Del referendum, dello smart working e del pensiero binario: quando la smetteremo di essere dei tifosi
Dallo smart working all’IA, riduciamo la complessità a uno scontro tra 0 e 1, ignorando che la realtà non è affatto binaria. Dobbiamo superare la logica del “sì o no” per interrogarci su quali organizzazioni vogliamo, quale Pubblica Amministrazione vogliamo e quale rapporto tra istituzioni e cittadini intendiamo costruire. Il futuro è uno spazio di possibilità da progettare. E per farlo non servono tifosi. Servono architetti
27 Marzo 2026
Gianni Dominici
Amministratore Delegato FPA

Foto di Carlo Martini, Tour de France 1952
E così il capitolo referendum si è chiuso rilevando un’unica certezza: siamo un popolo di tifosi. La nostra cultura è divisoria per natura. Ci siamo divisi tra Bartali e Coppi, tra lancisti e alfisti, tra chi voleva il divorzio e chi no. E non siamo mai guariti. Anzi, abbiamo trovato nuovi campi di battaglia, sempre più polarizzati, sempre più sterili.
Ci siamo divisi tra vax e no-vax, tra chi vuole l’auto elettrica e chi la considera un complotto (i cosiddetti watt e no-watt), tra chi difende lo smart working come una conquista e chi lo vede come l’anticamera della pigrizia. E ora, inevitabilmente, ci stiamo dividendo tra apocalittici e integrati dell’intelligenza artificiale.
È una malattia del pensiero. Una malattia binaria, manichea, che riduce ogni complessità a uno scontro tra 0 e 1, tra bianco e nero, tra “con noi” e “contro di noi”. E il paradosso è che lo facciamo proprio nell’epoca in cui la scienza — la fisica quantistica, per esempio — ci ha dimostrato che la realtà non è affatto binaria. Che una particella può essere contemporaneamente onda e corpuscolo, che può trovarsi in più posti contemporaneamente, che la realtà è una sovrapposizione di stati, non una scelta tra due alternative. Eppure, noi, imperterriti, continuiamo a pensare come se fossimo dentro un computer a 8 bit.
Il dibattito sullo smart working è l’esempio più clamoroso di questa patologia. Per anni abbiamo discusso se fosse “giusto” o “sbagliato”, se aumentasse la produttività o la diminuisse, se fosse un diritto o una concessione. Domande inutili, che nascondono la vera questione.
E oggi, mentre siamo nel pieno di una crisi energetica internazionale che rende gli spostamenti insostenibili, c’è ancora chi si oppone allo smart working per principio, per partito preso, per nostalgia di un controllo che non ha più senso. Fa ridere, se non fosse tragico. È la dimostrazione che il pensiero binario non è solo stupido: è dannoso.
Perché la domanda non è mai stata “smart working sì o no?”. Così come la domanda non è “IA sì o IA no?”. La domanda vera, quella che non ci facciamo mai, è: che organizzazioni vogliamo? Che Pubblica Amministrazione vogliamo? Che rapporto tra istituzioni e cittadini vogliamo costruire?
Solo dopo aver risposto a questa domanda — solo dopo aver immaginato un futuro desiderabile — possiamo chiederci quali strumenti ci servono per arrivarci. E allora scopriremo che lo smart working non è né buono né cattivo: è uno strumento potentissimo per creare organizzazioni più flessibili, più attrattive, più sostenibili. E che l’intelligenza artificiale non è né una minaccia né una salvezza: è uno strumento straordinario per personalizzare i servizi, per anticipare i bisogni, per liberare le persone dai compiti ripetitivi e restituire loro il tempo per pensare, per creare, per relazionarsi.
Come ho scritto nel mio precedente articolo, “Immaginazione aumentata“, la tecnologia amplifica le intenzioni, non le sostituisce. Se la nostra intenzione è solo quella di rendere più efficiente la burocrazia esistente, l’IA sarà un formidabile acceleratore di inerzia. Se la nostra intenzione è quella di creare una PA che sia davvero al servizio dei cittadini, allora l’IA può diventare un motore di trasformazione.
Ma per farlo, dobbiamo smettere di essere tifosi. Dobbiamo smettere di dividerci su tutto e iniziare a convergere su una visione. Dobbiamo smettere di discutere degli strumenti e iniziare a discutere dei fini. Il futuro non è una scelta tra due opzioni. È uno spazio di possibilità da progettare. E per progettarlo, non servono tifosi. Servono architetti.