Il nuovo CAD e la “burocrazia difensiva” - FPA

EDITORIALE

Il nuovo CAD e la “burocrazia difensiva”

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Mentre la medicina difensiva si difende facendo troppo, chiamo “burocrazia difensiva” quell’atteggiamento, comunissimo tra i dirigenti pubblici, per cui è solo non facendo che si evitano rischi. Bene, adesso sia la volta della lotta alla “burocrazia difensiva”.

2 Marzo 2016

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Carlo Mochi Sismondi

Una buona legge, portata avanti con coraggio dal mio amico Federico Gelli, fornisce alla sanità italiana delle ottime armi contro quella che in gergo si chiama la “medicina difensiva”, ossia quella pratica, costosissima per il sistema sanitario nazionale, che consiste nel prescrivere diagnostiche o terapie a iosa con l’obiettivo primario di difendersi da eventuali chiamate in giudizio da parte di pazienti. Insomma per non rischiare melius abundare quam deficere, tanto alla fine qualcuno pagherà. La legge, in estrema sintesi, taglia questa stortura dicendo che non è perseguibile un professionista sanitario che abbia seguito con coscienza le linee guida emesse dall’Istituto Superiore di Sanità sulla base delle indicazioni delle principali società scientifiche.

Bene, su questo modello adesso sia la volta della lotta alla “burocrazia difensiva”. Mentre la medicina difensiva si difende facendo troppo, chiamo “burocrazia difensiva” quell’atteggiamento, comunissimo tra i dirigenti pubblici, per cui è solo non facendo che si evitano rischi. E’ burocrazia difensiva pretendere un doppio canale digitale, ma anche cartaceo per i documenti, perché “non si sa mai”. E’ burocrazia difensiva chiedere cento pareri prima di applicare un’innovazione e non far nulla sino a che non si ricevono. E’ burocrazia difensiva non interfacciare le basi di dati, ma chiedere ai cittadini informazioni che l’amministrazione ha già. E’ burocrazia difensiva allungare i tempi dell’entrata in vigore di un vero switch off al digitale, perché si ha paura di un giudice, civile o contabile che sia, che potrebbe non aver capito la differenza tra un documento digitale e un pezzo di carta o confondersi tra le mille definizioni di firma, con cui ci complichiamo il già tanto difficile processo di trasformazione digitale.

Se la burocrazia difensiva è così diffusa non è colpa di un virus, ma di una confusione legislativa, di una bulimia regolatoria, di una coazione a ripetere per cui si legifica dieci volte la stessa cosa, ma sempre con piccole differenze. In questo caos l’unica salvezza percepita è quella di restare fermi, di aspettare che passi il vento dell’innovazione (che tanto dura al massimo il tempo di un Governo, poi tutto cambia) o di pretendere, prima di applicarle, che le novità diventino obbligatorie e ne sia sanzionata veramente la negligenza.

Come combattere allora questa mala pianta? Prima di tutto non dandole da mangiare il cibo di cui si nutre, ossia nuove leggi, nuove norme, nuove definizioni casuistiche che, lungi dal rassicurare il nostro funzionario, che non è un eroe, lo spaventano ulteriormente. Poi, sulla falsa riga della “legge Gelli”, passare con coraggio alla pratica delle linee guida che accompagnino all’innovazione rassicurando. Nessun funzionario dovrebbe poter essere chiamato in giudizio, né dal bau-bau Corte dei Conti, né dal magistrato civile se rispetta le linee guida nel campo per esempio, così normato e ancora così difficile, dei documenti elettronici. Il documento elettronico ,con la sua realtà evanescente e la sua apparente fragilità, è infatti quel che di meno rassicurante si possa immaginare per un burocrate. E’ necessaria quindi una mappa, fatta di soft law, che lo prenda per mano e lo rassicuri ed è necessaria la descrizione di un percorso che definisca una volta per tutte certezze solide e condivise.

Su questo terreno il nuovo CAD, così come lo abbiamo letto nella sua bozza attuale, fa dei decisi passi avanti, ma, legato come era da una legge delega molto “tradizionale”, non può fare ancora il passo decisivo, ossia quello di indicare i principi fondamentali e passare poi la mano a “istruzioni per l’uso” pensate non per il giudice, ossia per la patologia, ma per un migliore funzionamento fisiologico dei processi amministrativi. Il risultato è spesso buono nella sostanza, quanto incomprensibile nella forma e non c’è nulla che fa più paura di quel che non si capisce.