Città laboratori di futuro: dalla capacità di reggere alla capacità di anticipare

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Le città sono il luogo in cui la complessità sociale si manifesta con maggiore evidenza. Governarla richiede di continuare a garantire servizi e protezione, ma anche di imparare a riconoscere i cambiamenti mentre si formano: le fragilità che chiedono risposta e le opportunità di lavoro, innovazione e partecipazione che chiedono di essere riconosciute. È questa la sfida che il tavolo di Modena intende aprire: mettere in rete sindaci e assessori come amplificatori cognitivi dei territori, in un percorso che proseguirà verso FORUM PA

11 Settembre 2026

Gianni Dominici

Amministratore Delegato FPA

M

Massimo Mezzetti

sindaco di Modena

Foto di Gianni Dominici

Le città sono il punto in cui le grandi trasformazioni del nostro tempo diventano esperienze quotidiane. L’invecchiamento della popolazione, le nuove disuguaglianze, l’accesso alla casa e ai servizi, la precarietà del lavoro, le migrazioni, la crisi climatica, le solitudini, le domande di partecipazione e i nuovi linguaggi della vita sociale non arrivano mai in modo separato. Ma nello stesso spazio prendono forma iniziative giovanili, startup, nuove professioni, artigianato evoluto, reti di prossimità, imprese culturali e sociali, modi inediti di produrre valore e di abitare le comunità. Fenomeni diversi si intrecciano nei quartieri, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli uffici pubblici. E chiedono alle amministrazioni uno sguardo che nessuna delega, nessun settore e nessun indicatore riescono da soli a esaurire.

Questa è la condizione urbana della complessità. Non una successione di emergenze, ma un insieme di fenomeni interdipendenti, fatto di criticità e di possibilità. Una scelta sulla mobilità modifica l’accesso al lavoro e ai servizi. La fragilità abitativa si lega alla povertà, alla salute e alla qualità delle relazioni di vicinato. La transizione ecologica incide sulle economie locali, sui consumi, sulle differenze fra territori e può aprire nuovi spazi di impresa, competenza e occupazione. Anche le tecnologie della trasformazione digitale, compresa l’intelligenza artificiale, non sono una questione a parte: entrano nelle relazioni con i servizi, nell’organizzazione del lavoro pubblico, nelle possibilità di accesso ai diritti e nella nascita di nuove attività e professionalità.

In questi anni le città hanno dimostrato una notevole capacità di reggere. Hanno affrontato crisi, garantito continuità ai servizi, tradotto investimenti in progetti, avviato le “transizioni” (ecologica, sostenibile, digitale), sostenuto comunità e reti locali. La fase che si apre dopo il ciclo straordinario del PNRR, tuttavia, pone una domanda ulteriore. Non basta rendere duraturi e sostenibili gli interventi realizzati. Occorre capire come le amministrazioni possano accrescere la propria capacità di leggere le trasformazioni che stanno maturando, prima che assumano la forma dell’emergenza o della disuguaglianza consolidata.

Anticipare non significa predire

Anticipare non significa pretendere di conoscere il futuro, né sostituire il governo democratico con una previsione tecnica. Significa costruire istituzioni capaci di ascoltare ciò che sta cambiando, di formulare scenari plausibili, di confrontarsi sulle conseguenze e di preparare risposte che possano essere corrette nel tempo.

La governance anticipatoria nasce da qui. Non è un esercizio di divinazione. È una postura pubblica che aggiunge alla cura dell’esistente la responsabilità verso il possibile. Una postura che chiede alle amministrazioni di non limitarsi a intervenire sui problemi quando sono ormai pienamente visibili e misurabili, ma di riconoscere domande, tensioni e pratiche emergenti quando sono ancora incerte e ambigue.

Gli strumenti esistono: l’osservazione dei segnali deboli, l’horizon scanning, le mappe di scenario, l’analisi degli effetti diretti e indiretti delle decisioni, gli spazi deliberativi di ascolto, le sempre maggiore disponibilità di dati e di strumenti evoluti per la loro organizzazione, elaborazione, modellazione di scenari. Non vi sono formule tecniche da applicare in modo standardizzato. Sono dispositivi che aiutano a cambiare il modo in cui una città guarda a sé stessa: non soltanto attraverso stati consolidati e bisogni già classificati, ma anche attraverso ciò che è periferico, intermittente, inatteso.

Un segnale debole non annuncia necessariamente un rischio. Può essere una domanda sociale ancora priva di risposta, ma anche un’iniziativa giovanile, una startup che sperimenta un servizio, un laboratorio artigiano che rinnova una filiera, una nuova professione che emerge, una comunità che trova forme originali di cooperazione. Conoscerli e osservarli significa dare cittadinanza pubblica a fenomeni che non hanno ancora la forza dei numeri, ma possono indicare direzioni di sviluppo, generare lavoro e suggerire nuove alleanze fra amministrazione, formazione, impresa e società.

I margini come capacità di conoscenza

È qui che il tema dei margini diventa centrale. Troppo spesso le periferie territoriali (che non corrispondono solamente a luoghi geografici), le comunità vulnerabili e i gruppi sociali meno rappresentati vengono osservati soprattutto come destinatari di interventi riparativi. Questa prospettiva è necessaria ma insufficiente. I “margini” sono luoghi in cui le contraddizioni del cambiamento diventano visibili prima e in modo più netto, ma anche luoghi in cui la necessità attiva immaginazione, cooperazione e intraprendenza. Per questa ragione, sono luoghi di conoscenza e di generazione di futuro.

Chi incontra per primo una barriera nell’accesso ai servizi, chi sperimenta nuove forme di fragilità abitativa o lavorativa, chi vive la distanza dalle opportunità, chi costruisce reti informali di mutuo aiuto, spesso vede una trasformazione prima che essa compaia nelle statistiche o nel dibattito pubblico. Non perché possieda una verità definitiva, ma perché occupa un punto di osservazione che il centro non può sostituire.

La partecipazione assume quindi un significato più forte. Non è soltanto una garanzia democratica o una clausola sociale dell’innovazione. È una condizione per conoscere meglio la città. Far entrare i margini nei processi di ascolto, conoscenza, interpretazione e decisione significa ampliare ciò che l’istituzione riesce a vedere, mettere alla prova le proprie categorie e individuare bisogni e soluzioni che non nascerebbero nei luoghi consueti della decisione. L’inclusione è anche una condizione epistemica: senza le voci e le esperienze che restano fuori dai pattern dominanti, l’innovazione rischia di diventare strategicamente cieca.

Comunità, aree interne e territori fragili non intercettano solo criticità. Possono cogliere per primi rischi e opportunità e offrire soluzioni che il centro spesso non vede. Questa prospettiva consente di liberare i margini da una narrazione esclusivamente negativa o riparativa. Nei contesti in cui le risorse sono più scarse e i problemi più acuti nascono spesso pratiche di cooperazione, adattamento e innovazione sociale: imprese di comunità, percorsi di autoimprenditorialità, competenze artigiane che si rinnovano, iniziative culturali e giovanili capaci di dare nuova vita a luoghi e relazioni. Non sono soluzioni minori né semplici supplenze di fronte alla carenza pubblica. Possono diventare esperienze da riconoscere, mettere in relazione e, quando possibile, tradurre in nuove capacità delle politiche urbane.

Il tavolo di Modena: una comunità di amplificatori cognitivi

È con questa ambizione che il Comune di Modena e FPA promuovono, il 15 ottobre, il tavolo di lavoro “Città laboratori di futuro, tra governance anticipatoria e nuove politiche di innovazione”, nell’ambito dell’undicesima edizione dello Smart Life Festival.

Il valore del tavolo non consiste soltanto nel riunire sindaci, assessori, rappresentanti istituzionali e attori locali dell’innovazione. Non è un convegno di buone pratiche, né un luogo in cui raccogliere risposte già pronte. Può diventare un primo dispositivo di amplificazione cognitiva: uno spazio nel quale gli amministratori portano ciò che i loro territori stanno rendendo visibile e lo sottopongono al confronto fra pari.

Ogni sindaco e ogni assessore è infatti, prima di tutto, un’antenna del proprio contesto. Può portare al tavolo nuove fragilità, cambiamenti nei comportamenti e nelle domande di servizio, conflitti emergenti, esperienze di comunità, tentativi locali di risposta, azioni e strumenti attivati, segnali che, presi singolarmente, possono apparire marginali o ambigui. Nel dialogo con amministratori di altre città, ciò che sembra un episodio isolato può mostrare una dinamica più ampia; ciò che appare come una criticità può diventare una domanda di politica pubblica; ciò che è una sperimentazione locale può offrire una pista da verificare insieme.

Questa è la funzione dell’amplificazione cognitiva. Non sommare dati e informazioni, ma metterle in relazione. Non omologare le differenze territoriali, ma farne una risorsa per riconoscere interdipendenze, ricorrenze e discontinuità. Non trasferire meccanicamente soluzioni da una città all’altra, ma costruire un linguaggio comune per formulare meglio le domande.

Il tavolo può così inaugurare un patto leggero ma impegnativo fra amministratori: mantenere aperta l’osservazione dei territori, tornare nelle proprie città con interrogativi più nitidi, raccogliere elementi di conferma o di smentita e riportarli in un confronto continuativo. Una comunità di pratica non per sottrarsi alla responsabilità delle decisioni, ma per renderle più consapevoli e meno solitarie.

Entrare in risonanza con il territorio

Questo percorso può essere letto anche attraverso il pensiero di Hartmut Rosa. Nel suo lavoro, la risonanza indica una qualità della relazione con il mondo che non si riduce a controllo, disponibilità o semplice appropriazione; implica piuttosto ascolto, risposta e la possibilità di essere trasformati dalla relazione stessa. Rosa contrappone questa prospettiva alle forme di alienazione che l’accelerazione sociale può produrre nel rapporto con il mondo e con gli altri.

Trasposta con cautela sul piano dell’azione pubblica, la risonanza offre una chiave utile. Entrare in risonanza con il territorio non significa limitarsi a raccogliere dati, convocare una consultazione o misurare il gradimento di scelte già definite. Significa costruire una relazione in cui le esperienze, le inquietudini e le pratiche delle comunità possano realmente interrogare l’istituzione, cambiarne il punto di vista e orientarne la risposta.

A sua volta, l’istituzione deve rendere riconoscibile la propria risposta. Deve mostrare come quanto ascoltato abbia contribuito a ridefinire le priorità, a modificare una scelta, a sperimentare una soluzione o a porre una questione nuova. Solo così l’ascolto non resta estrazione di informazioni e la partecipazione non diventa un rito. Si apre invece un circuito di fiducia, verifica e apprendimento.

La risonanza non coincide con il consenso. Non elimina i conflitti e non promette che ogni domanda trovi una risposta immediata. Chiede però che le differenze e le tensioni possano essere ascoltate prima di essere ricondotte alle categorie disponibili dell’amministrazione. È questa la condizione affinché i segnali deboli non restino rumore di fondo, ma diventino conoscenza pubblica.

Da Modena a FORUM PA: un percorso che continua

Il tavolo del 15 ottobre non intende esaurirsi nella giornata di Modena. È l’avvio di un percorso di lavoro e di ascolto che accompagni gli amministratori verso il successivo appuntamento di FORUM PA. La direzione del cammino conta: dai territori al confronto nazionale e, da lì, di nuovo ai territori.

A Modena, sindaci e assessori metteranno in comune segnali, esperienze e interrogativi. Nel tempo successivo potranno tornare nei propri contesti, osservare con maggiore attenzione quanto emerso, ascoltare comunità e reti locali, verificare la rilevanza delle ipotesi formulate. A FORUM PA, le conoscenze maturate potranno essere restituite e confrontate con istituzioni, ricerca, imprese e comunità dell’innovazione pubblica, diventando una domanda più forte di politiche e capacità di sistema.

FORUM PA non sarà quindi una vetrina finale. Potrà essere il luogo in cui la conoscenza prodotta localmente viene amplificata, riconosciuta e rilanciata; il momento in cui la pluralità delle città si trasforma in un’agenda condivisa, capace di collegare complessità sociali, innovazione, coesione territoriale e qualità amministrativa.

Il passaggio da Modena a FORUM PA e il ritorno alle città deve restare un ciclo di lavoro. A Modena si costruisce una prima mappa di domande, pratiche e priorità comuni. Nei territori questa mappa viene verificata, arricchita di casi concreti e messa alla prova dall’ascolto delle comunità. A FORUM PA, ciò che le città hanno raccolto si confronta con la comunità nazionale dell’innovazione pubblica e può trasformarsi in un’agenda più ampia di capacità, alleanze e politiche. Il punto di arrivo, tuttavia, non è l’evento nazionale: è il ritorno ai territori, dove il confronto deve tradursi in sperimentazioni, patti territoriali e apprendimento pubblico.

In questa prospettiva, il tavolo non promette una soluzione immediata alla complessità. Propone un metodo e inaugura una responsabilità condivisa. Le città non possono essere meri luoghi di attuazione di decisioni maturate altrove ma luoghi in cui il futuro viene osservato, discusso e orientato insieme alle comunità.

Essere città-laboratori di futuro significa proprio questo: continuare a reggere ciò che oggi chiede cura, protezione e servizi; ma, nello stesso tempo, imparare ad anticipare ciò che domani potrebbe diventare frattura o possibilità. Significa riconoscere e coltivare le energie che già agiscono nei territori — nelle comunità, nelle iniziative giovanili, nelle nuove imprese, nell’artigianato e nelle professioni emergenti — mettendole in relazione con le politiche pubbliche. Significa, infine, mettere in rete amministratori capaci di ascoltare, territori capaci di parlare, istituzioni capaci di rispondere. Il futuro non è un destino da attendere, ma una responsabilità pubblica da costruire.


Bibliografia e fonti

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