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Scuola digitale

La formazione tra diritto e obbligo in un sistema educativo da migliorare

I risultati dell’indagine OCSE Pisa 2015 recentemente diffusi restituiscono l’immagine di un sistema educativo ancora in forte difficoltà, che non è in grado di fornire a tutti i ragazzi le stesse opportunità e non li aiuta ad appropriarsi delle competenze indispensabili per una cittadinanza attiva e responsabile. La scuola non può permettersi ulteriori battute di arresto. Ecco le priorità

A poche ore dagli eventi referendari e nel clima generale di attesa sul futuro del Paese, anche il mondo della scuola si interroga, da prospettive spesso anche molto differenti, sulle ricadute che potranno esserci sui processi di cambiamento disegnati dalla legge di riforma del luglio 2015. Abbiamo alle spalle un anno di impegno enorme da parte dei dirigenti e di difficoltà non trascurabili, affrontate con grande responsabilità da tutto il personale della scuola, per dare corpo alla spinta innovatrice impressa dal Governo che si è appena dimesso.

I risultati dell’indagine OCSE Pisa 2015 recentemente diffusi, d’altra parte, restituiscono l’immagine di un sistema educativo ancora in forte difficoltà, che non è in grado di fornire a tutti i ragazzi le stesse opportunità e non li aiuta ad appropriarsi delle competenze indispensabili per una cittadinanza attiva e responsabile.

La scuola non può permettersi ulteriori battute di arresto: è necessario proseguire con decisione con investimenti in risorse materiali e umane, così come si sta facendo da oltre un anno, anche aumentando la coerenza ed il coordinamento delle varie azioni. Vanno, inoltre, salvaguardate in modo particolare le misure che, favorendo l’autonomia delle istituzioni scolastiche, consentono l’attivazione di percorsi di sviluppo professionale e di miglioramento organizzativo. Dopo un primo anno di vorticosi stimoli e quando si poteva supporre una progressiva stabilizzazione e l’avvicinarsi dei primi significativi risultati, anche a seguito della messa a regime dei principali cambiamenti, non vorremmo che l’instabilità politica ancora una volta penalizzasse la scuola.

Da poco più di due mesi il Ministro Giannini ha presentato il Piano per la formazione dei docenti per il triennio 2016-2019, adottato poi con D.M. n.797 del 19 ottobre 2016 ai sensi dell’art.1 comma 124 della Legge n.107/2015. Il Piano prelude, dunque, all’avvio di una nuova articolata operazione, che si propone il sacrosanto obiettivo di migliorare la qualità dei docenti, indispensabile per la maggiore efficacia dell’insegnamento. Con l’adozione di questa misura obbligatoria si risolve un antico problema della nostra scuola, nella quale si dava per scontato che gli insegnanti fossero preparati e competenti, senza mettere loro a disposizione un sistema di formazione in servizio, che è invece indispensabile per mantenere aggiornata qualunque professionalità. Sappiamo bene che una parte, anche consistente, degli insegnanti ha costruito autonomamente e a proprie spese il suo sviluppo professionale, ma questo non ha coinvolto l’intero corpo docente, come era necessario, e soprattutto non ha seguito un progetto generale e una visione complessiva di sviluppo secondo direttive uniformi per tutto il sistema.

Ora abbiamo queste direttive, in forma di nove priorità nazionali per il prossimo triennio sulle quali lavorare: Lingue straniere; Competenze digitali e nuovi ambienti per l’apprendimento; Scuola e lavoro; Autonomia didattica e organizzativa; Valutazione e miglioramento; Didattica per competenze e innovazione metodologica; Integrazione, competenze di cittadinanza e cittadinanza globale; Inclusione e disabilità; Coesione sociale e prevenzione del disagio giovanile. Abbiamo un documento molto ampio, forse troppo e di non semplice lettura, che tuttavia va riflettuto sia individualmente da parte di ciascun docente sia collegialmente all’interno di ciascuna scuola, in modo da costruire azioni ai vari livelli previsti (individuale, di scuola, di rete, nazionale) che convergano ad obiettivi comuni. Obiettivi sui quali sono postate ingenti risorse economiche, dell’ordine di circa 1,4 miliardi di euro, neppure comparabili alla quantità esigua di investimenti per la formazione alla quale la scuola era da sempre abituata.

Rispetto all’altro documento sul quale c’è stata forte mobilitazione già dallo scorso anno, il Piano Nazionale Scuola Digitale, questo Piano appare meno incisivo nel disegnare le azioni e alquanto vago nell’affrontare il tema dell’obbligatorietà della formazione in termini quantitativi. La Legge 107 ha introdotto con chiarezza una formazione obbligatoria, permanente e strutturale nell’ambito degli adempimenti connessi alla funzione docente. Resta dunque alla singola scuola, nell’esercizio della sua autonomia attraverso i suoi organi collegiali di governo, definire anche quantitativamente tale obbligo e disegnare un piano di sviluppo funzionale al miglioramento degli esiti di apprendimento degli studenti, secondo le linee individuate in esito al processo di autovalutazione. Il Piano introduce il concetto di “Unità formative”, intese come un unicum al cui interno si può ricomprendere sia la classica formazione in presenza sia attività di ricerca/azione, di lavoro in rete, di progettazione e approfondimento personale, fino a riconoscere come Unità formative anche il coinvolgimento in progetti di rete, l’assunzione del ruolo di tutor per i neoassunti o funzioni di coordinamento per l’alternanza scuola/lavoro e per l’inclusione. La consistenza oraria di tali Unità non è prescrittiva, spetta dunque alla scuola stabilirla in modo significativo e, a parere di chi scrive, potrebbe consistere in circa 25 ore complessive, delle quali circa dieci da svolgersi in presenza anche attraverso modalità laboratoriali e le altre in modalità diverse (online o altre). I collegi stabiliranno il minimo numero di unità che obbligatoriamente ciascun docente dovrà completare, nell’ambito di un progetto articolato che tenga conto delle priorità nazionali, soddisfi le esigenze formative dei singoli e quelle di miglioramento dell’istituto e si avvalga delle opportunità rese disponibili dalla scuola, dalle reti, dal MIUR e da altri soggetti accreditati.

In chiusura è importante richiamare un’affermazione del Piano, laddove si legge che il sistema di sviluppo professionale continuo “guarda, inevitabilmente, alle prospettive di carriera dei docenti, in termini di legittimazione strutturale delle attività condotte”. La sensazione è che finalmente stia maturando il convincimento della necessità di una valorizzazione dei docenti attraverso una vera carriera, con diversi livelli di inquadramento professionale. Una tale progressione, alla quale dovrebbe corrispondere una differenziazione anche retributiva, si potrebbe ottenere mediante procedure selettive che tengano conto della maturità professionale raggiunta attraverso l’esperienza e anche a seguito di una adeguata formazione in servizio. Si tratterebbe di un passo in avanti davvero significativo che ci auguriamo non sia compromesso dall’incertezza attuale e da eventuali futuri cambiamenti di rotta.