Otto anni di trasformazione digitale nelle città italiane raccontati dai report FPA – ICity Rank

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Dal 2018 al 2025, i comuni capoluogo italiani hanno compiuto una trasformazione senza precedenti. I servizi online sono passati dal 42% al 94% di copertura, il PNRR ha azzerato il vantaggio delle grandi città nei servizi on line, e sedici capoluoghi sono oggi ‘Full Digital’. Ma il Sud è disomogeneo, i piccoli faticano in diversi ambiti, e la sfida vera è ancora davanti: non quanti servizi saranno attivi, ma quanti cittadini li useranno davvero. Questi sono solo alcuni dei dati al centro del “Tavolo di lavoro ICity Club | Comitato Scientifico ICR 2026” a FORUM PA 2026. L’incontro ha riunito la community per affrontare insieme una delle sfide più rilevanti per il futuro dell’innovazione urbana: ripensare gli strumenti di misurazione della trasformazione digitale, avviando una riflessione profonda sull’evoluzione dell’ICity Rank e sull’aggiornamento della sua metodologia

11 Giugno 2026

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Daniele Fichera

Senior consultant urban innovation

Il punto di partenza: 2018-2019 un paese spaccato

Nel 2018, i cittadini che entravano nell’ufficio anagrafe di Agrigento e quelli che cliccavano sul portale di Firenze abitavano due repubbliche digitali distinte. La classifica dell’ambito “trasformazione digitale”  dell’ICity Rank — l’indice elaborato ogni anno da FPA su 108 comuni capoluogo — mostrava Firenze in testa con 858 punti su mille, Bologna seconda (825), Milano terza (774). Cagliari, prima città del Mezzogiorno, era ventottesima con 544 punti, Agrigento era ultima, a 158. Lo scarto medio tra Centro-Nord e Sud era di 186 punti: il secondo divario più ampio tra tutti i quindici ambiti dell’indice, superato solo da quello sul lavoro. Emergeva già allora, inoltre, un ristretto gruppo di città medie innovatrici (Bergamo, Modena, Parma, Trento e altre) che ottenevano risultati vicini a quelli dei grandi capoluoghi metropolitani.

Quel panorama era il sedimento di vent’anni in cui la trasformazione digitale era avanzata a velocità molto diverse tra un territorio e l’altro, tra una città metropolitana relativamente ricca di competenze e risorse e un piccolo capoluogo di provincia che faticava a trovare un informatico da assumere. Nei due anni precedenti la pandemia, il processo di trasformazione continuò a procedere a velocità moderata e differenziata, condizionato dall’eterogeneità delle risorse disponibili, dalla complessità del procurement informatico nel settore pubblico e, in qualche caso, da una certa inerzia organizzativa derivante dalla scarsa consapevolezza dell’effettiva rilevanza della questione.

Nel 2019 avevano però cominciato a manifestarsi i primi segnali di un cambio di ritmo soprattutto sul versante delle piattaforme digitali “nazionali”: l’utilizzo di SPID come identità digitale unificata per alcuni procedimenti,  la nascita di PagoPA SpA per la gestione della piattaforma, la progressiva adozione dell’ANPR cominciarono a costruire le fondamenta tecnologiche su cui si sarebbe poi poggiata l’accelerazione successiva. E Firenze, che quell’anno salì a 893 punti mantenendo la leadership, offriva già un modello di riferimento: non il primato in un singolo ambito, ma l’equilibrio tra tutte le componenti — servizi online, open data, Wi-Fi pubblico, app municipali. Un approccio che nel rapporto ICR 2019 definimmo ‘olistico’. Nel complesso però, al di là di alcune eccezioni, gli scarti territoriali e dimensionali rimanevano sostanzialmente inalterati.

2020-2022: la pandemia come leva involontaria

Il lockdown del marzo 2020 colpì i centri urbani nel loro punto più vulnerabile: le città sono luoghi di prossimità, e le misure di contenimento del virus ne sospesero brutalmente il funzionamento ordinario. Per molte amministrazioni comunali, fu un trauma che si trasformò in acceleratore. Chiusi gli sportelli fisici, i servizi online smisero di essere un optional e diventarono un’urgenza. I comuni capoluogo con almeno otto servizi digitali attivi su dieci monitorati passarono da 10 a 28 nel solo anno 2020. La copertura media dei servizi principali saltò dal 41% al 64%. I capoluoghi collegati ad ANPR passarono da 48 a 84.

La rilevanza del fenomeno fu tale da indurre FPA a modificare radicalmente lo stesso indice ICR:  la trasformazione digitale che dal 2017 era uno degli elementi utilizzati per una misurazione della smartness in senso lato divenne l’oggetto principale dell’indice e fu avviata la rilevazione diretta (e quindi aggiornata) di molte variabili rilevanti.

Un dato, tra tutti, colpisce: le città funestate più duramente dalla prima ondata COVID — Bergamo, Brescia, Parma, Cremona, Piacenza, dove i decessi tra febbraio e agosto 2020 superarono dell’85% la media quinquennale — non rallentarono la loro corsa digitale. Al contrario, si collocarono tra le prime posizioni della classifica ICR 2020. La cultura digitale accumulata negli anni si rivelò una risorsa decisiva per gestire la crisi, non un lusso per minoranze innovatrici.

La nuova metodologia di calcolo fu mantenuta e perfezionata nei due anni successivi consentendo di descrivere la progressiva estensione della accelerazione avviata nel 2020. Nel 2022 la stima nazionale della copertura dei servizi online era salita dall’67% all’82%. Le transazioni PagoPA avevano raggiunto i 36,4 milioni, più di due per abitante, il doppio dell’anno precedente. I capoluoghi che pubblicavano open data erano saliti ai due terzi del totale. L’indice di copertura dello SPID per l’accesso ai servizi principali era salito dal 52% al 71%.

2023-2025: Il PNRR livella il campo (ma non del tutto)

L’avvio dei bandi della misura M1C1-1.4.1 del PNRR nel 2022 rende il 2023 un altro anno di svolta, le prime avvisaglie degli utilizzi cominciarono a farsi sentire: finanziamenti, modelli tecnici standardizzati, cataloghi di servizi da attivare.

Il 2023 portò anche una svolta metodologica negli strumenti di analisi elaborati da FPA che rispecchiava la maturazione del fenomeno: l’indice unitario di trasformazione digitale introdotto nel 2020 fu sostituito da tre macro-indici separati. ‘Amministrazioni Digitali’ — servizi, piattaforme, siti istituzionali — per misurare l’accesso digitale ai servizi pubblici. ‘Comuni Aperti’ — social media, open data, app — per misurare la trasparenza e la comunicazione. ‘Città Connesse’ — Wi-Fi, IoT, reti urbane intelligenti — per misurare l’infrastruttura fisica del digitale. Tre dimensioni che, in quella fase, seguivano dinamiche così diverse da non poter più essere compresse in un numero solo.

Il 2024 e il 2025 hanno segnato la terza grande accelerazione, stavolta trainata in modo diretto dai fondi europei. La citata misura M1C1-1.4.1 del PNRR ha spinto le amministrazioni ad attivare decine di servizi online in tempi prefissati, fornendo al contempo risorse e modelli tecnici standardizzati. Il risultato è stato uno dei fenomeni più inattesi dell’intera serie storica: per la prima volta, a crescere di più sono stati i capoluoghi che più erano rimasti indietro.

Nel 2025, il punteggio medio delle città capoluogo nella dimensione Amministrazioni Digitali ha raggiunto 74,8 su 100 — quindici punti in più rispetto al 2023. I capoluoghi meridionali sono saliti in media da 53 a 67,7; i piccoli capoluoghi (fino a 50.000 abitanti) hanno guadagnato 17,6 punti in due anni, più di qualsiasi altra categoria. Il divario tra grandi e piccole città, che nel 2021 era di 14 punti, si è praticamente azzerato.

La graduatoria 2025 delle Amministrazioni Digitali racconta questa storia con qualche sorpresa. Al primo posto, a pari merito insieme a Genova — grande capoluogo metropolitano — c’è Pistoia, che ha meno di centomila abitanti. Taranto e Messina sono nella top ten. Il PNRR ha prodotto un effetto armonizzazione che pochi avrebbero previsto con questa intensità.

Ma il quadro non è tutto roseo, e i tre indici separati servono esattamente a mostrare dove il progresso si ferma. Nella dimensione Comuni Aperti — social media, open data, app municipali — la crescita media in due anni è stata di appena 2,1 punti. Qui non esistono fondi europei vincolati, né modelli standardizzati da seguire: si tratta di scelte politiche e organizzative che ciascuna amministrazione compie in autonomia (e in base alle risorse disponibili). E si vede. Le grandi città,  si attestano a 77,9 punti su 100, i piccoli capoluoghi a 43,4. Tra Nord e Sud il gap è di quasi 16 punti. Nella dimensione  Città Connesse — IoT, reti, Digital Twin — il divario dei punteggi è il più ampio tra le tre dimensioni: 32 punti separano le grandi città (83,8 su 100) dai piccoli capoluoghi (51,6). Solo 5 capoluoghi dispongono di un gemello digitale urbano operativo (ma altri 40 hanno almeno un portale cartografico che potrebbe diventarne la base).

Se c’è una indicazione che otto anni di ICity Rank forniscono con chiarezza, è che la dimensione demografica e la collocazione geografica condizionano, ma non determinano necessariamente il destino digitale. Nel 2025, i sedici capoluoghi ‘Full Digital’ — con punteggi superiori a 80 su 100 in tutte e tre le dimensioni — includono otto capoluoghi metropolitani (Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Roma Capitale, Torino e Venezia) e otto città medie (Bergamo, Brescia, Modena, Parma, Prato, Rimini, Siena, Trento).

Il rapporto ICR 2019 aveva già individuato la caratteristica fondamentale di queste realtà: “aver perseguito la strada con continuità e organicità, non affidandosi a singole iniziative episodiche e settoriali”. Non il colpo di teatro, non il progetto pilota mediatico, ma la costruzione paziente di un sistema coerente.

E poi c’è il Mezzogiorno che sorprende. Cagliari dal 2019 si è sempre collocata nella fascia più elevata. Palermo, Bari, Lecce, Napoli hanno mostrato progressi sistematici. Nel 2025, Caltanissetta — entrata nella top ten delle Amministrazioni Digitali —, Messina e Taranto nelle prime posizioni segnalano che il PNRR ha aperto crepe significative nel muro del ritardo meridionale. Non lo ha abbattuto, ma lo ha incrinato.

La sfida del prossimo ciclo: l’impatto della AI e la criticità finanziaria

Il ciclo “post PNRR” che si sta aprendo è caratterizzato da nuovi elementi.

Da una parte, grazie all’AI, le possibilità di usare gli strumenti forniti dalla digitalizzazione per creare valore pubblico misurabile crescono. Si sta  aprendo la strada per il passaggio dalla città “digitale” (nell’accesso e gestione dei servizi) e “senziente” (nell’utilizzo delle reti di sensori come strumenti di conoscenza) alla città “responsive” (capace di utilizzare i dati  per rispondere in modo tempestivo ai bisogni dei cittadini e di modificare il  comportamento dei propri servizi in funzione dei feedback ricevuti) e “cognitiva” (capace di ragionare sui dati raccolti, di identificare pattern, di simulare scenari futuri e di agire in modo proattivo invece di limitarsi a reagire agli eventi).

Dall’altra la criticità economica derivante dalla fine del flusso di finanziamenti che hanno sostenuto gli investimenti per l’aggiornamento dei portali e la messa on line dei servizi, fa emergere la questione del reperimento delle risorse correnti necessarie per la loro gestione e per lo sviluppo dei progetti legati all’AI. Il rischio del prossimo ciclo dal punto di vista sostanziale è che torni a prevalere la divergenza sulla convergenza, che le soluzioni più innovative praticate dai grandi capoluoghi metropolitani del Centro e del Nord non riescano ad essere replicabili nel resto del paese.

Per questo FPA, insieme alle città aderenti alla rete ICity Club, sta procedendo – come già fatto nel 2020 e nel 2023 a riconfigurare il modello interpretativo su cui si basa ICity Rank per monitorare nel triennio 2026-2028 i diversi fronti su cui saranno impegnate le amministrazioni, cercando di introdurre progressivamente -ove possibile- strumenti di misurazione dell’effettivo utilizzo e non solo di presenza e qualità funzionale.

Otto anni di ICity Rank- Trasformazione Digitale hanno raccontato una storia di progresso reale ma disomogeneo, di accelerazioni impreviste e inerzie strutturali, di eccellenze che contraddicono le narrazioni pigre, di divari che si annullano e di altri che resistono, della dialettica tra la feconda capacità di innovazione locale e gli sforzi di promozione, regolazione e armonizzazione delle agenzie nazionali. Non è la storia di un Paese che ce l’ha fatta. È la storia di un Paese che, almeno su questo fronte, sta imparando a farcela. E vuole continuare.

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