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Scuola digitale

PNSD: quanto è difficile cambiare la Scuola. Ecco cosa migliorare

A conclusione del primo anno scolastico di attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale, sfida ambiziosa, dobbiamo registrare alcune criticità e possiamo individuare possibili aree di miglioramento necessario

Che ogni progetto di cambiamento porti con sé inevitabilmente una dose di resistenze e che la sua attuazione non sia esente da alcuni errori è nella normalità delle cose. Nessuno stupore, quindi, se a conclusione del primo anno scolastico di attuazione di quella sfida ambiziosa contenuta nel Decreto n. 851 del 27 ottobre 2015, che costituisce il Piano Nazionale Scuola Digitale, dobbiamo registrare alcune criticità e possiamo individuare possibili aree di miglioramento necessario, in un’ottica di collaborazione.

La sfida complessiva dell’intero progetto, articolato in 35 azioni che si svolgeranno fino al 2020, è di natura culturale. Una sfida che attualmente chiama in campo un intero Paese e che, correttamente, la scuola raccoglie, essendo il laboratorio in cui si educano le generazioni future. Mi piace ancora una volta ricordare una delle dichiarazioni di apertura del Piano: “Questo Piano risponde alla chiamata per la costruzione di una visione dell’Educazione nell’era digitale, attraverso un processo che, per la scuola, sia correlato alle sfide che la società tutta affronta nell’interpretare e sostenere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita (life-long) e in tutti i contesti, formali e non formali (life-wide)”.

Avendo chiara la sfida, non si può certo pensare che il traguardo sia vicino e facile da raggiungere. Del resto il tentativo di un analogo rinnovamento è in atto – non senza difficoltà - presso tutte le Pubbliche Amministrazioni, nel quadro dell’Agenda Digitale Italiana, con l’obiettivo di modernizzare i rapporti tra la Pubblica Amministrazione e i cittadini, sfruttando il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione e una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva. Si tratta di promuovere in tutti i cittadini e nelle Pubbliche Amministrazioni dello Stato una competenza digitale diffusa, che consenta di usare con padronanza e spirito critico le tecnologie in contesti di lavoro, durante il tempo libero e per le comunicazioni.

Già qualche mese fa avevo individuato nella governance del PNSD la principale debolezza del progetto. Un piano così articolato è sicuramente complesso nell’attuazione, ma se non si assume come prioritario l’obiettivo di rendere partecipi del piano esecutivo i dirigenti delle scuole, coloro che devono assumere la responsabilità di favorirne l’attuazione all’interno delle circa 8000 istituzioni scolastiche autonome, si trascura una leva strategica irrinunciabile. Purtroppo è ciò che è accaduto. Nessuna informazione preventiva è stata data ai dirigenti sui tempi e sulle precedenze che sarebbero state date alle diverse azioni del Piano, cosicché come in una roulette russa i relativi avvisi si sono aggiunti agli altri innumerevoli avvisi e adempimenti – tutti importanti – ai quali le scuole sono state chiamate in questo difficlie primo anno di attuazione della riforma della scuola. Dialogando con i diversi Uffici del Miur si ha la sensazione che manchi a livello centrale un coordinamento complessivo e la consapevolezza del modo deleterio con cui questo si ripercuote sull’organizzazione dell’attività nella singola scuola.

La formazione dei dirigenti e il loro coinvolgimento non solo non ha preceduto in ordine cronologico il resto delle azioni, come avrebbe dovuto, ma è stata organizzata secondo il modello degli snodi formativi territoriali, che ha garantito l’attivazione dei percorsi ma non l’unitarietà di visione e di direzione operativa. Ogni progetto di formazione che voglia essere trasformativo ha una prima fase di formazione dei formatori , mediante la quale si condividono strategie, obiettivi ed anche contenuti validati, ed una successiva fase in cui si affida ai formatori così qualificati il compito di raggiungere tutto il resto della platea dei destinatari. Poiché per molti gruppi la formazione è solo iniziata, c’è ancora il tempo per correggere la rotta, mettere assieme una task force nazionale di esperti e organizzare prima possibile, ovviamente con costi a carico dell’Amministrazione centrale, giornate immersive di formazione per i formatori, che gli snodi hanno già individuato attraverso il metodo loro indicato degli avvisi pubblici. A livello di Ufficio Scolastico Regionale poi, dovrebbe esser costruito un Piano di formazione continua dei dirigenti - che sia reso noto con adeguato anticipo - tale da comprendere in modo organico le iniziative relative alle diverse tematiche, incluse quelle del digitale, in modo che la partecipazione alle stesse possa essere programmata e soprattuto percepita come un adeguato accompagnamento al cambiamento. Non è inutile a questo punto, ahimè, ricordare che il Piano Nazionale di Formazione previsto dalla Legge 107/2005 non è ancora stato emanato e che a cascata, dunque, ci si muove senza espliciti indirizzi a livello regionale e di singola scuola.

Tutto questo per evitare il rischio di frammentazione ed inefficacia, che è già percepito a livello di formazione dei docenti (Animatori Digitali e Team per l’innovazione) e per avviare una vera trasformazione sistemica, evitando di ripetere gli errori del passato. Ingenuo, del resto, supporre – se questa era l’idea, come è sembrato - che l’individuazione dell’Animatore Digitale avrebbe potuto sopperire al mancato coinvolgimento dei dirigenti, come se su un docente si potesse riversare una responsabilità tanto elevata senza che tale responsabilità fosse dapprima condivisa col dirigente e poi da questo, eventualmente, opportunamente delegata.

Ottimo dare visibilità alle best practices cui le scuole possano ispirarsi, ma ingenuo supporre che poche esperienze, sia pure di elevato livello, possano avere capacità trasformativa sistemica. Mi riferisco agli School Kit presenti sul sito MIUR, “modelli di istruzioni passo-passo per accompagnare le scuole nell’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale ”, ma sto anche pensando alle pregevoli esperienze di innovazione presentate alla DigitalSummer@Miur, la scuola estiva di formazione sul digitale del Ministero dell'Istruzione. Piuttosto che riservarne la partecipazione a ristretti gruppi casuali – così almeno sembrano costituiti i gruppi partecipanti, docenti di Roma o dintorni che a proprie spese sono in grado in tempo utile, una volta appresa la notizia, di registrarsi e recarsi al MIUR – sarebbe più opportuno pianificarne la realizzazione sui territori, tutti senza eccezione, consentendo un aggiornamento di qualità a tutti gli insegnanti. Non dimentichiamo che la Legge 107/2015 ha finalmente sancito l’obbligatorietà della formazione, ma senza un Piano Nazionale non è chiaro inquali termini e in che quantità per ciascuno.

Tra gli aspetti di rilievo non va trascurata la questione della tipologia di formazione. L’occasione dell’ingente investimento in formazione del Piano non può essere vanificata attuando, come è avvenuto nella maggior parte dei casi, una formazione trasmissiva a dirigenti e docenti. Non si cambiano le pratiche didattiche consolidate se non attraverso la possibilità si sperimentare le nuove attivamente, in piccoli gruppi collaborativi e con la guida di formatori esperti. Non si sviluppano competenze di e-leadership sentendone raccontare i vantaggi e le implicazioni. Non seminari, dunque, non grandi convention in auditorium o fiere, ma workshop per piccoli gruppi e scambio di esperienze e di pratiche. A questo metodo vanno formati prima di tutto i formatori, anche per i docenti, avvalendosi di competenze che possono provenire anche dall’esterno del mondo della scuola, da quegli ambiti aziendali o universitari di avanguardia, da tempo abituati ad organizzare la formazione di team secondo un modello di co-design, che favorisce anche lo sviluppo di competenze trasversali, le cosiddette soft skill, così necessarie ai nostri docenti e ai nostri ragazzi.