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Armonizzare le diversità per trasformare la città

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Gli autori del libro “Come il filo per l’aquilone” narrano il tentativo di modificare alcune tipiche connotazioni del sistema di welfare, innescando circuiti di cittadinanza attiva per permettere alla persona, normodotata o no, di arricchire e tutelare la propria autonomia e partecipare alla vita della comunità in cui è inserita

23 Dicembre 2016

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Patrizia Fortunato

In un’ottica di ascolto attivo, dialogo con la città e collaborazione reciproca, il Comune di Trieste ha avviato un percorso per la creazione di un modello innovativo e sperimentale di welfare. La ricerca di nuovi schemi di intervento, che ha portato l’amministrazione comunale a costruire delle risposte tangibili e significative al bisogno sociale dei suoi cittadini, va contestualizzata al periodo 2006-2011, in un momento in cui quello che è stato fatto risultava innovativo.

L’esperienza, riproducibile anche in altre amministrazioni, è sintetizzata nel libro “Come il filo per l’aquilone”[1] , scritto dall’assessore dell’Area alla Promozione e Protezione sociale del Comune di Trieste, Carlo Grilli, e dal suo direttore, Ada Murkovic.

Lui, assessore di centrodestra, Lei, dirigente di centrosinistra, si sono incontrati nel 2006, all’inizio di un mandato amministrativo. La collaborazione è durata cinque anni, per tutto il tempo del mandato, nell’ambito dei Servizi sociali comunali.
La sfida consisteva nel trovare il difficile equilibrio tra il bisogno di servizi per i cittadini più fragili, la spinta all’innovazione e la capacità di attivare interventi che richiedevano la responsabilità diretta di dirigenti e amministratori pubblici. Un punto critico quest’ultimo, spesso di divergenza tra chi ha competenze e professionalità diverse, eppure l’esperienza di Tieste insegna che è possibile armonizzare le diversità per tentare di costruire una società migliore.
La peculiarità di questa esperienza sta nell’incontro avvenuto tra due persone. Lo sottolinea Ada Murkovic “siamo diversi per età, cultura, estrazione politica, carattere. Il messaggio del libro è che due persone diverse possono incontrarsi a patto che trovino un denominatore comune. Nella pubblica amministrazione al politico spetta dare le linee d’indirizzo, mentre la gestione compete all’organo amministrativo; se ognuno si irrigidisse dentro queste rispettive posizione non si riuscirebbe a creare”.
Conferma l’assessore Grilli “Sono arrivato alla pubblica amministrazione in maniera improvvisa e insieme con il direttore dell’area, Ada Murkovic, pur avendo idee politiche diverse dalle mie, abbiamo trovato un punto in comune, attraverso quell’unico elemento per noi importante che è la fede, concretizzandolo nel senso civico. Da qui è nata la spinta a promuovere servizi da noi ritenuti innovativi. Il nostro rapporto era dettato dal voler fare, dal voler migliorare quella che era la comunità di quel momento storico. Sono passati 6 anni, la fotografia della situazione sociale oggi è completamente cambiata. La crisi socio-economica è arrivata nella nostra città, attiva nell’ambito del settore pubblico ma in serie difficoltà in quello commerciale e industriale. La crisi incide sulla qualità di vita delle persone. Ci siamo subito accorti che stava cambiando qualcosa e che bisognava incidere sul percorso di ordinaria amministrazione, sino a quel momento efficiente. Nuove fasce di realtà, nuove fasce di popolazione, cominciavano ad arrivare nei nostri uffici”.

Occorreva uscire dall’ambito ristretto in cui le politiche sociali sono spesso confinate e iniziare a considerare anche degli interventi a sostegno dei cittadini un tempo non considerati marginali. Occorreva investire sulle persone, sulle loro capacità, sulla loro autonomia, pensare a nuovi servizi da attivare.

Sottolinea l’assessore Grilli “abbiamo messo in campo l’agenzia dell’affitto, uno strumento che di fatto non andava ad incidere sulla fascia più povera della popolazione, ma su quella fascia che volevamo non diventasse povera e che aveva già una capacità reddituale, non sufficientemente bassa però per accedere all’edilizia pubblica e non sufficientemente ricca per affacciarsi al mondo del privato. Abbiamo messo in piedi uno strumento che facesse incontrare domanda e offerta per quanto concerne l’abitare”.

Diventava necessario rinsaldare il legame tra cittadinanza e territorio, tra sviluppo economico e valori civici, incrementare il livello di coesione sociale curando in particolar modo la comunicazione.

“Ho curato la comunicazione e le relazioni con la città con strumenti nuovi. – afferma Murkovic – Abbiamo fatto alcune iniziative in campo culturale interessanti: una è stata affidare a Pino Roveredo, uno scrittore che si occupa di disagio sociale in città, la scrittura di un libro,”Su e giù per le scale”, intervistando i nostri utenti ; l’altra è stata realizzare, con gli autori di pordenonelegge, un corso di scrittura per gli operatori del sociale affinché anche loro potessero esprimere le loro emozioni, i loro sentimenti nell’operare in questo settore così difficile e delicato. Queste due iniziative a me sembrano riproducibili anche oggi non soltanto per l’aspetto culturale ma soprattutto perché poco spazio si dà alla voce dei cittadini e degli operatori. Lo strumento della scrittura può essere anche uno strumento di contenimento del burnout di chi opera nel sociale. E non si pensi che l’esperienza di scrittura abbia interessato soltanto persone di un certo livello culturale. Ho personalmente partecipato a questi laboratori (che fra l’altro si tenevano al di fuori dell’orario di lavoro) con diverse figure professionali, dirigenti, amministrativi, assistenti sociale, assistenti domiciliari e ognuno dal suo punto di osservazione ha raccontato esperienze forti e coinvolgenti”.

Il direttore dell’area continua a raccontare altre esperienze avviate durante il periodo del mandato: “abbiamo realizzato concorsi fotografici per rappresentare un’altra Trieste, quella del disagio. C’era l’esigenza di comunicare con la città, al di fuori dei tradizionali canali di comunicazione. Abbiamo organizzato l’iniziativa “Vetrine d’autore”, portando nella città i prodotti del laboratorio di pittura dei disabili (chi non poteva farlo in atro modo ha dipinto con le ruote della carrozzina). Una ventina di opere su tela, alcune delle quali molto grandi, sono state esposte nelle vetrine appositamente allestite nei negozi del centro città. Una vera mostra itinerante per esprimere il desiderio di comunicare con la città e per rappresentare il disagio non come una sconfitta, ma come una risorsa. Erano ancora tempi in cui anche le persone disabili, pur incluse nel tessuto sociale, facevano fatica ad emergere. Per alcune proposte eravamo un po’ avanti, come l’idea di far sfilare una ragazza in carrozzina alla mostra della Confartigianato Oggi una ragazza disabile in carrozzina sfila a Londra sulle passerella di moda, ma 10 anni fa l’iniziativa suscitava forti perplessità, quindi abbiamo cambiato tema e proposto l’inserimento lavorativo di alcune ragazze disabili nelle migliori sartorie della città. Abbiamo documentato l’esperienza con uno splendido video denominato “Cucire diverse abilità””.

“Anche per gli anziani, al di là dei servizi a loro assicurati, – continua Grilli – volevamo uscire dai consueti schemi e così abbiamo pensato di organizzare un pranzo per centenari (nelle statistiche siamo ormai una della città più vecchia d’Italia, abbiamo 180 centenari ed oltre). È stato un vero successo (ci risulta che da allora l’iniziativa viene replicata in altre città), abbiamo avuto la partecipazione di una cinquantina di persone negli spazi appositamente allestiti del “Salone degli incanti”, l’ex vecchia pescheria ristrutturata anni fa e divenuta uno spazio per la realizzazione di iniziative di vario genere. L’obiettivo del libro non è tanto quello di elencare una serie di progetti per noi innovativi, ma di narrare il tentativo di modificare alcune tipiche connotazioni del sistema di welfare, innescando circuiti di cittadinanza attiva per permettere alla persona, normodotata o no, di arricchire e tutelare la propria autonomia e partecipare alla vita della comunità in cui è inserita”.

“Attraverso il libro – conclude Grilli – volevamo testimoniare che si può condividere un percorso per lo sviluppo e il benessere del proprio territorio, porre il cittadino al centro della PA, facendo leva su un rapporto di amicizia, quella nata tra due figure apicali: quella politica, l’assessore, e quella amministrativa, il direttore di area”.

Un bel messaggio da raccontare, anche alla luce dell’amicizia nata dopo questa esperienza politico-amministrativa.

[1] Maggioli Editore, pubblicato nella collana “Esplorazioni”

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