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Servizi Pubblici Locali, dove trovarli: regolamentare il non-modello. Un approfondimento a FORUMPA17

Nonostante la natura spontanea che caratterizza il processo della sharing economy, abbiamo sempre di più la percezione non solo che una regolamentazione sia necessaria, ma che le amministrazioni ne stiano prendendo sempre più coscienza e consapevolezza. A Forum PA 2017, convegno sui Servizi Pubblici Locali, coordina Christian Iaione

Foto di Davide Costanzo rilasciata in cc https://flic.kr/p/UBZMPr

Ci siamo abituati, nel lessico comune, a chiamare beni comuni e sharing economy quel mondo ibrido fatto di servizi che non hanno un modello specifico di riferimento e che perlopiù attiene a comportamenti non scritti, basati sulla condivisione casuale di cose tra persone. Eppure, nonostante la natura spontanea che caratterizza questo processo, abbiamo sempre di più la percezione non solo che una regolamentazione sia necessaria, ma che le amministrazioni ne stiano prendendo sempre più coscienza e consapevolezza.

Perché si possa discutere sui parametri normativi che disciplinano beni comuni e economia collaborativa, è necessario in primo luogo approfondire la teoria scientifica che vi gravita attorno, cominciando dall’ammettere che, per parlare di beni comuni, occorre utilizzare un metodo interdisciplinare [1]. In questo senso, la condizione che favorisce l’emergere di economie collaborative parte dalle persone che per prime cooperano per il raggiungimento di uno scopo comune. Questo, senza sacrificare i propri interessi individuali, anzi. Un ambiente fiorito grazie all’intervento in prima persona degli individui che abitano una comunità non può che creare valore aggiunto per chi vuole coltivare le proprie passioni. Da qui ne deriva che il concetto di beni comuni si assimila a quello di interesse generale, all’interno del quale sono compresi interessi individuali e collettivi.
Se questa è la base, è chiaro che condizione necessaria e sufficiente perché l’interesse generale si realizzi, è che le condizioni di partenza siano più o meno simili tra gli individui. A livelli di disuguaglianza minore corrisponderà maggiore collaborazione. Così, il parametro di successo o fallimento di qualsiasi iniziativa diventerà l’individuo stesso, secondo un gradiente di fiducia. Iaione [2] fa della reputazione l’unità di misura in grado di esprimere il successo di una rete civica, oltre che possibile moneta di scambio.

Negli anni dell’accountability e dell’austerità amministrativa, l’idea di poter contare su un approccio che vede gli individui come destinatari e allo stesso tempo responsabili di un bene è straordinariamente innovativo. Tanto da creare a febbraio 2012, a seguito di un tavolo di lavoro co-partecipato da amministrazione e esperti esterni, il primo Regolamento sulla collaborazione tra Pubblica Amministrazione e cittadini per la cura e la rigenerazione dei beni comuni a Bologna. In Italia, questo è stato il primo esempio regolamentato di cittadini privati che diventano “cittadini attivi”: principio di informalità, fiducia reciproca, rapporto costruttivo e progettuale con l’amministrazione sono gli ingredienti di successo del progetto, incorniciato nell’autonomia civica di ciascun cittadino, beneficiario e responsabilizzato.

Ora, con una teoria e una normativa pronte al cambiamento, occorre comprendere quale sia l’ambito di applicazione nella pratica della vita urbana. La novità che sta alla base degli studi sulla collaborazione è particolarmente rilevante nel campo dei Servizi Pubblici Locali (come mobilità, energia, acqua e rifiuti). È chiaro che per realizzare nel concreto un cambio di paradigma di questo tipo è necessario che anche le aziende produttrici di servizi pubblici locali cambino la propria governance interna.

A questo proposito, alle due vie opposte, una testardamente pubblica che supporta il socialismo municipale, l’altra testardamente privata che invoca il liberismo comunale, se ne aggiunge una terza che apre alla democrazia economica, quella del non-profit. Le cosiddette non-profit utilities (NPU) sono caratterizzate da un modello organizzativo di diritto privato, che coinvolge in primis i cittadini, e che non prevede (solo) una distribuzione degli utili prodotti ai soci, ma il loro rimpiego per il potenziamento o l’ammodernamento delle infrastrutture o del servizio. Uno dei problemi maggiori legati alle grandi società, infatti, è la mancanza di progettualità sul potenziamento delle reti. Così succede per le autostrade, energia e gas.

Una gestione improntata sulle NPU avrebbe connotazione differente. Dice bene Iaione, "[…] in materia di trasporti pubblici, lo scopo non dovrà più essere soltanto quello di aumentare il numero di autobus o taxi in circolazione per aumentare l’offerta. Si dovrà lavorare sul cambio di modello comportamentale nella mobilità urbana dei singoli cittadini. Trasformare i cittadini in produttori del servizio di mobilità urbana attraverso schemi regolatori che favoriscano la mobilità collaborativa e dunque diminuiscano il numero di veicoli circolanti sul network stradale urbano [3]".

Sembra che questa sia una strada che diversi territori stanno sperimentando. A Melpignano (LE), dove ad esempio esiste una cooperativa di comunità per l’energia da fonti rinnovabili i cui soci sono il Comune e i cittadini, che mettendo a disposizione le proprie case per l’installazione di pannelli fotovoltaici, usufruiscono gratuitamente del servizio energetico; nel biellese invece, il Consorzio Acqua Potabile gestisce l’acquedotto in maniera non-profit. Il campo di sperimentazione, però, continua ad allargarsi costantemente. Un possibile upgrade del modello organizzativo delle NPU è quello delle nostre fondazioni. Esempi di questo tipo sono le Companies limited by guarantee, che hanno la caratteristica di essere composte non da soci, ma da membri con competenza specifica, che controllino la gestione del servizio in maniera tale da garantire una performance commerciale competitiva sul mercato, ma non in competizione con l’interesse generale. Tutto quanto premesso non vuole intervenire in sostituzione delle Istituzioni, questo deve rimanere chiaro. La novità è quella che riguarda proprio una ottimizzazione degli sforzi amministrativi, in aiuto dei quali intervengono i cittadini in prima persona.

La sharing economy sta determinando innovazioni in molti settori della Pubblica Amministrazione, talvolta forzando il quadro europeo, nazionale, e locale. D’altra parte, nel settore dei SPL si cerca da tempo una innovazione per la governance aziendale, che non risponde più ai bisogni della comunità. Ciò che rimane da indagare è proprio la possibilità che queste due potenzialità possano interagire, e se gli utenti stessi non possano intervenire in questo processo di cambiamento. Quali possono essere le strategie degli utenti nell’erogazione dei servizi? Quali forme di co-produzione possono essere pensate? È chiaro, a questo punto, che il dibattito sulla sharing economy e tutte le sue possibili concretizzazioni necessita di uno scatto in avanti.

A Forum PA 2017, Convegno su "Sharing e Servizi Pubblici Locali", Coordina Christian Iaione

[1] Partendo dai risultati delle ricerche di Elinor Ostrom, Nobel per l’Economia 2009, si prosegue analizzando le conseguenze dei cosiddetti “valori di non uso”, ossia le ripercussioni sugli individui della sopravvivenza o distruzione di un bene, anche se questi non ne hanno mai usufruito (si pensi al danno di un bene ambientale).
[2] Christian Iaione è professore associato di Diritto pubblico nell’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma e docente di governance dei beni comuni presso la LUISS Guido Carli nell’ambito del LABoratorio per la GOVernance dei beni comuni.
[3] Arena G., Iaione C. (a cura di), L’età della condivisione, Carocci Editore(2015), p.55.