Gli ostacolisti di Viterbo e la fiducia scippata

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Il caso degli impiegati dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio distaccati a Viterbo, “beccati” da una telecamera: una storia vecchia che purtroppo si ripete con puntualità. Situazioni classiche che fanno parte di “corredi professionali” duri a morire, almeno fino a quando i furbi in questione vengono colti sul fatto in maniera un po’ ridicola. Ma la voglia di sorriderne dovrebbe passarci subito.

8 Febbraio 2011

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Tiziano Marelli

Articolo FPA

Il caso degli impiegati dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio distaccati a Viterbo, “beccati” da una telecamera: una storia vecchia che purtroppo si ripete con puntualità. Situazioni classiche che fanno parte di “corredi professionali” duri a morire, almeno fino a quando i furbi in questione vengono colti sul fatto in maniera un po’ ridicola. Ma la voglia di sorriderne dovrebbe passarci subito.

Guardando la televisione qualche tempo fa mi è capitato di vedere in un telegiornale il filmato in bianco e nero dei sedici impiegati dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio distaccati alla sede di Viterbo – ho fatto una rapida verifica: si tratta di un terzo del totale degli addetti all’ufficio in questione – “impegnati” in una fuga di massa (le indagini hanno appurato che si trattava di una pratica quasi giornaliera) nel superamento – un po’ grottesco, ridicolo e farsesco – di tornelli e barriere (di sopra, di sotto, di fianco…) prima di poter approdare tranquilli all’esterno durante l’orario di lavoro [Sul tema dei tornelli consiglio di leggere l’editoriale di Carlo Mochi Sismondi "Bilance, bandiere e … tornelli: riflessioni di un benaltrista"].

La prima reazione che ho avuto è stata quella di ridere, poi – a mente un po’ più fredda – è montata l’arrabbiatura, soprattutto verso me stesso. Semplicemente perché ridere o (anche solo) sorridere davanti a qualcosa del genere equivale in pratica a tollerare, avallare, e automaticamente rendere “normale” qualcosa che assolutamente normale non è. Anzi: è molto grave, e lo è ancor di più grazie ad atteggiamenti di visione passiva e “comprensiva” che in qualche modo ci possono mettere incredibilmente di buonumore, come all’inizio ho fatto automaticamente anch’io.
Ripensandoci, mi è poi venuto quasi naturale accostare quelle (invece) tristissime immagini ad altre che risalgono a qualche anno più addietro; in quell’occasione le telecamere riprendevano alcuni dipendenti Sea dell’aeroporto Malpensa che mettevano mano ai bagagli dei viaggiatori e razziavano tutto quello che poteva tornare loro utile: telefonini, macchine fotografiche, personal computer ma anche stecche di sigarette e via di questo passo, fino al superfluo imbarazzante. La scena era davvero quasi identica: stesso passo sfocato di telecamera allora e adesso, un po’ alla Ridolini (con i frames muti che scorrono veloci e concorrono a dare al tutto un senso d’irreale filmico), e stesso atteggiamento da impuniti dei protagonisti ignari.

Al di là del concreto asportato in quell’occasione, ho pensato di focalizzare l’attenzione su che cosa stavano veramente rubando e scippando i nostri eroi, mattatori di entrambe le due location strappate da quell’occhio nascosto per diventare di dominio e ludibrio pubblico, e mi sono dato una risposta: rubavano e rubano soprattutto la fiducia. Quella fiducia che viene naturale riporre in chi è demandato al “fare” che è il suo lavoro, invece “beccato” e colto sul fatto nell’atto di tradire, nella maniera più squallida e inaspettata. Fra l’altro disvelato solo grazie ad un impianto a circuito chiuso messo a bell’apposta magari dopo qualche dubbio o una “soffiata” (eh sì, il linguaggio è proprio quello in uso per investigazioni in casi di rapina e furto: ci sta a pennello pure per Viterbo) capace di far andare chi di dovere a cogliere nel segno. Una sorta di “specchio segreto” in grado di metterci, un po’ sorpresi, davanti a una realtà di abusi che non dovrebbero essere nemmeno pensati e che invece fanno parte del “corredo professionale” di troppi furbi e furbetti durissimo a morire, almeno finché non viene messo alla berlina e sottoposto al giudizio della magistratura. Immagino, facendo molto male.

Storie tristi davvero, altro che ridere o sorridere.