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Competenze e saperi nell'era di Internet

knowledgeLa rete sta influenzando i modelli di apprendimento? Ne abbiamo parlato con Davide Biolghini, fisico cibernetico che si occupa della progettazione di sistemi per il lavoro e l’apprendimento collaborativo in rete.

knowledgeLa rete sta influenzando i modelli di apprendimento? Ne abbiamo parlato con Davide Biolghini, fisico cibernetico che si occupa della progettazione di sistemi per il lavoro e l’apprendimento collaborativo in rete.


Internet e la facilità di accesso alle conoscenze, stanno cambiando il modo di apprendere?
Certamente, sia quelli di tipo strutturato, sia soprattutto quelli di tipo informale. Per i primi si è trattato soprattutto delle iniziative che permettono di allargare a numeri più alti di utenti e a comunità di apprendimento determinati modelli formativi, sto pensando in particolare all’apprendimento situato o sociale.
Per quanto riguarda i modelli più informali qui non c’è bisogno di avere contesti e setting pre-strutturati. Su questo terreno ci sono anche molte iniziative auto-organizzate che la rete favorisce direttamente.
 
L’immensa disponibilità di conoscenze disponibili su Internet sta soppiantando i modelli formativi tradizionali?
Potrebbe essere così, soprattutto sul piano dei percorsi “LifeLongLearning” se fossero presidiati, promossi dalle organizzazioni. Ma anche per la formazione vale la legge di Pareto: l’80% dei nostri processi di apprendimento sono informali e soltanto il 20% sono strutturati, organizzati lungo l’arco della vita – ad esempio nei percorsi scolastici. Però, dal punto di vista del presidio, e cioè di chi dovrebbe favorire e facilitare tutti i percorsi di apprendimento, accade il contrario: l’80% delle risorse sono destinate a percorsi strutturati e tradizionali, e meno del 20% delle risorse sono dedicate al presidio degli apprendimenti informali. In alcuni contesti abbiamo un rapporto più favorevole verso apprendimenti informali, soprattutto laddove esiste maggiore sensibilità a modelli di apprendimento collaborativo da parte delle grandi organizzazioni, e dove esistono anche condizioni di contesto che portano ad un maggiore utilizzo di questi modelli.
   

Quali sono le situazioni, i modelli di apprendimento collaborativo?
Beh, un tipico esempio di apprendimento collaborativo è quello che ha permesso, nel recente passato, ai distretti industriali di produrre nuove conoscenze ed innovazione attraverso le comunità di pratica che si formavano spontaneamente tra i lavoratori di imprese diverse. Tra le imprese dei distretti ovviamente c’è stata una relazione top-down definita dalle direzioni, ma c’è stato anche e soprattutto un eco-sistema di relazioni orizzontali e informali tra i lavoratori dello stesso territorio che, al di fuori delle relazioni industriali, permetteva di far crescere le conoscenze specifiche rispetto al settore di intervento del distretto con un tipico rapporto di apprendimento sociale e ‘non monetario’. Ecco, questi sono i modelli e le pratiche che andrebbero maggiormente presidiati, ma che per fortuna almeno in parte si affermano lo stesso.

 
Oggi le comunità di pratica si ritrovano su internet?
Nel suo ultimo libro (L’economia della felicità, Feltrinelli 2007) Luca De Biase dice che le comunità della rete, nate in rete e che si ritrovano in rete, e non solo quelle legate allo sviluppo del software open source, stanno mettendo in discussione con le loro pratiche anche il modello complessivo di relazioni, non soltanto relativo agli apprendimenti, proposto nelle organizzazioni tradizionali. De Biase sostiene che oggi per definire il progresso e l’innovazione non basta più riferirsi agli indicatori tradizionali dell’economia classica (PIL, ricchezza prodotta, crescita). Al contrario, nel concepire l’innovazione come qualcosa che nasce nelle relazioni non monetarie delle comunità di pratica, queste comunità stanno imponendo al loro interno valori diversi come riferimento, ad esempio il benessere, la reciprocità e la felicità, e non solo la ricchezza.
La diffusione di tali comunità va quindi oltre l’interesse di chi studia il fenomeno internet poiché  esse stanno affermando nuovi modelli sociali tout court.
 

 In che modo internet sta influenzando i modelli di organizzazione della conoscenza?
Trovo il modello proposto dal social tagging estremamente interessante, anche dal punto di vista dell’organizzazione della conoscenza, cioè di quello che viene definito knowledge management. In alcune organizzazioni questo tipo di organizzazione delle conoscenze viene perseguito, gestito, anche sul terreno formativo, estendendo il social network dal terreno delle relazioni informali al terreno delle relazioni utili per le stesse imprese.Quando questo succede è segno che la proposta ha senz’altro superato i limiti delle pratiche informali. Credo che sia senz’altro un modo innovativo di organizzare la conoscenza che dovrebbe essere maggiormente presidiato. I fenomeni innovativi collegati ad internet rischiano infatti di essere di moda per un certo tempo per poi essere abbandonati. Il social network adesso è molto richiamato, diffuso anche sui media come riferimento, sarebbe necessario praticarlo maggiormente. Il problema è che nelle organizzazioni ‘reali’ i modelli di gestione della conoscenza spesso entrano in contraddizione con le pratiche di intelligenza cognitiva diffusa: la contraddizione più grossa in questo caso – ed è bene che venga resa esplicita – è tra i modelli di distribuzione della conoscenza, dei percorsi di apprendimento legati appunto al social network, e il permanere di strutture organizzative di tipo gerarchico. E’ sicuramente una contraddizione che a un certo punto stride!In linea di massima ritengo utile ricercare modelli cognitivi che rendono i percorsi di apprendimento più aperti e quindi legati alla vasta differenziazione degli stili di apprendimento delle persone.

 

Questi modelli più aperti e informali hanno presa anche nella pubblica amministrazione?
Direi di sì, forse, potenzialmente,  anche più che in altri contesti. Ad esempio ho gestito per molto tempo in Regione Piemonte un progetto basato sulle comunità di pratica e quindi sugli stili di apprendimento di tipo collaborativo, con un approccio partecipato e usando strumenti di supporto al lavoro cooperativo. Ho quindi potuto verificare che questi modelli funzionano (eccome…), rendono finalmente alcuni processi condivisi, partecipati, con grandi vantaggi evidenti perché sviluppano le potenzialità esistenti nella pubblica amministrazione e innescano processi creativi e, in definitiva, l’innovazione dei sistemi. Dopo circa quindici anni di pratiche estremamente interessanti a un certo punto, però, è venuta meno la tensione, c’è stato un ritorno indietro nell’organizzazione che ha imposto nuovamente modelli di tipo gerarchico. Le aspettative che per tanti anni erano state coltivate e hanno permesso di sviluppare quelle potenzialità che prima dicevo sono state all’improvviso represse. Paradossalmente, proprio nella Pubblica Amministrazione che è considerata il contesto più difficile, in cui prevarrebbero atteggiamenti verso il lavoro di tipo opportunistico, l’uso di questi strumenti aperti e collaborativi sarebbe l’ideale per liberare le energie ‘nascoste’ ed avere – con beneficio di cittadini e imprese – servizi migliori.

 

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Chi è Davide Biolghini
Fisico cibernetico, ha svolto attività di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano sulla progettazione di sistemi di Computer Supported Cooperative Work (CSCW) e Computer Supported Collaborative Learning (CSCL) con particolare riferimento ai supporti alla didattica e alla comunicazione.Partner di Studio Teos dal 1982, ha mantenuto al centro dei suoi interessi l’uso delle nuove tecnologie per migliorare i processi collaborativi ed i flussi comunicativi all’interno di organizzazione complesse.Collabora con l'Istituto di Tecnologie Didattiche del C.N.R. di Genova e con il Dipartimento di Scienze dell'Informazione dell'Università di Milano. Scrive per diverse riviste di settore, è curatore dei libri NetLearning: imparare insieme attraverso la rete, ETAS/RCS, 2001, e Comunità in rete e Net Learning, ETAS/RCS 2002 ed è co-autore del libro Imparare per innovare, ISFOL 2005.