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Open Data: bilancio di fine anno

Dati di qualità e dati utili, ad alto impatto. Le due nuove dimensioni dell’Open Data Maturity Report ridanno luce a due temi chiave del dibattito maturo sugli Open Data: non si può più prescindere da dati di qualità e il valore dei dati sta nel loro effettivo riuso. Abbiamo letto approfonditamente il Report e vogliamo condividere con voi alcune riflessioni

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Alla luce della recente pubblicazione dell’Open Data Maturity Report 2018 - e della correlata Indagine sul livello di maturità degli Open Data in Italia - ci siamo dedicati ad una lettura un po’ più approfondita, incuriositi dalle classifiche e anche dall’invito di quanti consigliavano letture che andassero oltre i punteggi.

La situazione in Europa

Primo elemento fondamentale è l’estensione della ricerca europea – giunta alla sua quarta edizione - a quattro dimensioni complessive rispetto a quelle del 2017. Il Report 2018 aggiunge quest’anno alle due dimensioni di studio degli Open Data policy e portal maturity, la data quality e l’impact, restituendo così un quadro più completo degli aspetti che compongono il tema. “Working on both quality and impact represents the two natural next steps for those European countries that already have a solid foundation in place, in both terms of policy and portal” – si legge nel documento europeo. Importante dunque sottolineare come lavorare contemporaneamente su tutti e quattro i fattori, collegati gli uni agli altri, concorra alla strutturazione di un ecosistema degli Open Data, nazionale ed europeo, sano e funzionante.

Lo studio, oltre a valutare la maturità dei dati aperti in Europa, consente anche di cogliere le sfide che i Paesi sono chiamati ad affrontare e restituisce alcune buone pratiche per stimolare i Paesi Membri a sfruttare a pieno il potenziale dei dati aperti. Lo scenario che si delinea è così di grande complessità e di grande interesse, con buone performance medie che riportiamo in sintesi a seguire accompagnate da alcuni punti di riflessione da quanto emerso nel report.

Il punteggio europeo complessivo delle quattro dimensioni registra:

  • 82% di maturità sulla dimensione “policy”

Dimensione su cui tutti i Paesi europei fanno meglio e che mette insieme diversi elementi (il quadro politico a livello nazionale che fornisce una visione di lungo termine sugli open data, il coordinamento a livello nazionale e l’allineamento sul fronte licenze). La dimensione di policy getta un occhio importante sull’affascinante questione dell’interoperabilità: “interoperability of data is considered a priority and that efforts are made to enhance the interoperability of data across the country”. Tra le esperienze europee in questa direzione si cita lo Slovenian Central Vocabulary quale tassonomia unica dei concetti chiave o della terminologia usata dalle PA slovene. In Italia su questo fronte AgID sta lavorando ad OntoPiA, rete delle ontologie e dei vocabolari controllati della pubblica amministrazione italiana.

Ci interessa rilevare inoltre da una parte l’individuazione di priorità di rilascio definite, in molti paesi, con le comunità di riutilizzatori e dall’altra parte l’esigenza di un coordinamento a doppio livello. Se sul primo punto salta all’occhio chiaramente il forte legame tra l’azione di ingaggio delle community nei processi di liberazione e l’azione di monitoraggio e di misurazione dell’impatto economico, sociale, politico e ambientale degli open data (debole ancora come rilevato nel report), sul secondo punto si fa espressamente riferimento alla ricerca di equilibrio tra la necessità di coordinamento e supervisione e il bisogno di un buon livello di libertà a livello locale per condurre e sviluppare iniziative Open Data sui territori. Questo in Italia si traduce in un forte ruolo, necessario peraltro, svolto dalle Regioni, quali aggregatori delle esperienze, degli sforzi e delle iniziative a livello locale, come peraltro ribadito dalle linee guida AgID.

  • 63% di maturità sulla dimensione “portal”

Funzionalità, uso, varietà dei dataset, sostenibilità sono le 4 parole chiave di questa dimensione. Nell’analisi delle funzionalità avanzate tra gli indicatori, spiccano due punti interessanti:

  1. Solo quattro portali nazionali consentono ai visitatori di caricare i loro stessi dataset
  2. La percentuale di richieste che innescano la pubblicazione dei dataset è molto bassa

Come si concilia questo allora con il coinvolgimento delle community nei processi di apertura di cui dicevamo sopra? Forse si tratta di considerazioni importanti se si vuole veramente legare l’offerta di open data all’effettiva domanda.

In più, manca in tutti i paesi europei una strategia che definisca le misure da individuare per assicurare la sostenibilità dei portali nel tempo e l’individuazione di modelli di finanziamento alternative ai budget statali. Elemento interessante quello della sostenibilità, che si lega di nuovo alla valutazione dell'impatto economico, alla definizione delle priorità di rilascio con stakeholder e alla disponibilità di dati in real-time. Insomma un tema di grande appeal!

  • 62% di maturità sulla dimensione “quality”

Modesto il posizionamento medio a livello europeo dei portali per l’aspetto della data quality. Seppure il volume di metadati harvestati dall’Europen Data Portal sia cresciuto del 15% in un anno, infatti, emerge dal report come la crescita della quantità dei dati non abbia in realtà implicato l’incremento della qualità degli stessi, con il solo 38% dei di dati “machine-readable”. Interessante sicuramente in termini di riflessione – e forse oggetto di possibili dibattiti – l’aspetto dell’introduzione di processi di automazione a cui si collega la qualità del dato. Se automatizzare i processi non sia di per sé garanzia di qualità dei dati, influenza sicuramente la qualità del dato nella misura in cui incide su uno degli aspetti che concorrono alla stessa, ovvero il processo di rilascio del dato.

  • 50% di maturità sulla dimensione “impact”

Il punteggio più basso sulla dimensione dell'impatto riferisce un ritmo ancora lento dei Paesi europei nel monitoraggio del vero valore degli open data: il riuso. La dimensione dell’impatto si qualifica quindi come quella più interessante e forse anche più “dolorosa”, e non solo per l’Italia. Solo undici paesi su ventotto dichiarano di monitorare il riuso degli Open Data del settore pubblico (non figura l’Italia). A questo si aggiunga che per oltre il 60% dei rispondenti non è un nemmeno un focus di interesse attuale o è di interesse scarso.

E forse sta qui il paradosso. Se diciamo che i dati sono importanti per poter agire, governare, definire politiche (If you can’t measure it, you can’t manage it scriveva Bloomberg, l’ex sindaco di New York, nell’introduzione al libro The Responsive City di Goldsmith), la conoscenza dell’impatto dei processi di liberazione dei dati a livello economico, politico, sociale e ambientale è cruciale per comprendere come funzionano processi di apertura e riuso e come attuare azioni e misure di correzione.

Inoltre, dall’analisi dell’impatto a livello economico emerge ancora una grande frammentazione. Solo il 48% dei Paesi Membri svolge o commissiona studi per valutare il valore di mercato degli Open Data (non figura l’Italia). A questo dato si aggiunge il 37% (non figura l’Italia) dei Paesi che hanno condotto studi e analisi degli impatti economici su specifici settori (idrico in Spagna, trasporti in UK, smart cities in Irlanda e Belgio).

La situazione in Italia

Che succede in Italia? Premiatissima, nel factsheet dedicato è esposto il 4° posto (4 posizioni in più del 2017) e viene confermata la posizione tra i trend-setter, già guadagnata nell’edizione precedente, con posizioni sulle quattro dimensioni al di sopra della media europea.

Oltre alla sua posizione tra i trend-setter insieme a Irlanda, Francia e Spagna (che peraltro quest’anno si riducono a quattro, dai quattordici dello scorso anno), all’Italia vanno alcuni riconoscimenti ulteriori:

  • il migliore punteggio sulla dimensione policy, insieme alla Slovenia – 97%, elemento peraltro stressato nell’indagine 2018 sul grado di maturità degli open data e sullo stato di attuazione della direttiva PSI;
  • la partecipazione all’Open Government Partnership e nell’Action Plan per il 2016-2018, elementi di spinta alla strategia nazionale Open Data e che concorrono allo score nella dimensione policy e nella dimensione dell’impatto dal punto di vista politico, soprattutto sulla trasparenza dell’azione della PA;
  • la capacità di abilitare iniziative Open Data a livello regionale e locale (per il 71% e il 90% delle amministrazioni locali e regionali) e nell’azione di promozione della cultura Open Data a livello nazionale ma anche da parte di amministrazioni regionali e locali con proprie specifiche iniziative;
  • l’alto impatto degli Open Data nell’abilitare processi di trasparenza nella PA, ma la debolezza d’altro canto del confronto attuale nelle amministrazioni regionali e locali sul tema del monitoraggio degli impatti generati dall’esposizione in formato aperto del patrimonio informativo pubblico;
  • alcune “buone pratiche” citate, dal rilascio del portale Open Data del Ministero dell’Ambiente al riferimento ad Open Data 500, primo studio sistematico sull’utilizzo degli Open Data da parte delle aziende (Gov Lab – New York University e Fondazione Bruno Kessler), dalla pubblicazione di Open Cup fino al riferimento ad OpenRAS e a Synapta con il portale dei contratti pubblici.

Diversi sono gli stimoli di riflessione che abbiamo ricevuto:

  • sull’aspetto governance e strategia nazionale su cui molti insistono c’è ancora molta strada da fare per far sì che si superi una forse naturale domanda “come facciamo ad essere al 97% sopra la media europea sulla policy se poi le difficoltà si riscontrano e percepiscono a livello strategico e di vision unitaria e nazionale?”
  • dalla pubblicazione all’approccio data driven e all’utilizzo dei dati da parte della PA per l’attuazione di processi di decision making consapevoli ed efficaci, il passo è importante e sostanziale. Siamo effettivamente pronti?
  • è stato raggiunto un buon livello di maturità in tutto il territorio nel pensare ai processi Open Data non solo come tecnologia e portali ma di abbracciarli nelle loro dimensioni organizzative, sociali ed economiche. Da questo punto di vista, l’indagine 2018 sul grado di maturità degli open data e sullo stato di attuazione della direttiva PSI evidenzia le azioni che si sono definite su due fronti in molti casi. Da un lato, nei processi di empowerment dei dipendenti pubblici (citata l’esperienza di prossima attivazione in Regione Campania, nell’ambito del progetto Open Data Campania a cui FPA partecipa, e l’esperienza di Accademia Open Data nell’ambito di Open Data Lazio); dall’altro lato, le pratiche di engagement del territorio e di coinvolgimento si moltiplicano sempre di più a livello locale tra laboratori, hackathon e attività che prevedono l’utilizzo di dataset in formato aperto (non ultima, citata nell’indagine, l’Hack Night @ Museum di ottobre a Napoli)

Nonostante le classifiche e i punteggi premianti persistono nell’istanze portate dalle 33 Amministrazioni, che hanno partecipato all’Indagine 2018 sul grado di maturità degli open data e sullo stato di attuazione della direttiva PSI, diversi ostacoli all’implementazione delle politiche di Open Data di tipo culturale, normativo (in seguito alla recente attuazione delle disposizioni in materia di protezione dei dati) e organizzativo (in termini di coordinamento dei processi di valorizzazione del patrimonio informativo all’interno delle singole PA affidato ad una figura ad hoc. Che sia il Responsabile per la Transizione Digitale o un Data Manager, l’idea è comunque di creare una spinta finale per gli Open Data).