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Big Society in costruzione. Da Londra a Roma, istruzioni per l’uso

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La Big Society è sbarcata a Roma con  Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society. In un convegno sul tema, la Fondazione Roma ha ospitato la relazione del più giovane tra i Lord della Camera Alta che, con pochi paroloni e molta concretezza, ha spiegato le fasi e gli elementi del Programma del governo inglese per dare forma a questa nuova (eppure antica) visione del vivere comune, in cui la comunità è al centro della produzione, oltre che della fruizione, dei servizi.

25 Febbraio 2011

Articolo FPA

La Big Society è sbarcata a Roma con  Nat Wei, Consulente capo del Governo di Cameron sul programma Big Society. In un convegno sul tema, la Fondazione Roma ha ospitato la relazione del più giovane tra i Lord della Camera Alta che, con pochi paroloni e molta concretezza, ha spiegato le fasi e gli elementi del Programma del governo inglese per dare forma a questa nuova (eppure antica) visione del vivere comune, in cui la comunità è al centro della produzione, oltre che della fruizione, dei servizi.

Nonostante il label, la Big Society non è un’invenzione britannica. Dentro c’è una visione del vivere comune che ha avuto sostenitori ben più in là con gli anni di Cameron e la cui linfa già alimentava le società italiane del Basso medioevo. Ma è vero che Cameron ne sta facendo un vero e proprio programma politico in risposta alla crisi profondissima del moderno welfare che un altro inglese, Lord Beveridge, nel neanche troppo lontano1942 aveva di fatto istituito.

Nat Wei spiega che la Big Society è "una partnership che coinvolge il settore pubblico, il settore  privato e quello sociale centrata sui bisogni dei cittadini e delle comunità e non su quelli del governo". Il punto è “costruire una società in cui sia assicurata una migliore qualità della vita, a partire dalla convinzione che spesso le persone sono capaci di risolvere i problemi che hanno a cuore, se (e sottolinea se) gli si fornisce il giusto supporto”.

Una cosa è certa, la prospettiva della Big Society, per quanto ottimistica, riemerge da una contingenza socio-economica tutt’altro che rosea, attuale e comune per le società occidentali. Nello specifico della realtà inglese, si individuano tre criticità che, più di altre, spingono con forza e di necessità verso uno switch radicale nel paradigma dell’agire sociale. Wei sottolinea: la mancanza di fiducia nelle autorità, la persistenza di problemi sociali che in età moderna si sono trasformati in problemi comportamentali, le difficoltà senza precedenti che la finanza pubblica si trova a fronteggiare.

In questo contesto Cameron, con la sua Big Society, ha rispolverato la sussidiarietà e i principi che la animano. Ma in cosa si dovrebbe tradurre? In un gioco di assonanze, Wei assicura che la Big Society è una Better Society in cui:

  • vivono cittadini impegnati e in condizione di agire in maniera libera e responsabile
  • si conseguono migliori risultati in ambito sociale 
  • le istituzioni diventano più produttive e capaci di fornire risposte adeguate

Nel modello della Big Society lo zoom, come sempre si ripete, è sul cittadino e sulla comunità, ma in realtà  il suo tratto distintivo è nel fatto che "ogni attore ha la sua libertà e responsabilità nella costruzione di un sistema socio-economico interrelato, in cui – sottolinea il giovane consulente di Cameron – proprio negli spazi di intersezione tra i diversi attori  (pubblico, privato, sociale e civico) si può creare la maggiore innovazione”.

Tendere ad una cittadinanza impegnata e nella piena capacità di agire non vuol dire esonerare il governo dalle sue responsabilità. La Big Society non annulla, ma trasforma le responsabilità del Governo. Che vuol dire? Lo spiega chiaramente Wei, affermando che l’attività del Governo britannico nella costruzione della Big society si concentra su tre aree collegate ai tre elementi che, abbiamo visto, caratterizzano questo tipo di società:

  • Social action, ovvero facilitare una maggiore partecipazione attiva nelle comunità, con l’obiettivo di avere cittadini impegnati e messi in condizione di agire proattivamente
  • Community empowerment, ovvero facilitare  le connessioni tra gruppi e comunità, con l’obiettivo di raggiungere migliori outcomes per l’intera società in termini di livelli di welfare, scolarizzazione, salute, prevenzione del crimine, coesione e democrazia
  • Service refom, ovvero rendere le istituzioni capaci di rispondere in maniera tempestiva ed efficace con l’obiettivo di avere una pubblica amministrazione più produttiva e depositaria della fiducia dei cittadini

Precisando che si tratta di un  grande e continuo work in progress su più livelli, il cui risultato finale non può essere “fissato” con precisione esatta dal Governo, Wei sintetizza il processo di costruzione della Big Society in tre livelli di azione:

  • Facilitare l’empowerment di cittadini e comunità, attraverso il sostegno finanziario, con la creazione della Big Bank che utilizza fondi pubblici e fondi da conti dormienti e una nuova regolazione sugli investimenti sociali; attraverso il sostegno alla leadership, con l’attuazione del Community Organiser Programme che formerà 5000 cittadini – facilitatori di comunità locali; attraverso il sostegno alle reti, con l’istituzione del Community First Fund destinato alle comunità con bassi livelli di capitale sociale e alti livelli di povertà e del National Citizen Service, finalizzato ad avvicinare al volontariato gruppi che si trovano ad una svolta nel ciclo di vita (es. pensione, primo lavoro)
  • Sostenere gli imprenditori civici (civic entreprenuer), cioè quelli che rendono più facile per gli altri cittadini impegnarsi nella Big Society, attraverso l’ideazione e la realizzazione di piattaforme tecnologiche e non
  • Agevolare un cambiamento radicale di cultura  attraverso azioni dirette e attraverso i media. L’obiettivo è far crescere e diffondere una cultura di impegno e partecipazione ai diversi livelli.

Ad oggi Cameron e la sua squadra hanno così impostato la Big Society britannica ma  – confessa Wei – già guardano agli sviluppi su cui lavorare per renderla sostenibile. In particolare, Wei mette l’accento sul necessario rinnovamento delle risorse umane impegnate nella costruzione di uno Stato che sia facilitatore (“enabling”) piuttosto che controllore e burocratico; sull’attenzione all’evoluzione di progetti e strutture ibride che danno forma all’imprenditoria civica e last but not least sullo sviluppo di strumenti di finanza innovativa per “dare benzina” alla Big Society.
Per chiudere, e lasciarci al dibattito sulle prospettive di Grande società in salsa italiana, Wei cita Margaret Meade, quando afferma: “Never doubt that a small group of thoughtful, committed people can change the world. Indeed, it is the only thing that ever has.”

E così…torniamo a noi. L’Italia con il suo Stato sociale in galleggiamento tra risparmio privato e welfare familiare, può riscoprire la forza che circola da sempre nei suoi territori? E’ opinione condivisa che l’Italia abbia dalla sua la grande forza di un welfare di comunità molto diffuso pur mancando di prospettiva progettuale e forse politica.

Riconoscendo che il modello inglese di Big Society non è necessariante quello che meglio si cuce sul nostro tessuto socio –culturale e senza voler nascondere elementi critici dell’impostazione di Cameron (uno fra tutti l’utilizzo dei conti dormienti attraverso la Big Bank), la conclusione un po’ prosaica a cui sembriamo arrivare è che forse, aldilà delle peculiarità e delle declinazioni su cui si può discutere, non abbiamo molta scelta. Il nostro Stato sociale è senza mezzi termini al collasso. 

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