La sanità del 2036: cinque scenari emersi dal laboratorio di governance anticipatoria di FORUM PA Sanità

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Sanità 2036: e se il futuro non fosse un’emergenza da subire, ma una visione da costruire? A FORUM PA Sanità 2026, cinque tavoli di lavoro hanno trasformato cinque criticità – cronicità, liste d’attesa, digital divide, distanza tecnologica e isolamento territoriale – in scenari desiderabili, trasformazioni da perseguire fin da ora. Il filo rosso? Una sanità in cui intelligenza artificiale, organizzazione e comunità smettono di essere elementi separati per diventare parti di un unico ecosistema al servizio della salute.

5 Novembre 2026

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Carla Scaramella

Senior analyst, FPA

FORUM PA Sanità 2026 - https://flic.kr/p/2sHvUrt

Dalla gestione dell’emergenza alla governance anticipatoria

Come potrebbe essere la sanità italiana tra dieci anni? E soprattutto: quali decisioni dovremmo prendere oggi per renderla più accessibile, inclusiva e vicina alle persone? A queste domande hanno provato a rispondere professionisti, dirigenti, esperti e operatori del settore sanitario che hanno preso parte al laboratorio di governance anticipatoria “La Sanità del 2036”, realizzato lo scorso 21 ottobre nell’ambito di FORUM PA Sanità 2026. Un esercizio collettivo che li ha coinvolti in un percorso di immaginazione strategica orientato non a prevedere il futuro, ma a costruirlo.

L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il sistema sanitario è chiamato ad affrontare trasformazioni sempre più rapide e complesse. Per questo, come sottolineato nell’introduzione dei lavori, non basta sviluppare capacità di adattamento: occorre rafforzare la capacità di anticipare i cambiamenti, intercettare i segnali deboli e costruire scenari desiderabili che orientino le decisioni del presente. Il laboratorio si inserisce del resto nel solco del claim che ha caratterizzato l’edizione 2026 di FORUM PA: “Per una PA che genera futuro”: un approccio che pone al centro la governance anticipatoria come strumento per accompagnare la trasformazione della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici.

Un metodo per trasformare le preoccupazioni in visioni

La metodologia proposta alle partecipanti e ai partecipanti, ispirata ai principi dello strategic foresight e dei future studies, ha previsto un esercizio semplice ma potente: immaginare che nel 2036 alcune delle principali criticità oggi percepite dai cittadini siano state risolte. A partire da questa ipotesi, i gruppi di lavoro hanno prima costruito una narrazione concreta e discorsiva – immaginifica – della vita delle persone nel 2036 e del loro rapporto con le cure, e poi individuato le azioni necessarie per trasformare quello scenario in realtà.

I cinque tavoli hanno preso le mosse da altrettante criticità percepite dai cittadini: la frammentazione dei percorsi di cura per anziani e cronici, le liste d’attesa, le difficoltà di accesso ai servizi digitali, il timore che la tecnologia possa allontanare pazienti e professionisti sanitari e la carenza di punti di assistenza facilmente raggiungibili sul territorio.

I cinque scenari emersi

Dalla frammentazione a un piano unitario per la cronicità

Salvo ha 78 anni, convive con diabete e fragilità cardiaca. Nel 2036 non deve più coordinare da solo visite, prescrizioni e controlli: dispone di un piano assistenziale unitario, costruito intorno alla persona e non alle singole patologie. Medico di famiglia, infermiere di comunità, specialisti, servizi sociali e famiglia operano come una rete riconoscibile.
Un assistente vocale presente attraverso un tablet rende semplice l’accesso ai servizi, mentre il monitoraggio consente di cogliere precocemente i cambiamenti. Se Salvo comincia a fare fatica nelle attività quotidiane, il sistema non attende la crisi: attiva un sostegno domiciliare e adegua il percorso.

Nel primo scenario immaginato, il percorso di cura delle persone anziane e con patologie croniche non è più frammentato tra diversi professionisti e servizi. Al contrario, il cittadino dispone di un piano assistenziale unitario, costruito attorno ai propri bisogni e gestito da una rete composta da medici, infermieri di comunità, specialisti, servizi sociali e caregiver. Per rendere possibile questa trasformazione, i partecipanti hanno individuato tre leve principali: il riconoscimento normativo delle prestazioni effettuate a domicilio o da remoto, il rafforzamento dell’integrazione sociosanitaria prevista dal DM 77 e lo sviluppo di tecnologie di monitoraggio accompagnate da adeguati percorsi di formazione e fiducia.

Dalle liste di attesa alla presa in carico trasparente della domanda

Marcella ha 58 anni e deve effettuare una risonanza magnetica. La prescrizione entra in un sistema regionale capace di valutare il bisogno clinico e i determinanti sociosanitari, verificare l’appropriatezza e proporre tempi e sedi compatibili. Le disponibilità di pubblico e privato accreditato sono leggibili in una sola agenda e le alternative vengono offerte con criteri trasparenti.
Lo scenario sposta il problema dalle sole capacità di prenotazione alla governance complessiva di domanda e offerta. L’obiettivo non è semplicemente produrre più prestazioni, ma indirizzare ogni persona verso la risposta giusta, nel tempo giusto.

Il secondo tavolo ha immaginato un sistema nel quale la gestione delle prestazioni non si limita a organizzare appuntamenti e agende, ma governa in maniera integrata domanda e offerta. Attraverso l’utilizzo dei dati e dell’intelligenza artificiale, prescrizioni, bisogni clinici e fattori socioassistenziali vengono valutati congiuntamente per garantire un accesso appropriato e trasparente alle prestazioni, integrando le disponibilità del servizio pubblico e del privato accreditato. La prospettiva emersa dal confronto è chiara: il problema delle liste di attesa non si risolve semplicemente aumentando il numero delle prestazioni erogate, ma migliorando la capacità del sistema di indirizzare ciascuna persona verso la risposta più appropriata nel momento giusto.

Accessibilità e superamento del Digital Divide

Nel 2036 una cittadina di 73 anni aiuta due vicine, una straniera e una persona con disabilità. Non deve orientarsi tra decine di credenziali e interfacce: un assistente conversazionale, “Faccio io per te”, la guida con comandi vocali nelle prenotazioni, nei pagamenti, nella consultazione dei referti e nelle richieste di supporto, garantendo sicurezza e tutela dei dati.
L’accessibilità non è trattata come una qualità aggiuntiva, ma come criterio di progettazione. La semplificazione digitale diventa anche un’occasione per ridisegnare processi e professionalità, liberando gli operatori dalle attività ripetitive e orientandoli verso compiti a maggiore valore.

Il terzo scenario affronta una questione destinata a diventare sempre più rilevante: l’accessibilità ai servizi digitali. Nel 2036 immaginato dai partecipanti, i cittadini non devono più confrontarsi con decine di piattaforme, credenziali e procedure differenti. Un assistente conversazionale guida gli utenti nell’accesso ai servizi, nelle prenotazioni, nei pagamenti e nella consultazione dei referti, adattandosi alle diverse condizioni di età, competenza digitale e fragilità. L’aspetto più interessante emerso dal laboratorio è che l’inclusione digitale non viene considerata una questione tecnologica, bensì organizzativa. Per semplificare davvero l’esperienza dei cittadini è necessario ripensare processi, basi dati e modalità di erogazione dei servizi, evitando che la complessità interna delle organizzazioni ricada sugli utenti.

Tecnologia e relazione: una falsa contrapposizione

Eleonora ha 85 anni, è diabetica, ha uno stent e poca familiarità con gli strumenti digitali. Il monitoraggio remoto è coordinato dalla Centrale operativa territoriale (COT), ma l’assistenza non coincide con una sequenza di dati. Ogni due giorni incontra in video un infermiere; una volta alla settimana riceve una visita a casa. Familiari, associazioni e professionisti compongono una comunità di cura.
La tecnologia è accettabile quando alleggerisce il lavoro burocratico e rende disponibile più tempo umano. In questo scenario, intelligenza artificiale e automazione supportano referti, lettere di dimissione e documentazione, mentre il contatto professionale viene programmato e protetto.

La quarta preoccupazione proposta è il timore che la crescente digitalizzazione possa aumentare la distanza tra medico e paziente. Molto interessante l’operazione compiuta dal quarto tavolo, che ha ribaltato la prospettiva, immaginando un futuro nel quale la tecnologia contribuisce invece a rafforzare la relazione di cura. Monitoraggio remoto, centrali operative territoriali e strumenti di intelligenza artificiale vengono utilizzati per alleggerire gli operatori dalle attività burocratiche e amministrative, restituendo tempo alla relazione umana e all’assistenza diretta. Per realizzare questo scenario sarà necessario investire tanto nelle tecnologie quanto nelle competenze, accompagnando professionisti, pazienti e caregiver in un percorso di cambiamento culturale e organizzativo.

Dall’isolamento geografico a un’assistenza domiciliare accessibile

Piera ha 79 anni, vive in una baita ai piedi del Monviso. I figli di Piera vivono all’estero, e lei è affetta da più patologie croniche (scompenso cardiaco cronico, BPCO, diabete). Per risolvere il problema dell’isolamento e dell’assistenza di prossimità, il tavolo ha immaginato il progetto “Radar 360”: Rete Assistenziale Domiciliare Accessibile Robotica. Il modello immaginato dal tavolo connette la sua abitazione a una rete assistenziale accessibile: sensori e dispositivi indossabili rilevano i parametri, una centrale operativa interpreta i segnali e attiva il professionista più adatto.
La casa di Piera è completamente domotica: utilizza un materasso smart e wearable device (orologio e maglietta intelligente) che inviano costantemente i suoi parametri vitali a una centrale operativa. Nel salotto, l’immancabile Madonnina di Lourdes convive con la presenza del robot “Giorgia”, che fornisce supporto emotivo e assistenza pratica.
La domotica convive con oggetti familiari e abitudini quotidiane. Robot e droni sostengono alcune funzioni pratiche e logistiche, ma il fulcro resta una rete di prossimità che comprende medico di famiglia, infermiere di comunità, assistente sociale e caregiver. La risposta all’isolamento è insieme tecnologica e sociale.

Il quinto tavolo ha affrontato il tema dell’accessibilità territoriale dei servizi sanitari, immaginando il progetto “Radar 360”, un modello di assistenza domiciliare avanzata capace di raggiungere anche le persone che vivono nei territori più isolati. Sensori, dispositivi indossabili, centrali operative, robotica e droni rappresentano gli strumenti tecnologici di questo scenario, ma il cuore del modello resta una rete di prossimità composta da medici, infermieri di comunità, assistenti sociali e caregiver. La risposta all’isolamento geografico non è quindi soltanto tecnologica: è anche sociale e organizzativa.

Un filo rosso attraversa tutti gli scenari

Pur avendo ricevuto come stimolo per sviluppare lo scenario problemi differenti, i cinque gruppi hanno prodotto visioni sorprendentemente convergenti: dai risultati emerge una sanità che mette al centro la persona e non la singola prestazione, valorizza la casa e il territorio come luoghi di cura, utilizza tecnologie invisibili e semplici da usare, libera i professionisti dagli oneri burocratici e fonda il proprio funzionamento sull’integrazione tra soggetti, dati e servizi. Il messaggio più importante emerso dal laboratorio è forse proprio questo: il futuro della sanità non sarà determinato solo dall’innovazione tecnologica e al tempo stesso quest’ultima avrà un ruolo centrale. A fare la differenza sarà la capacità di costruire ecosistemi nei quali tecnologie, organizzazione, norme, competenze e comunità lavorano insieme per garantire una presa in carico più semplice, tempestiva e personalizzata.

Dall’immaginazione all’azione

La riflessione è stata poi messa a confronto con i risultati dell’indagine dell’Istituto Piepoli, che ha evidenziato come le principali preoccupazioni dei cittadini restino oggi legate alle liste di attesa e alla carenza di personale sanitario. Allo stesso tempo, la ricerca mostra una crescente fiducia nelle tecnologie quando queste vengono sperimentate concretamente e producono benefici percepibili.

Il laboratorio non aveva l’obiettivo di produrre una roadmap operativa né un elenco di soluzioni immediatamente implementabili. Ha però raggiunto un risultato altrettanto importante: costruire un linguaggio comune per discutere quale sanità vogliamo nel prossimo decennio e quali trasformazioni vale la pena perseguire fin da ora.

Dalle storie immaginate dai partecipanti emerge infatti una direzione condivisa: la sanità del 2036 non sarà semplicemente più digitale. Sarà una sanità più capace di conoscere i bisogni delle persone, coordinare le risposte, raggiungere i cittadini nei luoghi in cui vivono e preservare il valore della relazione di cura. Una sanità in cui tecnologia, organizzazione e comunità smettono di essere elementi separati per diventare parti di un unico ecosistema al servizio della salute.

La contro-narrazione necessaria

Concludiamo il racconto di questo interessante laboratorio sottolineando come il confronto finale abbia fatto emergere un aspetto importante, richiamando la responsabilità della comunicazione: alla rappresentazione esclusivamente emergenziale del Servizio Sanitario Nazionale va affiancata una narrazione capace di dare visibilità alle competenze, alle innovazioni e ai risultati già presenti. Una contro-narrazione che però non deve sminuire i problemi né avere un carattere promozionale, ma al contrario poggiare su trasparenza, dati comprensibili e, soprattutto, valutazione degli esiti, anche per determinare l’attribuzione di risorse.

Noi di FPA non potremmo essere più d’accordo con questa lettura, che si pone del tutto in linea con l’impianto stesso intorno a cui è stata costruita l’edizione 2026 di FORUM PA Sanità.

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