Lavorare con il futuro: perché le istituzioni internazionali hanno scelto questa strada

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Parte oggi la nuova rubrica “Pensare l’impensabile”, a cura di Roberto Poli, che interverrà il 9 giugno prossimo a FORUM PA 2026. In questa prima puntata, si parte da una ricognizione sulle grandi istituzioni internazionali — come ONU, Commissione Europea, OCSE, Croce Rossa e Fondo Monetario Internazionale — che hanno già costituito unità di previsione strategica e stanno assumendo futuristi, per provare a rispondere a una domanda: perché istituzioni così diverse fra loro hanno deciso di rivolgersi agli studi di futuro?

11 Febbraio 2026

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Roberto Poli

Presidente della Fondazione Italiana per gli Studi di Futuro

Foto di Dan DeAlmeida su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/marmo-giocattolo-trasparente-con-riflesso-di-riva-del-mare-Qr0Dvl8YQtU

Per quali ragioni dirigenti e funzionari pubblici dovrebbero acquisire competenze di futuro? A ben vedere, la stessa domanda è alquanto inusuale: come si fa ad avere competenze di futuro? Chi le insegna? Come possiamo distinguere il professionista che possiede autentiche competenze di futuro da chi ha competenze fasulle e millanta credito?

Prima di rispondere a queste importanti domande è utile fare un passo indietro e fornire qualche informazione sulle istituzioni che hanno deciso di usare programmaticamente le competenze di futuro, spesso internazionalmente denominate “strategic foresight”.

Il Patto sul Futuro, approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2024, firmato anche dal nostro Paese, riconosce l’importanza degli Studi di futuro (chiamati per l’appunto “strategic foresight”) come strumento di governance anticipatoria e invita tutti i Paesi ad adottare politiche “consapevoli del futuro”.

In un suo precedente report, Our common agenda (La nostra agenda comune), il segretario generale delle Nazioni Unite suggerisce a tutti i Paesi che appartengono all’ONU di condurre “esercizi periodici di futuro a livello nazionale e subnazionale”.

Il quadro europeo denominato Better Regulation afferma che la previsione strategica è un quadro obbligatorio per le istituzioni nazionali e subnazionali degli Stati membri, nonché per le agenzie europee.

Questi due esempi – ONU e Commissione Europea – dovrebbero essere sufficienti per sollevare la nostra curiosità. Le due grandi istituzioni appena ricordate richiamano esplicitamente l’attenzione sulla necessità di usare gli studi di futuro. In realtà, però, non si tratta solo di ONU e di Europa. Praticamente tutte le gradi istituzioni internazionali – OCSE, Croce rossa, Fondo monetario internazionale, Interpol, Unesco e molte altre – assumono futuristi e istituiscono Unità di Previsione Strategica, ovvero uffici specializzati nell’impiego dei metodi di futuro.

La situazione appena descritta si fa interessante e solleva diverse domande. Ad esempio: come mai non ce ne siamo accorti? Per quali ragioni molte istituzioni con compiti e mandati profondamente diversi stanno tutte facendo questa particolare scelta di iniziare ad usare le idee e gli strumenti degli studi di futuro? Alla luce di tutto questo, che cosa sono esattamente gli studi di futuro?

Questa rubrica proverà un po’ alla volta a rispondere a queste e altre domande della stessa natura.

Inizierei con il rispondere alla domanda relativa al perché: per quali ragioni istituzioni molto diverse fra di loro hanno deciso di rivolgersi agli studi di futuro? Dividerò la risposta in due parti: una più intuitiva e una più strutturale.

La risposta intuitiva fa riferimento alla natura dei cambiamenti che caratterizzano questa particolare epoca storica. In breve, i cambiamenti che ci troviamo a gestire presentano due tratti dominanti che richiedono nuove competenze. In primo luogo, i cambiamenti tendono ad essere sempre più veloci. Ciò che mette in crisi non solo le persone normali ma anche i più sofisticati decisori è la continua accelerazione dei cambiamenti. Siamo tutti abituati e capaci di gestire cambiamenti che procedono con un certo ritmo. Quando questo ritmo supera la nostra capacità di gestione, entriamo in crisi, come persone e come organizzazioni. Ci servono strumenti – mentali e operativi – per continuare a rimanere attivi nonostante il continuo aumento del ritmo dei cambiamenti. Gli studi di futuro sono nati negli anni ’50 del secolo scorso proprio per rispondere a questa esigenza. Il secondo fattore è legato al fatto che molti cambiamenti contemporanei tendono ad essere fuori scala: sono grandi, tendenzialmente globali, mentre per la maggior parte gli strumenti che siamo abituati ad usare tendono a lavorare su scala locale. Rispetto a cambiamenti globali, i singoli Paesi sono per lo più realtà locali.

Queste due ragioni giustificano a sufficienza l’esigenza di ricorrere a nuove prospettive e strumentazioni. Ci sono però ulteriori ragioni da considerare. Sono ragioni meno intuitive, che richiedono importanti approfondimenti. Per il momento dovrò limitarmi a menzionarle, sia pure brevemente.

La terza ragione è che l’ambiente operativo contemporaneo è diverso dall’ambiente operativo del ventesimo secolo. A volte si indica questa differenza affermando che oggi viviamo in una situazione complessa, mentre la precedente situazione era complicata. Nel linguaggio ordinario, la differenza fra complicato e complesso non è particolarmente significativa. Nel linguaggio scientifico contemporaneo le situazioni complicate sono profondamente differenti da quelle complesse. Ne parleremo all’interno di questa rubrica, fra alcune puntate.

L’ultima ragione che desidero menzionare fa riferimento all’idea che siamo forse entrati in una fase di transizione globale: stiamo uscendo dalla civilizzazione che ha caratterizzato gli ultimi due secoli per entrare in qualcosa di diverso, che in realtà non riusciamo a descrivere. È come se davanti ai nostri occhi si stendesse un muro di nebbia, che ci impedisce anche solo di intravvedere la nuova situazione. D’altra parte, sarebbe come chiedere ad una persona di 500 anni fa di descrivere l’elettricità, il motore a scoppio o internet. Non saprebbe cosa dire.

Gli studi di futuro in questo contesto operano come dei carotaggi che riescono parzialmente e localmente a squarciare la nebbia e ci permettono di intravvedere alcuni aspetti delle nuove situazioni in maturazione.

Ognuna delle ragioni che ho indicato supporta l’opportunità, se non la necessità, di usare gli strumenti della previsione strategica, o degli studi di futuro che dir si voglia. Nelle prossime puntate di questa rubrica approfondiremo le caratteristiche degli studi di futuro e vedremo diversi aspetti del quadro strategico in cui ci troviamo.

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