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Castellani: “Spc abilita una vera cooperazione applicativa, ecco come”

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Vanno definiti degli standard nazionali per interoperare davvero. Le regole per la cooperazione sono sempre rimaste del tipo “punto a punto” per cui ogni Amministrazione deve definire un Accordo di Servizio con ogni altro Ente con il quale deve cooperare

20 Giugno 2016

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Laura Castellani, coordinatrice tecnica "Cittadinanza Digitale" per la Commissione speciale Agenda Digitale delle regioni/Direzione Generale Organizzazione e Sistema Informativo, Regione Toscana

Il tema della “cittadinanza digitale” è ad oggi una delle priorità e all’interno di questa non possiamo più prescindere dal garantire servizi sempre più efficienti ed efficaci per cittadini ed imprese. Il cittadino deve essere messo al centro. L’Italia è agli ultimi posti nell’utilizzo dei servizi online ed occorre quindi ad oggi un forte cambio di passo che permette di colmare velocemente questo gap.

Le azioni che devono essere messe in campo non sono prevalentemente di tipo tecnologico ma di tipo organizzativo. Deve essere attuato un vero e proprio cambiamento nella PA affinchè questa diventi davvero digitale. Occorre ripensare i back-office delle Pubbliche Amministrazioni intervenendo in primis sulla struttura e sull’organizzazione degli uffici stessi e soprattutto sulla riorganizzazione dei processi interni.

Nel ripensamento dei processi la cooperazione applicativa deve giocare un ruolo di attore principale per far sì che davvero il cittadino possa vedere “UNA” pubblica amministrazione e non un insieme di Enti che hanno regole diverse e che non hanno nessun colloquio tra di loro.

Già fin dagli anni 2000 quando fu realizzato il Sistema Pubblico di Connettività, era stata giustamente associata anche la componente SPCoop per la cooperazione applicativa, che si è poi dispiegata sui territori regionali grazie al progetto ICAR che ha dotato tutte le Regioni delle porte di dominio necessarie per l’interoperabilità.

Quindi le infrastrutture per comunicare sono state fatte ma il problema è che non abbiamo mai spinto l’acceleratore sulla parte fondamentale che è quella della definizione degli standard e la loro adozione come standard nazionali su ogni colloquio necessario in maniera da parlare tutti lo stesso linguaggio e quindi interoperare davvero. Le regole per la cooperazione sono sempre rimaste del tipo “punto a punto” per cui ogni Amministrazione deve definire un Accordo di Servizio con ogni altro Ente con il quale deve cooperare. Le “strade” realizzate per la cooperazione sono rimaste sotto utilizzate e non sono mai davvero diventate l’unico mezzo di comunicazione ogni qualvolta si debba interoperare.

Ci sono alcuni casi come quello per esempio della Regione Toscana dove invece, grazie al fatto che è stato istituito e istituzionalizzato il processo regionale di definizione degli standard e della loro adozione (eToscana Compliance) con il coinvolgimento pesante del mondo dei fornitori, l’infrastruttura per l’interoperabilità e la cooperazione applicativa viene pesantemente utilizzate ed è stata adottata come l’unico modo di interoperare.

Quindi ad oggi dobbiamo continuare ad investire pesantemente su questo tema facendo evolvere però verso nuovi paradigmi dettati dal cambio di passo che dobbiamo fare per avere davvvero una PA Digitale .

SPCoop è nato per il colloqui solo tra Pubbliche Amministrazioni mentre ad oggi non è pensabile pensare di non coinvolgere anche il mondo dei privati se davvero vogliamo fornire servizi completi ed efficienti a cittadini ed imprese.

I punti fondamentali erano già presenti nel piano di e-government del 2000 e ad oggi abbiamo tutti i requisiti di tipo tecnologico che forse all’epoca non erano ancora maturi:

  • che tutte le amministrazioni e gli enti siano dotati di un sistema informativo progettato non solo per l’automazione delle funzioni e delle procedure interne della amministrazione e per l’erogazione di servizi ai propri utenti, ma anche per l’erogazione di servizi direttamente ai sistemi informatici delle altre amministrazioni ;
  • che tutti i sistemi informativi di tutte le amministrazioni siano connessi tramite una rete tra pari, senza gerarchie che riflettano sovrastrutture istituzionali o organizzative. Le limitazioni ed i vincoli all’interazione tra i sistemi dovranno derivare solo dalla natura dei servizi da erogare.
  • che tutte le amministrazioni che svolgono un ruolo di back-office, cioè che per ragioni istituzionali possiedono archivi contenenti informazioni necessarie alla erogazione di servizi propri, ma anche di servizi di amministrazioni terze, rendano accessibili senza oneri i propri servizi sulla rete a tutte le amministrazioni che svolgono un ruolo di front-office , per consentire loro la erogazione del servizio senza richiedere al cittadino informazioni già in possesso della Amministrazione;
  • che le amministrazioni di front-office realizzino una integrazione dei servizi delle amministrazioni di back-office per fornire servizi integrati secondo le esigenze del cittadino e non secondo l’organizzazione delle amministrazioni eroganti .
  • che l’identificazione (autenticazione) del richiedente il servizio, cittadino o impresa, e la verifica delle sue autorizzazioni, avvengano secondo una modalità uniforme su tutto il territorio nazionale utilizzando mezzi di identificazione indipendenti dal servizio richiesto allo scopo di garantire la possibilità di accesso ad ogni servizio in ogni luogo. A questo fine verrà utilizzata la carta di identità elettronica come strumento privilegiato di accesso a tutti i servizi della pubblica amministrazione.

Si tratta ad oggi di realizzarli secondo un nuovo modello che deve coinvolgere anche il mondo dei privati e che parta del presupposto che la Pubblica Amministrazione si deve concentrare sui sistemi di back-office rivisitando i processi interni in ottica di servizi digitali e non digitalizzando il cartaceo e che metta poi a disposizione dei servizi sotto forma di “open services” (API) che permettano a chiunque, sia pubblico che privato, di sviluppare servizi di front-office. La PA potrà continuare a sviluppare solo dei servizi di front-office di uso più comune. Si tratta di fare un passo avanti rispetto agli open data che offrono solo dei dataset e non permettono di avere invece informazioni in tempo reale.

Alla base di tutto c’è un nuovo modello secondo il quale la PA dovrebbe concentrarsi più sui back-office in particolare sulla parte organizzativa e di processo in maniera da fornire servizi di back-office sempre più qualificati ed aperti all’utilizzo da parte del mercato (che svilupperà i front-end) arrivando a creare un vero e proprio “market-place” dei servizi della PA.

Questo nuovo modello di partnership con i privati sta già alla base di SPID stesso che va proprio in questa nuova ottica di un nuovo modello in cui la PA smette di fornire credenziali proprie ( e quindi smette di sviluppare sistemi che fanno questo tipo di mestiere che comporta anche quindi risparmi notevoli) e si lavora in collaborazione con il privato che invece fornisce credenziali usate anche dal mondo pubblico.

Ovviamente l’interoperabilità è alla base di questo nuovo paradigma per cui il nuovo modello di SPC e SPCoop dovrà essere rivisto in tal senso: non si potrà parlare di SPC senza SPCoop perché non avrebbe senso avere una rete distinta da Internet se questa non viene usata per gli scambi tra Pubbliche Amministrazioni. Quindi riprogettiamo SPCoop e rilanciamo l’interoperabilità e l’integrazione tra i sistemi di back office delle amministrazioni secondo il nuovo modello sopra descritto perché questo , messo accanto alla riorganizzazione dei processi della PA, è un requisito ed un componente fondamentale per presentarsi ai cittadini come una vera PA Digitale.

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