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Data management

Open data, il cambiamento non si realizza a costo zero

I dati ci sono, iniziano a essere utilizzati, ma manca ancora un piccolo investimento di risorse umane/competenze nelle PA per accompagnare e seguire in modo resiliente questo grande cambiamento epocale che stiamo vivendo

Lo sviluppo di economie e società data driven è ormai evidente ed è una delle chiavi di lettura per capire come sta cambiando e cambieranno i nostri contesti di lavoro e in generale la nostra vita quotidiana.

Le Pubbliche amministrazioni hanno accelerato questo processo per quello che spettava loro: oggi il tema “open data” è conosciuto, abbastanza praticato, valutato, migliorato, migliorabile. Molte questioni legate al suo sviluppo, in ottica non locale ma pan-europea, per abilitare un mercato unico digitale europeo, sono esplicitate e il lancio dell’European Data Portal offre oggi un riferimento pratico per creare questa armonizzazione necessaria per sviluppare crescita economica sulla materia prima “dato”.

Come possiamo a livello nazionale, come possono i diversi territori, trovare il metodo di lavoro più efficace per accelerare questo processo e creare valore attorno e dentro i singoli patrimoni informativi?

Mi pare che ci sia un accordo diffuso sulla necessità di lavorare sugli standard: dei codici, dei vocabolari, dei metadati; sul garantire qualità dei dati e sostenibilità di questa qualità nel tempo; di abilitare lo sviluppo di servizi rendendo più facilmente usabili e interrogabili dalle PMI i nostri cataloghi dati; sul creare dei territori ad alta e diffusa cultura del dato partendo soprattutto dalle nuove generazioni. A supporto ci sono tools già disponibili e piattaforme di lavoro per costruire e migliorare gli standard a livello europeo , per armonizzare in ottica cross border, multilingua, i nostri dati.

Abbiamo anche ormai superato la fase avvilente “apriamo i dati ma nessuno li usa”. Non è vero. Chi sta lavorando da anni in questo settore e ha saputo adattarsi, in modo resiliente al cambiamento continuo, ha sviluppato i suoi nuovi modelli di business ed esperienze di successo ci sono. Si tratta di trovare il modo per evidenziare questi nuovi mercati così veloci che a fatica sono tracciati nelle statistiche ufficiali. In tal senso, metodi di analisi big data, ci aiutano anche in questo.

Ok, sappiamo cosa fare, sappiamo dove trovare le informazioni per fare bene le cose, cosa manca per migliorare un po’ i punteggi che il sondaggio ha raccolto?

Credo che quello che ancora non ci sia, quello che ancora manchi, sia un piccolo investimento di risorse umane/competenze nelle PA per accompagnare e seguire in modo resiliente questo grande cambiamento epocale che stiamo vivendo.

In quanti siamo, dentro le PA, nelle diverse amministrazioni, a lavorare su questo processo di cambiamento organizzativo profondo, che ormai è evidente, che è connesso a un ancora più profondo processo di cambiamento sociale ed economico che tutti stiamo sperimentando e che la categoria “ data driven economy” evoca così bene?

Pochi. Pochissimi.

Senza entrare in analisi troppo dettagliate che non saprei nemmeno affrontare parlo concretamente di cosa significhi dentro una PA ritrovarsi in pochi a lavorare su un processo. Significa che non è stato allocato un budget. Stiamo cioè accompagnando un processo di cambiamento epocale senza risorse di budget dedicate, o allocate residualmente, come se si trattasse di un progettino fra tanti.

Credo che la pervasività di questo cambiamento, il fatto che sia connesso al primo anello della catena di valore economico che ruota attorno al dato , abbia reso evidente, almeno a chi ci sta lavorando, di quanto quello che si sta facendo sia trasversale, infrastrutturale, prioritario a monte, per tutto quello che altri poi svilupperanno a valle .

La qualità dei dati è un fattore abilitante il cambiamento e lo sviluppo digitale. I dati sono una delle infrastrutture abilitanti l’innovazione. Lo diciamo da anni ma oggi è anche evidente.

Se veramente si vuole governare questo processo è necessario trovare dei budget, ma dove ?

Avrei su questo una “modesta proposta”

Se i nostri dati servono allo sviluppo economico dei nostri territori, se questo sviluppo economico è legato a mercati extralocali oltre che locali, legato alle capacità di innovare, di fare ricerca applicata, la mia proposta è che questo budget sia trovato nei budget di questi settori. Non è una “proposta screanzata”, sappiamo per esperienza che per fare qualità nei nostri dati non servano annualmente budget milionari, ma veramente si possa lavorare bene riallocando un po’ di personale e avendo un po’ di budget per piccoli sviluppi che adattano piattaforme e tools che ci sono già, borse post doc di approfondimento di tematiche sempre in cambiamento, un po’ di formazione.

L’incidenza di questo budget su altri budget, che invece, è normale che siano di entità molto superiore, potrebbe essere in pratica impercettibile. Un metodo simile a quello del microcredito alle donne africane: un piccolo investimento in un nodo cruciale del sistema di valore economico produce moltissimo come ricadute successive . L’8 per 1000 ? Il 5 per 1000 ? Meno ? una percentuale di qualche entità, da destinare ad una funzione fondamentale perché altri - chi si occupa di sviluppo economico, di ricerca e conoscenza - possa poi dar corso a politiche per sviluppare competenze, nuove professionalità che operano con questa nuova materia prima che sono i dati.

Se i dati servono alla crescita economica innovativa, è chiaramente interesse delle strutture che ne hanno la responsabilità, fare il possibile perché questo valore non sia sprecato.

In qualche modo la proposta di creare funzioni organizzative quali il “Chief Data Officer” “Data Quality Manager” dentro la PA, è un modo per rispondere a questa esigenza, ma nel pensare a “posizioni organizzative” intravedo anche alcuni rischi. Prima di tutto serve allocare risorse di budget, non basta un Data Manager, molti di noi lo sono “de facto”, ma sappiamo concretamente che non è sufficiente.

Servirebbe invece un vero impegno, anche minimale, di budget per assicurare lavoro, capacità e diffusione di conoscenze. E questo impegno deve essere diffuso è motivato trasversalmente, di sicuro sui settori che più stanno facendo politiche sull’economia guidata dai dati, ma probabilmente pervasivamente su tutti i settori della PA.

Perché questo processo di cambiamento è ormai evidente e lo sperimentiamo tu tutti i nostri diversi piani esistenziali, ma nella PA richiede di essere accompagnato e governato in modo coordinato tramite microstrutture flessibili, trasversali, che supportino i colleghi, a sviluppare cultura del dato a beneficio del mondo che sta fuori dai nostri uffici e che riguarderà sempre più i nostri figli e nipoti.


*Francesca Gleria lavora da 4 anni al Progetto Open Data Trentino avviato dalla Provincia autonoma di Trento