva il fallimento di alcune grandi aziende e organizzazioni americane non customer oriented. Queste secondo Levitt falliscono perché non si pongono dal punto di vista dei loro clienti e si impegnano a competere invece di cercare un’integrazione con possibili rivali, come avvenne agli Studios soppiantati dalla televisione e alle Ferrovie americane superate dalle nuove compagnie aeree. Cosa voglio dire con questa provocazione? Che se lo smart working, e in generale la trasformazione digitale, non ci aiuta ad orientarci al nostro cliente (che in questo caso sono i cittadini, le persone dal cui carico fiscale vengono prelevate in modo coercitivo parte delle risorse usate per pagare i nostri stipendi e ai quali dobbiamo fornire il miglior servizio possibile) allora non serve a niente e tanto vale restare ancorati alle vecchie procedure. Anche perché passare allo smart working implica un grande cambiamento di mentalità da parte dei dipendenti e anche dei cittadini. E, come avviene per ogni “rivoluzione industriale”, si rischia una resistenza forte.

Nella mia organizzazione, la Regione Emilia-Romagna, l’età media dei dipendenti è di 54-55 anni e quella dei dirigenti è di 58-59 anni. Dobbiamo aiutarli a capire che lo smart working e le relative tecnologie che lo supportano, non sono innovazioni fini a se stesse, ma sono strumenti per migliorare i nostri piani della performance. È un grande cambiamento culturale che, come dicevo in apertura, funziona se è orientato al cliente e se serve davvero a conciliare i tempi di vita e di lavoro, per esempio permettendo alle persone che vivono nelle zone montane o rurali di lavorare senza doversi spostare ogni giorno per 50 chilometri. Possiamo quindi creare Unioni di Comuni e dare servizi ai cittadini senza dover abbandonare e spopolare parte del nostro territorio.

In questo momento nella nostra Regione siamo in una fase di sperimentazione abbastanza avanzata, abbiamo deciso di investire e di rischiare su questo nuovo approccio al lavoro pubblico. La nostra organizzazione ha 5.700 postazioni e 4.700 dipendenti, compresa l’Agenzia per il Lavoro, 4mila sono dipendenti diretti. Abbiamo già 480 persone in telelavoro, a cui si aggiungono ora 100 smart worker. Gli smart worker saranno persone senza più cartellino, con totale autonomia. Per loro abbiamo coniato questo motto: “da impiegati a professionisti”. Noi non ci interroghiamo quando vediamo un professionista che non sta seduto al posto di lavoro, non contestiamo quante pause fa durante il giorno, ma teniamo conto della sua reputazione professionale e della qualità del suo lavoro. L’approccio deve essere lo stesso. Vorrei inoltre ricordare che il dipendente pubblico, come ormai ognuno di noi, ha già un dispositivo personale che è connesso 24 ore su 24, quindi il nostro problema non è più controllare cosa fa utilizzando mezzi aziendali. E non è solo una questione di tecnologia, ma anche di relazioni sociali, visto che il dipendente avrà una sua dimensione sui social network e che questi spesso macinano le decisioni della stessa PA, di cui egli fa parte, con una velocità molto maggiore di quella interna all’amministrazione.

Per questo, sono rimasto davvero stupito a sentir parlare di recente di impronte digitali per i dipendenti pubblici. Spero si tratti di esternazioni occasionali, altrimenti ci sarà sempre una maggiore divaricazione tra le performance della PA e quelle dei privati, rischiando di perdere, nel giro di poco tempo, molte delle competenze che il settore pubblico non sarà più in grado di svolgere.

Per chiudere vorrei ricordare che la nostra Regione sta investendo moltissimo in big data e che costruiremo a Bologna un Tecnopolo che contribuirà a raggiungere nel capoluogo emiliano il 75% della capacità di calcolo del Paese. Cosa c’entra questo con lo smart working? C’entra perché l’intelligenza artificiale sarà la chiave di volta per utilizzare i dati disponibili nella produzione di un atto amministrativo, che sarà pensato come un algoritmo, fatto di una serie assumptions (la narrativa), una serie di disposizioni logiche che sono date dalle scelte che l’amministrazione richiama e poi un to do che è la parte deliberativa. Possiamo parlare di Augmented Intelligence del dipendente pubblico. Un approccio che potrebbe essere di grande aiuto per chi lavora in remoto. Stiamo esplorando una frontiera che per alcuni settori privati non è inedita: per esempio i tecnici di riparazione dell’Enel o di alcuni gestori telefonici cominciano già a usare la realtà aumentata e l’Intelligenza artificiale per riparare un pannello che non hanno mai visto di persona, con il supporto di un operatore in remoto e gestendo una grande mole di dati. Per spiegare quanto è per noi sfidante questa nuova dimensione, pensiamo solo che una macchina di supercalcolo come quella che oggi stiamo installando costa circa 40 milioni di euro e ha un’obsolescenza di 3 anni. Le persone che lavoreranno intorno a questo progetto è evidente che non possono essere assoggettate all’automatismo della falsa attestazione di presenza, non può essere il codice penale l’approccio con cui ci si rapporta a questo tipo di cambiamento, l’ampliamento delle ipotesi di reato con riferimento a questi aspetti risulterebbe del tutto inopportuno e demotivante per le performance di persone che si dovranno misurare con sfide che non siamo in grado di prevedere.