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L’Italia e l’Agenda 2030: il punto a FORUM PA 2018. Giovannini: “In 12 mesi molti passi avanti, ma sarà questo l’anno della verità”

Prosegue il percorso di riflessione comune avviato da FPA e ASviS, che si concretizza anche quest’anno in un evento organizzato all’interno di FORUM PA. L’appuntamento è il 23 maggio a Roma (Nuvola dell’Eur) per un confronto tra diversi attori della politica, della pubblica amministrazione e del settore privato, ciascuno dei quali può contribuire a realizzare un’Italia sostenibile. Con Enrico Giovannini, portavoce di ASviS, facciamo il punto su cosa è cambiato rispetto a 12 mesi fa e su quali sono al momento i punti centrali su cui lavorare.

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Il 2030 è domani, ma non tutti sembrano averlo capito. Nell’ultimo anno il nostro Paese ha fatto sì dei grandi passi avanti sul tema della sostenibilità, ma è la velocità con cui stiamo cambiando che non è sufficiente. Soprattutto la politica e il mondo della comunicazione non hanno ancora percepito pienamente l’urgenza del cambio di passo chiesto dall’ONU con i 17 SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030. E se la mentalità comune si sta modificando (soprattutto tra i giovani sta crescendo la sensibilità verso i temi della sostenibilità), mancano ancora scelte strategiche condivise a livello nazionale che sostengano questi cambiamenti. Questo lo scenario tracciato da Enrico Giovannini , ex Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali del governo Letta, ex Presidente di ISTAT e oggi portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS). Con l’Alleanza FPA aveva avviato già lo scorso anno un percorso comune di riflessione, che si era concretizzato con un evento all’interno del FORUM PA di maggio. Quest’anno l’appuntamento si rinnova e vedrà il prossimo 23 maggio all’interno di FORUM PA 2018 un importante momento di approfondimento: il convegno “Italia 2030: come portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile” durante il quale si svolgerà anche la premiazione dei migliori progetti candidati al “Premio PA sostenibile, 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”.

Ma cosa è cambiato da un anno a questa parte?

“Dal punto di vista istituzionale e della governance sono stati fatti molti passi avanti – sottolinea Giovannini -. Ai primi di ottobre è stata approvata dal Consiglio dei ministri la ‘Strategia italiana per lo sviluppo sostenibile’, poi approvata a dicembre ufficialmente dal CIPE, e a marzo il Presidente del Consiglio ha emanato una direttiva in cui si dà gambe alla strategia dal punto di vista organizzativo. È stata infatti costituita la ‘ Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile’, con la presenza di tutti i Ministeri e dei rappresentanti di regioni, province e comuni, organismo che da adesso in poi seguirà il coordinamento delle politiche. Seconda decisione importante: far sì che tutte le pubbliche amministrazioni, in particolare quelle statali e i ministeri, inseriscano gli obiettivi di sviluppo sostenibile nella loro programmazione e che ci sia una rendicontazione alla presidenza del consiglio sulle attività svolte. La presidenza ogni anno produrrà un rapporto sullo stato di avanzamento della strategia, un documento importante anche perché calendarizzato a febbraio, quando si comincia a preparare il DEF. Inoltre, dice sempre la direttiva, attraverso la Conferenza unificata il governo coinvolgerà regioni, province e comuni perché molte delle competenze sono a livello locale. Il Ministero degli esteri continuerà a seguire la parte internazionale di cooperazione per l’attuazione dell’Agenda 2030, mente il Ministero dell’ambiente avrà il ruolo di dialogare con gli stakeholder attraverso l’istituzione di un forum”.

Abbiamo quindi finalmente un sistema di governance adeguato, che però va realizzato. Con la fine della legislatura bisogna vedere cosa accadrà. Il 2018 dovrebbe essere l’anno della verifica secondo Giovannini, che al momento sottolinea un primo segnale di continuità: “Alla fine della scorsa legislatura, a dicembre, era stata presentata in parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre il principio dello sviluppo sostenibile appunto in Costituzione. Questa proposta, che è inserita nell’ appello redatto da ASviS in occasione delle scorse elezioni (appello firmato da quasi tutte le parti politiche) è stata ripresentata nei giorni scorsi anche nella nuova legislatura.”

Oltre alla governance nazionale, Giovannini cita passi avanti fatti anche in altri ambiti: sul piano delle politiche locali (già nel DEF 2017 alcune regioni hanno tenuto conto degli SDGs; i Comuni hanno lavorato insieme ad ASviS ed è stata pubblicata con ANCI l’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile); nel campo dell’ educazione (la rete delle Università per lo sviluppo sostenibile creata dalla Conferenza dei rettori è cresciuta e sono quasi 60 le università aderenti; il corso sullo sviluppo sostenibile realizzato da ASviS è stato messo a disposizione di tutti gli insegnanti sulla piattaforma Indire ed è diventato obbligatorio per tutti i nuovi assunti; gli 830 milioni del PON istruzione sono stati declinati sugli SDGs, quindi le scuole sono state investite sia sul piano amministrativo che didattico); nel funzionamento interno alle amministrazioni (con il Dipartimento della Funzione pubblica si sta andando avanti per inserire il riferimento agli SDGs nella valutazione sulle performance). Parallelamente anche altre parti della società italiana stanno andando in questa direzione, come dimostrano: il manifesto della Confindustria per un’Italia sostenibile; il Piano integrato per lo sviluppo sostenibile presentato dalla CGIL e ora in discussione con gli altri sindacati; il lavoro fatto dal Forum per il terzo settore per ripresentate tutto il lavoro del non profit in ottica SDGs.

Insomma, una cultura che si sta espandendo, come testimonia anche il successo ottenuto dal Premio PA sostenibile organizzato da FPA e ASviS, che ha ricevuto 258 candidature.

Una cultura che però non trova ancora risposta adeguata nel mondo della politica (nell’ultima campagna elettorale questi temi sono stati quasi assenti) e della comunicazione (la stampa ne parla ancora in modo frammentato). Mancano poi politiche di transizione profonda su questi aspetti. “Faccio un esempio – dice Giovannini – in Italia abbiamo circa 60mila morti all’anno per inquinamento, in Europa 500mila. Eppure mentre altri Paesi hanno già deciso a livello nazionale l’uscita dalle auto a combustione interna entro una certa data, da noi manca una visione integrata. Andiamo verso l’auto elettrica o l’auto a metano? In un caso dobbiamo riempire la città di centraline nell’altro caso di distributori di metano. Altro esempio: ogni anno spendiamo 16 miliardi all’anno di sussidi dannosi per l’ambiente e 15 miliardi l’anno per sussidi favorevoli all’ambiente. Diamo incentivi fiscali per comprare auto nuove e non per l’educazione. Senza fondamentali decisioni di policy non si fa il salto. Questo vale anche per le tecnologie, imprescindibili per portare il mondo su un sentiero di sostenibilità. Tecnologie che consentano di aumentare la produzione senza impattare sull’ambiente, di ridurre le emissioni, di riusare le materie prime. Siamo dotati di tecnologie che possono risolvere radicalmente la situazione a livello planetario? No. Ma siamo dotati di molte tecnologie che ci farebbero fare dei passi avanti se le risorse finanziarie venissero orientate nella giusta direzione”.

Abbiamo tre opzioni per il futuro, conclude Giovannini: “La distopia, visione disastrosa per cui tutto crollerà; la retrotopia di Zygmunt Bauman, cioè l’idea che il nostro futuro consista nel tornare indietro; o l’utopia sostenibile. Quando nel 1972 il Club di Roma presentò il suo Rapporto sui limiti alla crescita diceva che eravamo di fronte a Y, che potevamo imboccare due strade. Il mondo, nonostante le enormi innovazioni che ha fatto, ha scelto di seguire quella della non sostenibilità. Tornare indietro e cambiare percorso? Impossibile, bisogna creare un ponte tra le due Y, ecco l’utopia sostenibile. Ci riusciremo? Non è affatto detto. Abbiamo bisogno di rallentare una serie di comportamenti sbagliati per riconvertire in modo sostenibile quello che facciamo. Abbiamo bisogno di una smaterializzazione del nostro benessere e su questo in Italia siamo andati avanti grazie all’introduzione degli indicatori del BES nella programmazione economico finanziaria. Perché se non scegliamo di massimizzare qualcosa di diverso e meno materiale rispetto a quanto fatto finora, infatti, non c’è innovazione tecnologica che tenga”.