EDITORIALE
Per una PA che genera futuro: il 2026 è un anno “che decide”
Il 2026 deciderà quale sarà il vero lascito del PNRR: un evento eccezionale che si chiude, oppure l’avvio di una PA capace di generare futuro. È su tre piani che si giocherà la capacità della PA italiana di passare da una gestione del presente a una governance anticipatoria, in grado di governare le sfide future: puntare sulle comunità come amplificatori cognitivi, governare l’IA come leva di lettura e di scelta, investire in competenze come infrastruttura permanente di valore pubblico. Approfondiremo questi temi nel percorso verso FORUM PA 2026 (9-11 giugno)
22 Gennaio 2026
Gianni Dominici
Amministratore Delegato FPA

Foto di Rachele Maria Curti - https://flic.kr/p/2rT37aa
Questo editoriale è una sintesi dell’introduzione di Gianni Dominici all’Annual Report 2025 di FPA. La pubblicazione è disponibile online gratuitamente, previa registrazione
Il 2026 non è un anno che “passa”: è un anno che decide. Decide che cosa resterà della stagione straordinaria del PNRR in un contesto reso sempre più complesso da fattori di natura tecnologica, economica e sociale. Le evidenze che provengono dai nostri lavori nell’anno appena trascorso, insieme ai contributi che abbiamo raccolto in occasione di questo Annual Report, parlano chiaro: la Pubblica Amministrazione italiana ha dimostrato di poter correre, ora deve scegliere se vuole farlo in modo continuativo, consapevole, generativo.
“Per una PA che genera futuro”, quindi, non è un semplice auspicio, è la domanda che attraversa tutte queste evidenze. Significa chiedersi se lo sforzo straordinario di questi anni produrrà solo progetti chiusi e rendicontati, oppure una nuova normalità fatta di capacità di spesa stabile, infrastrutture digitali mature, competenze diffuse, alleanze territoriali, nuovi modi di prendere decisioni nell’era dell’IA. Le testimonianze raccolte in questo testo convergono proprio su questo punto: il PNRR non è stato “solo” un grande piano di spesa, ma un laboratorio di nuove modalità di programmazione, di rapporto tra Stato e territori, di interazione con le istituzioni europee, che oggi la Commissione propone di estendere al prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. La vera domanda è se sapremo trasformare questa eccezionalità in metodo ordinario, evitando che il dopo-PNRR sia un ritorno al passato. Per capire la portata della trasformazione vissuta dalla PA basta guardare ad alcuni numeri chiave.
N.d. r. Rimandiamo alla pubblicazione integrale per approfondire in dettaglio questi aspetti e i dati a supporto. Sono state analizzate quattro dimensioni chiave che delineano il futuro della PA italiana.
Se guardiamo insieme queste quattro dimensioni – PNRR e fondi comunitari, persone e lavoro pubblico, tecnologie, relazioni – vediamo che la PA italiana ha già messo in campo molti degli ingredienti di una governance anticipatoria: capacità di programmare e spendere, reti territoriali, infrastrutture digitali diffuse, una nuova attenzione alle competenze. Il punto, nel 2026, non è aggiungere un altro “pezzo” al mosaico, ma decidere come tenere insieme ciò che c’è, portandolo deliberatamente nella direzione del futuro che vogliamo. In altre parole, non si tratta tanto di inventare nuovi strumenti, quanto di usare in modo diverso quelli che abbiamo: dati, piattaforme, comunità, percorsi formativi, reti istituzionali.
Per una PA che genera futuro, la governance anticipatoria diventa un modo diverso di orientare le risorse già disponibili. Tre sono le leve decisive su cui puntare nei prossimi anni: le comunità come amplificatori cognitivi, la tecnologia – con l’IA in prima linea – come alleata nella lettura dei contesti e nella gestione delle risorse, le competenze come infrastruttura viva che rende possibile questo cambio di postura. È su questo triangolo che il sistema pubblico può passare dalla gestione del presente alla capacità di leggere in anticipo le traiettorie di cambiamento, decidendo oggi con lo sguardo rivolto a ciò che potrebbe accadere domani.
La prima leva riguarda le Comunità, intese non solo come reti di enti, ma come vere e proprie “antenne” cognitive del sistema pubblico. Comunità di pratica, network di innovatori, alleanze territoriali nate intorno al PNRR, ecosistemi come le CTE, ICity Club, le reti degli RTD e dei dirigenti locali mostrano che la PA può imparare collettivamente: condividendo casi, errori, strumenti, leggendo insieme i segnali deboli che emergono dai territori. In molti casi, questi spazi hanno già svolto funzioni anticipatorie: hanno intercettato prima di altri nodi critici sull’uso delle piattaforme, resistenze organizzative, problemi di competenze, opportunità non sfruttate. La differenza, nei prossimi anni, sarà tra comunità tollerate e comunità riconosciute come pezzo strutturale della governance. Per attivare davvero una governance anticipatoria, queste reti vanno quindi riconosciute, sostenute, messe al lavoro in modo sistematico: chiamandole non solo a “commentare” decisioni già prese, ma a contribuire fin dall’inizio alla definizione delle priorità, alla co-produzione di scenari e ipotesi di intervento, alla sperimentazione controllata delle politiche prima che diventino norme rigide. Laboratori come FPA Radar (su cui trovate un Focus on immediatamente dopo questo articolo introduttivo), le reti tematiche sugli RTD, le comunità nate attorno ai grandi programmi nazionali sono, da questo punto di vista, prototipi di un’architettura più stabile: luoghi in cui la PA può esercitare, con continuità, capacità di ascolto, di interpretazione e di apprendimento collettivo. Una PA che genera futuro è una PA che rende queste comunità parte integrante del proprio modo di decidere, non solo un “contorno” più o meno volenteroso.
La seconda leva è l’uso intenzionale della tecnologia, e, in particolare, dell’intelligenza artificiale, come strumento per leggere per tempo ciò che cambia e per governare meglio le risorse. Non basta “digitalizzare” processi pensati per un’altra epoca; non basta usare l’IA come scorciatoia per sbrigare pratiche più velocemente. Una governance anticipatoria richiede di mettere dati, algoritmi e piattaforme al servizio di domande diverse: quali territori stanno entrando in sofferenza? Quali servizi saranno sotto pressione tra cinque o dieci anni? Dove si stanno allargando le disuguaglianze? Quali politiche producono davvero gli outcome attesi e quali, invece, generano effetti collaterali imprevisti? È qui che l’IA può fare la differenza, se ben progettata e governata: supportando la mappatura dei segnali deboli, la costruzione di scenari, la simulazione di impatti, l’uso più selettivo e mirato delle risorse oltre la stagione del PNRR. Strumenti avanzati di analisi possono aiutare a individuare pattern nascosti nei dati demografici, nei flussi di domanda di servizi, nei comportamenti di cittadini e imprese, nei segnali di vulnerabilità territoriale e sociale. Ma perché questo accada servono due condizioni, che oggi rappresentano ancora un punto di fragilità: dati affidabili – curati, documentati, condivisi – e competenze interne in grado di leggere criticamente gli output degli strumenti, evitando l’illusione di una neutralità tecnica che i fatti smentiscono. Senza un investimento serio sulla qualità del dato e sulla capacità di interpretarlo, l’IA rischia di diventare una macchina che amplifica errori e disuguaglianze, invece che uno strumento per prevenirli. Allo stesso tempo, l’uso intelligente delle tecnologie può contribuire a una gestione più lungimirante delle risorse. In un contesto in cui la fase straordinaria del PNRR lascia il posto a una stagione di risorse più limitate, sistemi di monitoraggio avanzati, cruscotti integrati, strumenti di valutazione e simulazione possono permettere di orientare ogni euro verso la creazione di valore pubblico, riducendo gli sprechi, correggendo la rotta in corso d’opera, rendendo più trasparenti le scelte. L’innovazione tecnologica, letta in questa chiave, non è un costo in più, ma la leva per governare meglio vincoli che diventeranno più stringenti.
La terza leva è quella delle competenze. Senza persone in grado di abitare questa complessità, la governance anticipatoria resta un esercizio retorico. La direttiva sulla formazione, i programmi nazionali per lo sviluppo delle competenze digitali, i percorsi su leadership, IA, valutazione, le sperimentazioni su mentoring e reverse mentoring indicano una direzione chiara: passare dalla formazione come adempimento alla formazione “su misura”, cucita sui ruoli, sulle traiettorie organizzative, sui grandi passaggi che la PA sta vivendo. In una PA che invecchia e fatica ad attrarre giovani, questa leva diventa doppiamente strategica: serve a rigenerare il patto psicologico con chi c’è già, riconoscendo carichi, responsabilità e bisogni di crescita; e serve a rendere il lavoro pubblico una scelta di senso per le nuove generazioni, che cercano contesti in cui poter apprendere, contribuire, sperimentare. In questa prospettiva, competenze non significa solo “saper usare” nuove tecnologie. Vuol dire sviluppare capacità analitiche e relazionali, pensiero critico, sensibilità etica, abilità nel lavorare in team e in rete. Vuol dire formare amministrazioni che non hanno paura di interrogare i propri dati, di cambiare rotta alla luce delle evidenze, di coinvolgere cittadini e stakeholder nei processi decisionali.
È qui che formazione, comunità e tecnologie si intrecciano: le comunità come luoghi di apprendimento continuo e scambio tra pari; l’IA come strumento per personalizzare percorsi di sviluppo, per alleggerire attività ripetitive, per liberare tempo alla relazione e alla progettazione; la formazione come tessuto connettivo che tiene insieme persone, organizzazioni e sfide di medio-lungo periodo. In un contesto in cui mentoring, reverse mentoring, Comunità di pratica e percorsi di age management diventano assi strategici, le tecnologie non sono il centro della trasformazione, ma una parte dell’ecosistema che serve a mettere ogni persona “all’altezza del proprio ruolo”, come chiedono le nuove direttive sulla formazione e le politiche di attrattività. L’esperienza PNRR e l’uso consapevole degli strumenti digitali mostrano che è possibile farlo: usati per interpretare i segnali deboli, per governare in modo più intelligente le risorse e per affrontare la scarsità di personale valorizzando il lavoro, questi strumenti possono diventare il collante tra molte delle traiettorie che attraversano questo rapporto: la PA come attivatore di reti, la sostenibilità digitale come nuova missione, la governance anticipatoria, la centralità delle persone e delle competenze.
Il 2026, allora, è davvero un anno che decide. Non deciderà solo il destino formale del PNRR, ma il senso che daremo al suo lascito: un evento eccezionale che si chiude, o l’avvio di una PA capace di generare futuro anche in una fase di risorse più scarse. Puntare sulle comunità come amplificatori cognitivi, governare la tecnologia – IA in testa – come leva di lettura e di scelta, investire in competenze come infrastruttura permanente di valore pubblico: è su questi tre piani che si giocherà la capacità della PA italiana di passare da una gestione del presente a una vera governance anticipatoria.
Se sapremo farlo, il dopo-PNRR non sarà un lento riflusso, ma l’inizio di una normalità nuova, in cui la PA non si limita a resistere al cambiamento, ma con- tribuisce a orientarlo, tenendo insieme efficienza ed equità, innovazione e diritti, risorse limitate e prospettiva di lungo periodo. E da qui, da una PA che impara a leggere per tempo i propri futuri possibili e a scegliere responsabilmente quelli preferibili, potrà ripartire un rapporto più maturo e fiducioso tra istituzioni e cittadini: una fiducia non ingenua, ma fondata sulla capacità dimostrata di trasformare risorse straordinarie in cambiamenti strutturali e di continuare a programmare, decidere, innovare anche “a regime”, con meno risorse, ma con più consapevolezza.
Nelle prossime settimane cominceremo il percorso di avvicinamento a FORUM PA 2026 (9-11 giugno 2026, La Nuvola – Roma), per il quale abbiamo scelto il claim “Per una PA che genera futuro”. Vi accompagneremo fino alle date di giugno con anticipazioni, approfondimenti e rubriche dedicate ai temi analizzati in questo editoriale.