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L’innovazione sociale con i Comuni: come cambia la città

L'innovazione sociale è un tema che comincia a interessare anche il mercato, mentre nelle diverse realtà territoriali nascono e crescono iniziative che introducono nuove idee su come risolvere problemi sociali quali l’abitare, il mangiare, il muoversi ecc. Alcuni ecosistemi urbani (ancora pochi ma interessanti da osservare nella loro evoluzione) stanno diventando protagonisti di questi processi. Cosa caratterizza queste realtà? Da quali premesse partono e come si stanno trasformando? Quali sono le questioni ancora aperte?


Foto di Saverio Tremamunno in licenza CC - https://www.flickr.com/photos/62332830@N02/14126557801/

Innovazione sociale e Comuni. Partiamo da quello che c’è:

  • sicuramente innovazione sociale e sostenibilità cominciano ad essere ambiti di interesse anche per il mercato e per chi ha risorse da investire. Siamo in presenza di un movimento orientato verso una direzione comune che si sta consolidando anche grazie al fatto che intercetta e convoglia gli interessi di attori diversi: il terzo settore, la finanza, la ricerca, il mercato;
  • ci sono sicuramente molte esperienze interessanti che stanno cambiando profondamente i modelli di organizzazione dei servizi. Nelle diverse realtà territoriali nascono e crescono iniziative, esperienze, progetti, nei quali si rinnovano gli attori in gioco e si rinnova anche il gioco stesso, introducendo nuove idee su come risolvere problemi sociali come l’abitare, il mangiare, il muoversi ecc.;
  • c’è sicuramente un discorso pubblico sui processi di innovazione ad impatto sociale, attento soprattutto a non farsi fagocitare dalla necessità imperante di passare di hype in hype, bruciando sul tempo la possibilità che le cose accadano realmente, con l’effetto di allontanare la narrazione del cambiamento dalla realtà che, invece, il cambiamento non lo vede proprio.

E poi ci sono alcuni ecosistemi urbani, tutti da osservare nella loro evoluzione, nei quali anche i Comuni agiscono un loro protagonismo. Si tratta ancora di poche realtà, caratterizzate dalla capacità dei Comuni coinvolti di:

  • avere una regia che porta a definire politiche pubbliche con una forte attitudine alla sperimentazione di soluzioni anche di strumenti finanziari diversi da quelli tradizionali. Nelle città in questione la regia è agita attraverso un inedito tandem politico-tecnico che vede amministratori, dirigenti, insieme in una funzione di coordinamento trasversale all’ente;
  • riuscire ad integrare le politiche pubbliche in una strategia complessiva volta allo sviluppo del territorio attraverso nuovi paradigmi (città smart, co-design e co-produzione, ecc.). Questo implica un importante percorso di cambiamento anche interno, organizzativo, perché progressivamente si interrompe quel flusso produttivo tipico delle amministrazioni pubbliche che è verticale, a canne d’organo. Inoltre richiede la presenza di competenze nuove, da sviluppare o da acquisire anche attraverso le varie forme di collaborazione con gli attori esterni. Nelle città che stanno lavorando in questa direzione si stanno sviluppando figure professionali nuove con competenze ibride e sguardo aperto sulle reti e sulle esperienze nazionali e internazionali;
  • agire un ruolo di supporto dei processi di innovazione sociale in varie forme: con interventi economici (voucher; pagamento diretto; sgravi; contributi; pagamento di spese specifiche, ecc.); con servizi di accompagnamento che sviluppino le capacità imprenditoriali di nuovi soggetti che abbiano idee interessanti e dagli impatti sociali importanti; con la disponibilità di luoghi fisici che favoriscano nuovi modelli di incontro e socializzazione; consentendo alle persone di prendere iniziative per il bene pubblico (pulire i muri di un quartiere, occuparsi di spazi incolti di un parco pubblico, ecc.); favorendo lo scambio delle pratiche locali, nazionali e internazionali; offrendo la possibilità di decidere quale sia l’uso e la modalità di gestione di spazi pubblici. Le città stanno sperimentando l’uso di piattaforme per favorire la presenza, l’incontro e lo scambio delle reti di attori locali, stanno lavorando sulle risorse attraverso la creazione di fondi di garanzia o percorsi di crowdfounding civico, stanno cercando di capire, insieme agli attori interessati, come agire sulla leva fiscale o come modificare alcune procedure;
  • avere la voglia e la capacità di sperimentare forme di ideazione e realizzazione delle soluzioni insieme ad altri attori. Negli ultimi anni l’enfasi dell’amministrazione pubblica aperta è stata data all’ascolto, alla trasparenza, alla comunicazione ma appare chiaro che si tratta di occasioni asimmetriche dove le amministrazioni e i cittadini non condividono alla pari le loro risorse di tempo, idee, fiducia. Il passaggio al co-design e alla co-progettazione è anche questo: un modo di dare fiducia al sistema dei city makers, delle organizzazioni e dei cittadini che assumo un ruolo attivo, creativo e di co-responsabilità (entro i limiti dei ruoli e delle funzioni riconosciuti ad ognuno). Queste collaborazioni e compartecipazioni stanno prendendo vita attraverso forme diverse anche a seconda delle finalità: bandi, partnership, albi, patti di collaborazione, ecc.

Che effetto ha tutto questo? Anzitutto è evidente come cambia il significato della parola partecipazione insieme al cambiare del ruolo che il Comune decide di assumere agendo in modo asimmetrico oppure alla pari con gli altri attori, fino ad arrivare alla co-progettazione; quest’ultima diventa il metodo utilizzato per la gestione dei processi decisionali, per la definizione e l’attuazione delle politiche e anche per la gestione di servizi/azioni/progetti. L’impegno delle persone che prendono parte alle iniziative, assumendo un ruolo attivo, fa sì che si superi l’ansia della rappresentanza entrando, invece, nell’ambito della cittadinanza attiva (dove chi c’è è la persona giusta) e nell’ambito di un nuovo processo negoziale degli interessi e delle responsabilità in campo. Questo modo di gestire le relazioni innesca meccanismi di fiducia e di senso di appartenenza, facendo sentire le persone coinvolte parte di un percorso di cambiamento e miglioramento che può avere un effetto positivo anche per altri.

Rimangono aperte diverse questioni:

  • la prima è la scalabilità nazionale delle interessanti esperienze locali che vedono importanti risultati negli ecosistemi in cui si muovono anche i Comuni. A questo fine la questione è se servano politiche e risorse nazionali che favoriscano e accompagnino questo processo di innovazione che può essere vitale non solo per la dimensione urbana e per le città ma anche per molte realtà minori e in grave difficoltà socio-economica;
  • la seconda questione è che in questo processo i pubblici amministratori devono accettare di perdere un po’ del potere che deriva dal gestire direttamente determinate risorse ed iniziare ad assumersi il rischio di abilitare soggetti terzi, imparando ad intercettare e coinvolgere quelli più interessanti (che potrebbero non essere interessati a collaborare). Alle amministrazioni è anche richiesto uno sforzo di revisione dei propri strumenti di programmazione con l’ottica del conferitore di opportunità e con un approccio error friendly;
  • altra questione aperta è come ampliare l’innovazione sociale e il suo impatto a partire da progetti minori o iniziative spot anche all’interno di uno stesso contesto urbano o territoriale. Per sostenere la scalabilità il comune può agire sull’ecosistema locale supportando lo sviluppo e il confronto tra gli attori e favorendone gli scambi e le interazioni così da far crescere idee e nuove ispirazioni anche per gli attori tradizionali del sistema. Altro elemento centrale che favorisce la scalabilità dell’innovazione sociale è l’apertura di questo paradigma su più politiche locali: periferie, riqualificazione di spazi pubblici, mobilità, sociale, food, abitare, educazione, giovani, … .
  • infine la questione della valutazione. Nel processo di supporto all’innovazione sociale il Comune svolge un ruolo determinante: finanziatore, beneficiario, alleato, cliente, garante e facilitatore. Lo fa con l’obiettivo di innovare e migliorare le politiche e per alzare il livello della qualità dei servizi e del benessere urbano. E lo fa in regime di risorse scarse. Questo obbliga l’amministrazione a conoscere l’impatto delle proprie scelte sia in termini di efficienza, vale a dire dal punto di vista dell’allocazione delle risorse, sia in termini di efficacia, ossia guardando il livello di raggiungimento di obiettivi strategici al di là della logica economico-finanziaria. L’introduzione di sistemi di misurazione dell’impatto sociale è un passaggio imprescindibile per tutelare un buon utilizzo delle risorse pubbliche e impermeabilizzare le scelte strategiche dell’ente dalle retoriche taumaturgiche che troppo spesso hanno portato a passioni facilmente svanite per paradigmi di innovazione, abbandonati ancor prima di sperimentarne il potenziale. Su questo tema vi è ancora molta strada da percorrere e su questo i Comuni possono dare avvio a questo percorso attraverso sistemi di consultazione degli enti accademici, del terzo settore e di altri soggetti coinvolti, oltre che sperimentare e scambiare pratiche con altre amministrazioni. La strada su questo tema è tutta da disegnare.

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A FORUM PA 2017 si è svolto l'incontro "INNOVAZIONE SOCIALE E COMUNI: dalle sperimentazioni alle politiche". Sono on line gli atti.

Di innovazione sociale si parlerà a ICity Lab 2017 (BASE Milano, 24-25 ottobre 2017)