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L’amministrazione condivisa dei beni comuni

Essere cittadino attivo ormai è considerata da molti una cosa (quasi) normale. E questo probabilmente spiega il grande interesse verso il Regolamento per la cura condivisa dei beni comuni, che nella sua semplicità è la risposta più efficace alla domanda: “Come posso prendermi cura, all’interno di un quadro di regole certe e chiare, dei beni comuni della mia città, così da migliorare la qualità della mia vita?”

Foto di Jean-Pierre Dalbéra rilasciata in cc https://flic.kr/p/22djjrJ

Il principio costituzionale di sussidiarietà è un principio rivoluzionario la cui carica innovativa è stata però vanificata per anni dalla mancanza di norme di rango inferiore alla Costituzione.
Non basta infatti dire, come fa l’art. 118 ultimo comma della Costituzione, che i poteri pubblici “favoriscono le autonome iniziative dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”. È un’affermazione rivoluzionaria perché significa riconoscere che quando i cittadini si attivano non sono utenti o amministrati, secondo le categorie del Diritto amministrativo ottocentesco, bensì soggetti responsabili e solidali che in piena autonomia collaborano con l’amministrazione nel perseguimento dell’interesse generale o, detto in altro modo, nella cura dei beni comuni.
Ma riconoscere in Costituzione il passaggio dei cittadini da amministrati ad alleati non basta, se poi invece le leggi ed i regolamenti continuano a considerarli come amministrati.
E infatti da quando nel 2001 il principio di sussidiarietà è entrato in Costituzione, pur volendo i cittadini applicarlo per prendersi cura dei beni comuni del proprio territorio, gli amministratori locali non glielo hanno consentito, temendo di assumersi responsabilità e di incorrere in sanzioni.
Ecco perché, con l’aiuto determinante del Comune di Bologna, Labsus ha tradotto l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione in un regolamento comunale di 36 articoli, scaricato finora dal nostro sito da migliaia di persone e associazioni.
Dal punto di vista strettamente tecnico-giuridico la scelta, in assenza di leggi in materia, di dare attuazione con un regolamento comunale ad un principio costituzionale potrebbe sembrare azzardata. Ma come dimostra l’esperienza di questi tre anni è stata invece una scelta vincente, per vari motivi.
Innanzitutto, al contrario di quella legislativa la procedura per l’approvazione di un regolamento comunale è semplice e rapida. Inoltre in questo modo ciascuno degli 8.057 comuni italiani può, se vuole, adattare il regolamento-tipo alla propria realtà. E infatti nei 134 comuni in cui ad oggi il Regolamento è stato adottato ci sono state modifiche che hanno dato vita a testi più snelli e semplici da applicare rispetto a quello originario.
È da notare che in tutti i Comuni in cui il Regolamento è stato adottato, il Consiglio comunale lo ha approvato all’unanimità o, nel peggiore dei casi, con qualche astensione. Questo è molto importante, per vari motivi.
Innanzitutto l’approvazione anche da parte delle opposizioni di un Regolamento che innova in maniera così radicale i rapporti fra cittadini e amministrazione dimostra che ci sono temi, come appunto la cura dei beni comuni da parte dei cittadini stessi, intorno ai quali noi italiani, sempre pronti a contrapporci in fazioni, riusciamo invece a trovare un accordo.
Un altro motivo per cui è importante l’approvazione unanime del Regolamento sta nel fatto che la sua applicazione non è burocraticamente indolore. Approvare il Regolamento è una scelta politica che un numero crescente di amministratori locali sta facendo ovunque, perché i vantaggi per chi amministra sono evidenti. Ed è una scelta che oltretutto incontra il favore dei cittadini perché, per quanto strano possa sembrare, l’Italia è piena di persone che non vedono l’ora di rimboccarsi le maniche e prendersi cura, insieme con i vicini e con l’amministrazione comunale, di piazze, strade, fontane, giardini, scuole, teatri, edifici abbandonati… in altri termini, dei beni comuni, materiali e immateriali.
I problemi vengono dopo, quando il Regolamento sull’amministrazione condivisa deve essere applicato, perché lì ci si scontra con le incrostazioni di potere, le chiusure mentali e anche la pura e semplice pigrizia di dipendenti pubblici che non ne vogliono sapere di riconoscere nei propri concittadini dei soggetti attivi, preferendo di gran lunga mantenerli nella posizione passiva di utenti e amministrati.
Ma se il Regolamento è stato approvato dal Consiglio comunale all’unanimità, chi in quel momento è in Giunta può farsi forte del sostegno di tutte le forze politiche per superare questo tipo di resistenze. E a quel punto coloro che negli uffici pensano di usare la tecnica della resistenza passiva sanno che anche le forze politiche che in quel momento sono in minoranza, una volta diventate maggioranza, vorranno applicare il Regolamento che hanno votato.
Il Regolamento è una piccola cosa, rispetto ai problemi del Paese. Ma a volte sono le piccole cose che fanno la differenza, se sono in sintonia con i grandi cambiamenti nel modo di pensare di tante persone. E il Regolamento, ce ne siamo resi conto girando l’Italia in questi anni, è in sintonia con un cambiamento culturale profondo, che al momento riguarda una minoranza di cittadini, ma che potrebbe in tempi relativamente brevi diventare un fenomeno molto più ampio, liberando le infinite preziosissime energie nascoste nelle nostre comunità.
Si capisce da tanti segnali, comprese le mail che arrivano a contatti@labsus.net, che essere cittadino attivo ormai è considerata da molti una cosa (quasi) normale. E questo probabilmente spiega il grande interesse verso il Regolamento, dovuto al fatto che nella sua semplicità è la risposta più efficace alla domanda: “Come posso prendermi cura, all’interno di un quadro di regole certe e chiare, dei beni comuni della mia città, così da migliorare la qualità della mia vita?”.
Sembrerebbe, insomma, che molti italiani abbiano deciso, in maniera del tutto autonoma, di assumersi la responsabilità della cura dei beni comuni materiali e immateriali presenti nei luoghi in cui vivono.
Perché l’altro aspetto fondamentale di questo grande cambiamento culturale sta appunto nell’attivarsi autonomo di persone che non si sentono né si comportano come supplenti che rimediano ad inefficienze dell’amministrazione pubblica, bensì come cittadini che si riappropriano di ciò che è loro. Perciò lo fanno con entusiasmo, allegramente, approfittando dell’occasione per stare insieme con gli amici ed i vicini di casa, con quel gusto tutto italiano per la convivialità che è una delle nostre caratteristiche migliori. E tutto questo non soltanto è bellissimo in sé, ma liberando le energie presenti nelle nostre comunità dà un contributo fondamentale alla rinascita del nostro Paese.