Sostenibilità digitale e generazioni al tempo dell’IA: chi costruirà la PA di domani?

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L’intelligenza artificiale renderà la PA più efficiente, su questo non ci sono dubbi. Ma chi ci sarà a governare questi processi sempre più efficienti e automatizzati? Il ricambio generazionale all’interno delle amministrazioni, un obiettivo riconosciuto come prioritario, ci pone di fronte a questioni fondamentali, a partire da una considerazione: le generazioni più giovani, considerate native digitali, sanno usare le tecnologie, ma non sempre le comprendono. Quale alfabetizzazione digitale è necessaria oggi? E quali ruoli immaginiamo per i giovani che entrano nelle pubbliche amministrazioni in questa fase di grandi cambiamenti?

10 Febbraio 2026

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Isabella Pierantoni

Founder Generation Mover™, futurist

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Andrea Tironi

Project manager Digital Transformation, Consorzio.IT

Foto di Elimende Inagella su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/palla-da-discoteca-blu-e-nera-0fcNFNZ6sBY

C’è un assunto che ritorna spesso, quasi fosse una scorciatoia mentale rassicurante: i giovani capiscono di tecnologia e digitale. Sono nati con lo smartphone in mano, vivono sui social, si muovono con apparente naturalezza tra app e piattaforme. Eppure, questo assunto è in larga parte falso, è uno stereotipo, comodo ma fuorviante.

Per affrontare seriamente il tema, occorre chiarire chi intendiamo quando parliamo di ‘giovani’. Il termine non può essere ridotto ad una semplice categoria anagrafica, o a un gruppo omogeneo.  

Oggi ci si riferisce ad almeno 3 generazioni diverse, accomunate dall’essere cresciute dentro un ecosistema digitale già maturo, ma profondamente differenti per esperienze, bisogni, aspettative e competenze.

Ci sono i: Centennials, una mini-coorte a cavallo tra giovani Millennials e i membri più adulti della Zeta Gen (oggi indicativamente tra i 27 e i 33 anni circa). C’è la Generazione Zeta che nel 2026 ha tra i 16 e i 30 anni circa, e la Gen Alpha, composta da bambine, bambini, ragazze e ragazzi che oggi hanno fino ai 16 anni.  Della Generazione Beta che inizia ora ad arrivare (2025-2039), ci occuperemo in un’altra occasione.

Parliamo di generazioni nate a partire dagli anni Novanta fino al primo decennio del Duemila, cresciute in uno scenario tecnologico e digitale caratterizzato da innovazioni continue, pervasive e accelerate, ma anche attraversato da crisi sistemiche multiple: economiche, sociali, climatiche, istituzionali, in sintesi di un contesto instabile e complesso.

Queste generazioni non hanno scelto il digitale, lo hanno trovato. Per loro il digitale è stato, ed è, una infrastruttura stabile, data per scontata, parte integrante della loro vita quotidiana, oltre che estensiva di sé stessi. A differenza delle precedenti generazioni (Baby Boomer, X Gen) che hanno vissuto il digitale come un linguaggio da apprendere (dai corsi di DOS al Cobol, dal linguaggio C alle prime forme di programmazione), i giovani del XXI secolo sono entrati in un ambiente tecnologico già confezionato, intuitivo e user-friendly. Di conseguenza la loro esperienza tecnologica è sì intensa, immersiva e continua, ma, non per questo automaticamente consapevole.

Questo è il punto cruciale: i giovani non sono digitalmente automaticamente competenti per definizione

Nella maggior parte dei casi, sono utilizzatori avanzati, non costruttori consapevoli. Sanno usare strumenti progettati da altri, ma raramente conoscono i meccanismi che li governano, i modelli economici che li sostengono, le implicazioni etiche, organizzative e sociali che producono nel tempo.

Confondere l’uso con la comprensione è uno degli errori più gravi che oggi permeano il dibattito pubblico sulle generazioni. È un errore particolarmente pericoloso quando si parla di sostenibilità digitale, perché la sostenibilità, prima ancora che tecnologica, è culturale e generazionale.

Negli ultimi anni si utilizzano anche termini come nativi digitali, spesso anche nativi IA. Tuttavia, essere nativi digitali o nativi IA non equivale a essere alfabetizzati digitalmente, o a conoscere e comprendere l’intelligenza artificiale. Più semplicemente significa crescere in un ambiente in cui certe tecnologie sono disponibili, accessibili e incorporate nelle pratiche quotidiane, invisibili, ma onnipresenti e proprio per questo difficili da considerare in modo critico. 

Il rischio è che intere generazioni vivano il digitale come un dato naturale, senza sviluppare quello sguardo critico e sistemico di lungo periodo che serve per governarlo. Un rischio che diventa enorme quando questo scenario lo incrociamo con uno dei grandi nodi strutturali irrisolti del nostro Paese: il ricambio generazionale nella Pubblica Amministrazione.

La PA italiana è strutturalmente sbilanciata. 

Da un lato, una dirigenza spesso over 55, cresciuta nei modelli organizzativi novecenteschi, che ha vissuto la digitalizzazione come un’appendice tecnica, un’incombenza in più di cui occuparsi senza riuscire a coglierne le reali potenzialità.

Dallo Studio IFEL sul personale dei Comuni Italiani ed. 2025, emerge che i dirigenti comunali a tempo indeterminato sono 2.582, il 12% in meno di quelli in servizio nel 2015.

Il 40,1% dei dirigenti comunali a tempo indeterminato è donna. L’età media è di 55 anni. La maggior parte di essi, il 32,8% e il 26,9%, si colloca nelle fasce di età “55-59” e “60 e oltre” rispettivamente. Dei restanti, il 23,8% si trova nella classe “50-54”, l’11,3% in quella “45-49” anni e il 3,7% nella classe “40-44”. I dirigenti comunali a tempo indeterminato con meno di 40 anni sono l’1,5% del totale.

Dall’altro, un middle management tra i 40 e i 50 anni che, in molti casi, non ha mai davvero avuto lo spazio, il tempo o il mandato per esprimere o partecipare a costruire una PA più giovane e dinamica. Ai margini ci sono le nuove generazioni, quando ci sono.

Perché il punto è proprio questo: le nuove generazioni nella PA spesso non ci sono, o arrivano tardi, o arrivano male. Entrano in organizzazioni rigide, gerarchiche, con percorsi di crescita lenti, linguaggi lontani, strumenti obsoleti. Si trovano intrappolate in schemi pensati per un mondo che non esiste più, rispondono a bisogni che non sono più allineati al XXI secolo.

Nel frattempo, fuori, il mondo cambia, velocemente, sovvertendo assetti che solo ieri apparivano stabili e scontati. L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente tutto questo agendo non come semplice innovazione ma come potente fattore di discontinuità. 

In aggiunta, sempre più attività tipicamente junior (analisi di base, stesura di testi, supporto operativo, classificazioni, sintesi) vengono automatizzate o aumentate dall’IA, generando un cul-de-sac organizzativo particolarmente insidioso. Proprio le mansioni che di solito consentivano ai più giovani di entrare nelle organizzazioni gradualmente, comprenderne processi, linguaggi e procedure operative rischiano di scomparire. Secondo molti studi in corso, a pagare il prezzo più alto di questa transizione saranno proprio loro, i giovani, non per mancanza di potenziale ma per sostituzione anticipata da parte dell’IA.

Dal punto di vista dell’efficienza e della produttività potrebbe apparire un progresso, ma a livello sistemico, è un serio problema di transizione e ricambio generazionale che inciderà profondamente sul prossimo futuro.

Se non assumiamo più junior oggi, chi saranno i senior di domani?

Quando l’ingresso nel mondo del lavoro viene tagliato o svuotato di senso, perdiamo il tempo lungo della formazione, dell’apprendimento sul campo, dell’errore. L’IA rischia di comprimere il presente senza costruire il futuro: questo vale nel privato, ma nella Pubblica Amministrazione è ancora più critico, perché i cicli di competenza sono lunghi e la memoria istituzionale è un bene fragile.

C’è poi un altro aspetto, spesso sottovalutato, che lega direttamente sostenibilità digitale e generazioni: la capacità dei territori di attrarre giovani.

Per un sindaco, per un’amministrazione locale, non riuscire ad attrarre, o trattenere, giovani nella propria PA significa non solo ridurre velocemente la popolazione nel presente, ma anche compromettere la sopravvivenza del territorio nel futuro.

Se la PA non è attrattiva, se non offre percorsi di senso, di crescita, di impatto, manda un messaggio chiaro: qui il futuro non abita, un messaggio con effetti devastanti in un Paese già colpito da un calo demografico strutturale ultradecennale, Lo spopolamento, o degiovanimento (A. Rosina) dei paesi e dei territori, non è un fenomeno neutro, né reversibile con facilità. 

Quando i giovani italiani se ne vanno, difficilmente tornano.

Non saranno il turismo o l’agricoltura a salvarci: il turismo può portare flussi temporanei, reddito stagionale, vetrine. Del resto, le stesse città o paesi senza popolazione autoctona locale cosa possono offrire al turista? Centri commerciali? Mostre? E poi? Gli stessi turisti cercano autenticità, vita locale. Di sicuro, solo il turismo, non costruisce comunità, non rigenera competenze, non crea innovazione e continuità generazionale e, di conseguenza, stabilità dei sistemi e prospettive di futuro.

Un territorio senza giovani che sperano, ambiscono, lavorano, progettano, decidono è un territorio destinato a spegnersi lentamente, anche se pieno di visitatori.

Ecco perché parlare di sostenibilità digitale, generazioni e futuro significa tenere insieme tutti questi pezzi. Bisogna cominciare a lavorare da qui per costruire una visione comune, intergenerazionale, piena di senso per tutte le persone di ogni età.

Il DDL 2393, VIG, sulla Valutazione dell’Impatto Generazionale, approvato a ottobre 2025, chiede a tutte le amministrazioni pubbliche, quindi anche comunali, di occuparsi, rendicontare e misurare l’impatto delle decisioni prese sulle generazioni presenti e future, con una serie di indicatori specifici da considerare e valutare in ogni provvedimento.

Il percorso digitale è uno degli elementi che può essere visto come una leva per rigenerare organizzazioni, lavoro pubblico e territori, non più come scorciatoia per tagliare costi, aumentare produttività o sostituire persone. 

Che fare? Non esistono soluzioni semplici, ma alcune direzioni sono chiare

  1. La prima è investire seriamente in alfabetizzazione digitale critica e intergenerazionale. Non corsi sugli strumenti, ma percorsi che mettano insieme giovani e senior, competenze tecniche e capacità di lettura dei processi, tecnologia e impatto sociale nel tempo. Il sapere e le innovazioni devono essere bidirezionali. 
  2. La seconda è ripensare l’ingresso dei giovani nella PA, creando ruoli junior aumentati dall’IA, non cancellati dall’IA. L’intelligenza artificiale può diventare una palestra di apprendimento accelerato per junior e senior, se usata per accompagnare, non per escludere. Serve il coraggio di sperimentare nuovi modelli di carriera, di leadership, di responsabilità e valutazione meritocratica per tutte le età.
  3. La terza è legare in modo esplicito innovazione digitale, politiche del lavoro privato e pubblico e attrattività territoriale. I giovani non cercano solo uno stipendio, che ormai deve essere dignitoso: cercano senso, impatto, progetto e possibilità di incidere. Una PA che lavora bene sul digitale, sui dati, sull’IA responsabile, diventa automaticamente un presidio di futuro per il territorio: uno spazio, un tempo e un luogo in cui vale la pena restare, tornare, investire il proprio tempo e le proprie competenze.

Alla fine, la questione non è se l’intelligenza artificiale renderà la PA più efficiente, questo accadrà comunque, ma invece che tipo di PA costruiremo mentre diventiamo più efficienti, e chi ci sarà?

Il rischio è di costruire Paesi e amministrazioni demograficamente e generazionalmente fragili che non potranno rigenerarsi nel tempo.

Sostenibilità digitale, generazioni e futuro rappresentano una scelta politica, organizzativa e culturale. E il tempo per farlo non è domani, è adesso.

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