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Valutazione delle performance, il duplice equivoco che nasconde il decreto

Con l’editoriale di Carlo Mochi Sismondi, la scorsa settimana, abbiamo aperto il dibattito sul nuovo decreto in materia di valutazione delle performance delle pubbliche amministrazioni. Il presidente di FPA, evidenziando prima le parole chiave, segna i punti fondamentali da non perdere d'occhio nella nuova normativa. Questa settimana sul tema proponiamo la riflessione a firma di Michele Gorga, sperando così di aprire un dibattito tra gli esperti della nostra community

Foto di clearly ambiguous rilasciata sotto licenza cc - https://www.flickr.com/photos/clearlyambiguous/22704794

Le notizie di stampa di questi giorni hanno riproposto, ancora una volta, in termini meramente scandalistici la questione dei c.d. “furbetti del cartellino”. E’ stata anche riproposta una normativa Draconiana, ossia del licenziamento su due piedi, che è sanzione ad effetto propagandistico e contrasta con la necessità di una sanzione proporzionata all’inadempimento contrattuale nella misura accertata.

Occorre cambiare direzione e non restare a valle del problema, ossia alla presa d’atto che si è verificato un allontanamento dal posto di lavoro, ma andare a monte ed analizzare l’organizzazione e l’attività dell’ufficio e delle risorse umane, in primis dirigenziale, di quella struttura dove il fenomeno si manifesta. In questa scia si colloca il decreto del Presidente della Repubblica del 9 maggio 2016 che ha istituito - presso il Dipartimento della funzione pubblica - l'Elenco nazionale dei componenti degli Organismi indipendenti di valutazione , la cui disciplina è stata precisata nel Decreto Ministeriale del 2 dicembre 2016 n. 105.

Qui l'editoriale a firma di Carlo Mochi Sismondi "La valutazione alla prova di una nuova legge"

In quest’ultima normativa è approdata, dopo anni di inconcludenti discussione sociologiche, la gestione della valutazione delle performance delle pubbliche amministrazioni prima disciplinata nel decreto legislativo n. 286/99 e nel decreto legislativo n. 150/2009, conosciuto come istitutivo della Ci.V.I.T ossia alla Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche, per poi approdare all’ANAC, che già da allora manifestava il suo intimo vizio strutturale di ampliamento a dismisura della disomogenea area dei controlli, per poi convergere nel Dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il nuovo decreto, che pure rappresenta una grande novità rispetto il passato, laddove istituisce l'Elenco nazionale dei componenti degli Organismi indipendenti di valutazione, mantiene due equivoci di fondo: il primo è quello relativo all’ approccio complessivo alla valutazione che si sostanzia nella mancata distinzione di principio - e conseguentemente di tecniche, metodologie e responsabilità istituzionali conseguenti - fra valutazione della performance delle pubbliche amministrazioni come un tutto, e valutazione delle performance dei dipendenti pubblici ed in primis i dirigenti. Questo equivoco attribuisce allo stesso OIV il compito di verificare sia la correttezza dei processi di valutazione e rendicontazione della performance organizzativa e individuale, che di “verificare che l’Amministrazione realizzi nell’ambito del ciclo della performance un’integrazione sostanziale fra programmazione economico-finanziaria e pianificazione strategico-gestionale “. Compiti questi attinenti, com’è evidente non alla valutazione della dirigenza, ma alla misurazione dei risultati conseguiti dall’Amministrazione.

Il secondo equivoco di fondo è quello che una volta istituito l'Elenco nazionale dei componenti degli Organismi indipendenti di valutazione, nel quale possono iscriversi anche professionisti esterni alla Pubblica Amministrazione, con elevata esperienza e qualificazioni professionali, sul modello da intenderci di quello che doveva essere, e che non è stato, la modalità di composizione delle commissioni di appalto nei lavori pubblici. Questi professionisti esterni, saranno scelti dalle amministrazione stesse.

In conclusione le amministrazioni da controllare continueranno a scegliere i loro controllori con un margine non già di discrezionalità ma di arbitrarietà e la riforma nobile nelle intenzioni si è persa nel dettaglio. Spreco di professionalità che non potranno raggiungere gli obiettivi prefissati in quanto, anche quando saranno “graditi”, saranno sempre una minoranza. Infatti i bandi limitano la partecipazione del componente esterno ad una sola unità per organismo.

Si è persa, dunque, l’ennesima utile riforma per fare sterzare in senso positivo la PA e chi ha cuore il bene pubblico non può che dolersene.