Buoni cittadini grazie alla Scuola: è il nesso fondamentale (e lo stiamo dimenticando) - FPA

Buoni cittadini grazie alla Scuola: è il nesso fondamentale (e lo stiamo dimenticando)

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Non ci può essere alcuna “cittadinanza digitale” se, prima, non vengono garantite le condizioni minime, che evidentemente precedono, nella sostanza, le altre e che ne rappresentano la più essenziale delle garanzie

4 Marzo 2016

D

Piero Dominici

Penso sia importante non tanto sottolineare le stretta, strettissima correlazione – a mio parere, si tratta perfino di un nesso di causalità – esistente tra un’istruzione e un’educazione di qualità (concetto complesso che va sciolto) e la qualità della cittadinanza e della stessa democrazia; quanto quello di evidenziare il ruolo strategico di scuola e istruzione

  • nell’educazione, preparazione e formazione di cittadini, non soltanto consapevoli dei loro diritti, ma partecipi del bene comune (civismo);
  • nella costruzione di una cittadinanza piena, matura, fondata su relazioni quanto più simmetriche possibile tra Stato e cittadini;
  • nella definizione e realizzazione di condizioni sociali, politiche, economiche e culturali – le “variabili” complesse del nostro discorso – che di fatto abilitano i cittadini nell’esercizio dei loro diritti e che sono (pre)requisiti fondamentali preesistenti alle questioni, altrettanto importanti, riguardanti la cittadinanza digitale.

In termini estremamente semplici: non ci può/potrà essere alcuna “cittadinanza digitale” se, prima, non vengono garantite le condizioni minime della “cittadinanza”, che evidentemente precedono, nella sostanza, le altre e che ne rappresentano la più essenziale delle garanzie.

E’ importante anche parlare, come approfondiremo successivamente, dell’importanza della scuola nell’affrontare la ben nota “questione culturale”, le sfide della complessità e di un’innovazione che rischia di rimanere opportunità per pochi; partendo anche da un ripensamento complessivo dei percorsi didattico-formativi e dall’urgenza di superare quelle che ho definito, in tempi non sospetti, le “false dicotomie”.