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Scuola digitale

PNSD, l'opportunità di forzare il cambiamento e la necessità del coordinamento

E' necessario coniugare partecipazione e cambiamento culturale con azioni di sistema che forzino alcuni passaggi, obbligando a nuovi comportamenti. Ad esempio, l’eliminazione della lezione frontale "by default”

È sempre utile ricordare come la sfida e l’ambizione del Piano Nazionale per la Scuola Digitale (Pnsd) siano notevoli, perché l’obiettivo dell’innovazione che si vuole realizzare pervade tutte le aree, dalla didattica all’organizzazione dei tempi e degli spazi , dai contenuti alla digitalizzazione dei processi amministrativi e alla trasformazione organizzativa, con cambiamenti significativi sul fronte delle competenze del personale e anche sul loro modo di operare anche nelle relazioni con il territorio e con le altre scuole.

È, in altri termini, un piano che si propone di proiettare la scuola nel pieno della trasformazione digitale della nostra società, ed è quindi, come naturale conseguenza, un piano che deve tener conto di agire in un sistema complesso come la scuola. Per questa ragione, non è possibile definire nel dettaglio e rigidamente le azioni che sono chiamati a realizzare i diversi attori ( dirigenti scolastici e docenti in primo luogo) e il piano non può che porsi come ambito di intervento per la definizione degli indirizzi e degli interventi (anche in termini di risorse e tempi), l’abilitazione degli attori in ogni singola scuola e il loro accompagnamento, il monitoraggio dei risultati. È un piano che si realizza capillarmente con le azioni dei singoli docenti, delle singole scuole, ed è così che accompagnamento e ascolto diventano ingredienti essenziali di questo percorso, anche in un’ottica di progettazione collettiva, dove le prassi si affinano e con il riuso e l’esperienza diventano patrimonio comune, conoscenza condivisa.

In questo senso il cambiamento culturale di dirigenti e docenti è alla base del successo del programma e così, anche, il monitoraggio sistematico dal punto di vista dell’efficacia e della qualità dei risultati, che dovrebbe supportare la possibilità di ottenere risultati organici e di allineare le azioni rispetto alle esigenze e ai problemi riscontrati.

Da questo punto di vista rimane fondamentale un governo delle azioni (dalla definizione alla loro attuazione capillare sulle singole scuole) che dovrebbe essere espresso in modo sistemico, attivando i diversi livelli organizzativi in modo tale che nei tempi e nelle modalità sia assicurata la necessaria sincronia.

In particolare, un programma così complesso e ambizioso ha necessità di basarsi su un quadro chiaro di bilanciamento tra coordinamento centrale e autonomia locale progettuale e attuativa, agevolata da strumenti e processi digitali che superino l’ingolfamento burocratico e mirino a semplificare le azioni specifiche in carico alle scuole. Rimane, invece, ancora ampio, ad esempio, su uno dei nodi principali, quello della formazione, il rischio di frammentazione nella definizione dei percorsi formativi per DS, DSGA e animatori digitali. Il tutto in un contesto in cui potrebbe essere maggiormente delineato il processo partecipativo che si vuole attuare, attribuendo ad esempio un ruolo alle reti di scuole, e alle comunità di animatori, docenti, dirigenti, ed evitando il rischio di un rapporto uno a molti tra il Miur e i singoli docenti delle scuole.

Allo stesso modo, solo per esemplificare la necessità di raccordo nell’ambito di un contesto, senz’altro positivo, di cambiamento e innovazione, si pone la questione del bilanciamento tra normative sulla sicurezza e loro interpretazione, autonomia e cultura didattica “tradizionale” da una parte e innovazione dei processi e degli ambienti di apprendimento, dall’altra.

Anche qui, sarebbe utile un’indicazione “dell’eliminazione della lezione frontale by default”, allo stesso modo per cui il Codice dell’Amministrazione Digitale afferma che “la norma” è l’utilizzo di software open source e di pubblicazione dei dati in formato aperto, e ogni deroga deve essere motivata.

Un programma di cambiamento, da questo punto di vista, deve forzare dei passaggi che obblighino a cambi di comportamento. Affermando nuovi schemi e nuovi valori.

Ad esempio, l’iniziativa degli atelier creativi è certamente una delle più connotanti da questo punto di vista, quasi la proposta di un esercizio collettivo di ristrutturazione del pensiero sugli spazi di apprendimento. Ma, ed è questa la critica che soprattutto emerge, questo rischia di avvenire in un contesto culturale la cui evoluzione rimane ancora in gran parte legata alle iniziative dei singoli, con un accompagnamento da rafforzare, che sarebbe bene assumesse, ad esempio, la forma organica di task force, di centri di competenza di supporto.

E sulla base di una norma che indichi alcuni passaggi obbligati (“by default”).