Sovranità digitale nella PA: il vero plus è poter cambiare fornitore

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Dalla portabilità cloud alla governance dei dati, sovranità non vuol dire autarchia tecnologica. È la capacità concreta di scegliere, controllare gli asset critici e predisporre una via d’uscita senza interrompere i servizi pubblici. Vediamo cosa è emerso su questi temi a FORUM PA 2026.

21 Ottobre 2026

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Redazione FPA

Foto di Minator Yang su Unsplash

Per anni il dibattito sulla sovranità digitale si è concentrato soprattutto su una domanda: dove risiedono i dati? 

È una domanda necessaria, ma non sufficiente. Sapere che i dati di una pubblica amministrazione risiedano in Italia o in Europa non garantisce autonomia contrattuale o libertà di migrazione. Sovranità digitale non vuol dire solamente sapere in quale luogo risiedano i dati. Questo concetto racchiude al suo interno un controllo molto più specifico su tutto ciò che viene depositato all’interno dei server. 

Sovranità digitale vuol dire avere controllo e trasparenza su chi amministra le piattaforme, sulla giurisdizione che si applica su quei server e, soprattutto, la capacità della pubblica amministrazione di poter trasferire quei dati in qualsiasi momento, verso qualsiasi altro operatore, senza che vengano interrotti i servizi forniti a cittadini e cittadine. 

In questo contesto, sono gli enti pubblici che devono tenere alta l’attenzione: il problema della reversibilità e di una exit strategy adeguata va affrontato subito, all’inizio, non quando si è costretti a migrare in pochissimo tempo. 

Di questi temi se ne è discusso ampiamente a FORUM PA 2026. Michele Melchionda, RTD della Presidenza del Consiglio dei ministri, che è intervenuto al talk di DXC dedicato alla sovranità digitale, è stato molto netto: “Questa capacità di scegliere bene (i fornitori n.d.r.) si misura anche nel modo in cui tu sei capace di rendere reversibile qualsiasi scelta tu abbia effettuato: è un KPI favoloso per capire se hai fatto una scelta o ti sei abbracciato un destino”. La sua prassi è altrettanto concreta: “La prima cosa che faccio quando adotto una tecnologia è preparare la exit strategy; la faccio il giorno dopo”. 

La domanda da inserire a monte di ogni progetto diventa quindi: se tra tre anni dovessimo cambiare fornitore, quanto tempo, denaro e rischio operativo richiederebbe farlo? 

Cosa dice il Data Act Europeo 

La questione che ci siamo posti trova un aggancio normativo preciso. Il Data Act europeo, applicabile dal 12 settembre 2025, impone ai fornitori di servizi di trattamento dati di rimuovere gli ostacoli commerciali, tecnici e contrattuali al passaggio verso un altro provider o verso infrastrutture proprie, comprendendo “le azioni necessarie affinché un cliente risolva un contratto per un servizio di trattamento dei dati, concluda uno o più nuovi contratti con altri fornitori di servizi di trattamento dei dati, trasferisca i suoi dati esportabili e le sue risorse digitali e, se applicabile, benefici dell’equivalenza funzionale”. 

Per la PA la conseguenza è rilevante. Capitolati e contratti devono descrivere fin dall’inizio formati di esportazione, API, metadati, tempi e responsabilità della migrazione, continuità del servizio, cancellazione sicura delle copie residue e costi di uscita. 

Non basta una clausola generica. La reversibilità va progettata, verificata e possibilmente collaudata durante la vita del contratto, non quando il rapporto è già in scadenza. 

Dati interoperabili: il vero patrimonio da proteggere 

La reversibilità non è soltanto una questione di infrastruttura. Per garantirla, bisogna lavorare sulla qualità dei dati: senza un lavoro multimodale, che parta dall’acquisizione dei dati fino all’utilizzo degli stessi, non è possibile tutelare la continuità di servizio delle PA. 

E questo processo deve racchiudere tutta la vita del dato: dalla condivisione alla conservazione, con il censimento delle banche dati, la classificazione, i ruoli di accesso e gli indicatori di qualità. Anche un’esportazione tecnicamente riuscita può restituire dati incompleti, incoerenti o difficili da riutilizzare. 

Nicola Mangia, amministratore delegato di DXC Technology Italia, durante un talk a FORUM PA 2026 dedicato alla Data Governance, ha sintetizzato la condizione abilitante: “Se non partiamo da una banca dati qualificata, certa, integrata e sicura, è difficile avere futuro”. Il ruolo del partner tecnologico, nella sua visione, non è arrivare con una soluzione precostituita, ma contribuire a modelli condivisi, replicabili e indipendenti dai vincoli che negli anni sono stati sottovalutati. 

Secondo Francesco Lombardo, Industry Lead HealthCare di DXC Technology Italia, intervenuto alla tavola rotonda dal titolo “Ecosistemi e reti come amplificatori cognitivi”, il cambiamento più significativo consiste proprio nel superamento di una concezione puramente tecnica dell’innovazione: “Per la prima volta il digitale, anziché essere relegato a un ruolo strumentale, diventa davvero una leva strategica per valorizzare i dati e costruire nuovo valore per i cittadini”. 

Sempre Lombardo, parlando di sovranità digitale, ha detto che “dobbiamo fare in modo che la sovranità digitale sia rappresentata dalla nostra capacità di costruire best practice sovranazionali che scaturiscano dai nostri progetti di innovazione”. 

L’infrastruttura, dunque, è necessaria, ma dobbiamo tener conto sempre di tutto ciò che va al suo interno: i dati. Questi devono essere manutenuti costantemente per fare in modo che le PA non si trovino davanti scenari catastrofici. 

Senza energia e chip l’autonomia resta sulla carta 

La sovranità digitale ha poi una dimensione fisica ed ecologica. Secondo il rapporto della Commissione europea sull’efficienza energetica dei data center, questi ultimi nell’UE hanno consumato 68 TWh di elettricità nel 2024 e potrebbero arrivare a 114 TWh nel 2030. 

Questo fa accendere un campanello d’allarme, che si unisce al problema dell’approvvigionamento di RAM e server. Nonostante questo, l’Europa sta rispondendo: il Chips Act 2.0 mira a ridurre le dipendenze strategiche e a rafforzare la progettazione e la produzione nell’UE, mentre il Cloud and AI Development Act punta ad ampliare la capacità dei data center, affrontandone insieme sviluppo e domanda energetica. È la conferma che la libertà di scelta delle amministrazioni dipende anche dalla presenza di alternative industriali credibili. 

La sovranità come capacità di scelta  

Il punto non è scegliere tra apertura e autonomia. Bisogna costruire un’autonomia aperta, basata su interoperabilità, standard, competenze e responsabilità. La PA non può isolarsi dagli ecosistemi globali, ma può evitare che ogni innovazione si trasformi in una dipendenza irreversibile.  

In questa prospettiva, la frase di Michele Melchionda che abbiamo letto all’inizio di questo articolo offre un criterio semplice anche per chi deve decidere oggi: una tecnologia è davvero al servizio dell’amministrazione quando può essere sostituita senza perdere dati, continuità e controllo. Tutto il resto rischia di essere soltanto un destino già scritto e acquistato a contratto. 

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