Bene le linee guida AgID sugli Open Data, urgente un modello di collaborazione a rete - FPA

Bene le linee guida AgID sugli Open Data, urgente un modello di collaborazione a rete

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Le linee guida AgID sono uno strumento utile, ben scritto e che raccoglie bene quanto di meglio si è fatto in questi anni nel nostro Paese. Bisogna costruire adesso però un modello di collaborazione a rete fra i vari nodi della PA

23 Settembre 2016

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Francesca Gleria, Community Open Data Trentino

Le linee guida AgID sono uno strumento utile, ben scritto e che raccoglie bene quanto di meglio si è fatto in questi anni nel nostro Paese. Il documento, in consultazione fino al 9 di ottobre, è uno strumento utile, ben scritto e che raccoglie bene quanto di meglio si è fatto in questi anni nel nostro Paese. Si possono limare dei passaggi, migliorare alcune cose, ma di sicuro è un ottimo documento di sintesi, riordino e anche d’indirizzo.

La settimana scorsa c’è stato un webinar partecipato con un bel clima fattivo con più di 130 persone a seguirlo e a chattare. Persone competenti, che sanno di cosa si sta parlando e ne conoscono la complessità e le sfide.

Il documento è strutturato attorno a 10 azioni. Le condivido: certo bisogna fare così.

Ma c’è un sottofondo strano, qualcosa che suona lontano. Non dipende dal lavoro dei colleghi di AGID OD . Mi soffermo sull’azione 6 quella sul modello organizzativo. Un team open data, un data manager, un responsabile della banca dati, un referente tecnico, un referente tematico, l’ufficio statistico, quello giuridico amministrativo, un team comunicazione. So esattamente di che funzioni si sta parlando. So come si lavori bene con queste competenze individuate ed allocate.

Qualcosa continua a suonare lontano.

Rileggo le 10 azioni e sono tutte rivolte ad un “tu”. Una seconda persona singolare.

Ecco la chiave di lettura. Quel tu singolare che si confronta quotidianamente con tutte quelle cose da fare dentro un flusso di trasformazione così profondo, così interessante e così isolato.

Quello che manca alle linee guida nazionali per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico è un progetto di riforma radicale e veloce della funzione del servizio pubblico in una società, economia, pubblica amministrazione data driven.

Un progetto di riforma che riconosca, nelle difficoltà in cui la pubblica amministrazione sta vivendo da anni, la sua nuova funzione, che non è di motore dell’innovazione, non è di grande consumatore pagante di tecnologia digitale e non è nemmeno sufficientemente riassumibile con un “digital first”.

Le linee Guida citano il piano triennale IT per la PA: nel “modello strategico di evoluzione dell’ICT per la PA“ rilevo un grande assente: ci sono gli ecosistemi, le infrastrutture immateriali nazionali, le infrastrutture fisiche, ma manca qualcosa. Manca l’infrastruttura logica che abilita tutto il resto, cioè la cultura del dato, quella che è ben descritta dalle linee guida AGID e che quel “tu solitario” dovrebbe cercare di garantire.

La mia esperienza è che nei nostri uffici non si tratta tanto di attuare direttive europee, di adeguare le normative a nuovi sviluppi tecnologici o a nuovi modelli di mercato, quello che abbiamo sperimentato in questi anni è la necessità di cambiare profondamente il modo di lavorare dentro e fra gli uffici, fra le regioni, fra le regioni e Roma, fra i diversi Paesi europei, fra il servizio pubblico e le intelligenze diffuse sui territori, fra la ricerca e le imprese.

E’ questo il cambiamento che bisogna trovare il modo per realizzare. Ogni volta che ci siamo riusciti – e in qualche modo anche queste linee guida ne sono un risultato – abbiamo avuto la sensazione di come dovrebbe essere e cosa si produca quando ci si riesce.

Un cambiamento che ha al centro una materia prima strana, che non si consuma quando la si usa, che più esce dai recinti più crea valore e più permette sviluppi e nuove soluzioni. Una materia prima che cresce così velocemente che qualsiasi tentativo di indirizzarla rischia di bloccarla e soffocarla. Una velocità di crescita tale non è gestibile con vecchi schemi organizzativi e vecchie modalità di collaborazione e che raggiunge risultati anche fuori dai contesti ufficiali grazie a varie community, che attiva scambi di saperi e conoscenze informali, che sopravvive nonostante le difficoltà perché sta nelle cose e non nei modelli teorici.

Le linee guida AgID sugli open data sono un buon documento, quello che bisogna costruire ora è un modello di collaborazione a rete fra i vari nodi locali – regionali – nazionali – europeo. Mi è tornata in mente l’esperienza del CRC (Centri Regionali di Competenza), il modo in cui, in quella prima stagione, si fosse riusciti a creare rete fra centro e periferie. La natura stessa della centralità del dato permette oggi forse, di superare anche una certa deriva competitiva al ribasso perché in questo campo non si riesce ad avere risultati da soli. Troppo ampio, troppo sfaccettato.

Digital single market non significa il mercato di uno solo o di pochi significa un unico grande spazio per tanti e diversi mercati: spazio per grandi gruppi, per gradi investimenti di ricerca e di big player e spazio anche per valorizzare la grande varietà sociale e culturale dei territori. Questa valorizzazione avviene attraverso standard condivisi, qualità, accordi sui vocabolari, sulle licenze, continuità. Insomma tutte le azioni descritte nelle linee guida con un occhio all’Europa, al nazionale e al locale. Ma serve una visione dei dati come infrastruttura che abilita il cambiamento in atto e a questo cambiamento dare il necessario commitment perché si realizzi.