Mafia e appalti pubblici, soci per legge – Articolo vincitore del Premio INCHIESTA PA

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Si data 22 dicembre 2008 l’approvazione da parte del Senato della Repubblica alla legge 201, che dà la possibilità alle stazioni pubbliche appaltanti di affidare lavori con un importo compreso tra i 100.000 e i 500.000 euro senza ricorrere a gare, bandi e controlli formali. Ciò significa vittoria del sistema clientelare. Eolico di Mazara del Vallo e Policentro di Partinico (PA) sono solo due casi di infiltrazioni mafiose in affari pubblici.

19 Maggio 2009

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Gianluca Ricupati

Articolo FPA

Si data 22 dicembre 2008 l’approvazione da parte del Senato della Repubblica alla legge 201, che dà la possibilità alle stazioni pubbliche appaltanti di affidare lavori con un importo compreso tra i 100.000 e i 500.000 euro senza ricorrere a gare, bandi e controlli formali. Ciò significa vittoria del sistema clientelare. Eolico di Mazara del Vallo e Policentro di Partinico (PA) sono solo due casi di infiltrazioni mafiose in affari pubblici.

Che bastino in Italia poche righe di una legge per cancellare in un attimo quindici anni di storia legislativa e di lotta alle infiltrazioni mafiose in materia di appalti pubblici sembra assai strano a dirsi quanto facile a farsi. Da qualche mese, la 201/08 ha aperto la strada all’affidamento dei lavori pubblici con un importo fino a 500.000 euro mediante “formula fiduciaria”, senza ricorrere a bandi, gare o altri deterrenti al coinvolgimento di associazioni a delinquere. Non superare tale cifra nell’arco di un anno è l’unico limite, strappato al governo quasi con la forza dal PD e peraltro non particolarmente insormontabile, posto a una stessa società. Questo particolare contenuto in una legge, che parla di tutt’altro argomento, casualmente “sfuggito” ai media nazionali, è passato sotto silenzio al voto del Parlamento, che senza alcun indugio ha dato il proprio benestare a quella che di fatto costituisce la vittoria del sistema clientelare.

Gianluca Ricupati studia attualmente Lettere Moderne presso l’Università di Palermo, in vista di una formazione prettamente più giornalistica. Ha maturato la sua passione ed esperienza nel campo attraverso una collaborazione, che dura già da 4 anni, con l’emittente televisiva di Partinico (PA) Telejato. E’ anche un corrispondente dei giornali web "Lo Schiaffo" e "AgoraVox".

Si voleva fronteggiare la crisi nel settore delle opere pubbliche e semplificare le procedure d’appalto: lo si è fatto a dispetto di qualunque pur minima riflessione sulla connessione tra presenza del sistema mafioso e azione della pubblica amministrazione, senza che l’attuale commissione antimafia si sentisse in dovere di pronunciar parola in tal senso. Spazzate via legalità, trasparenza e legittima concorrenza degli appalti assegnati da comuni, province, regioni e dallo Stato stesso. Campo libero e guadagni assicurati per gli “amici degli amici”, attraverso la paradossale e irrazionale scelta di combattere la lentezza burocratica saltando tutti quei controlli che cercavano di arginare l’arricchimento del sistema mafioso con soldi che arrivano direttamente dalle tasche di ogni singolo cittadino. Ad inebriare sindaci, funzionari comunali o politici locali l’odore di una “generosa” mazzetta e lavori in un batter d’occhio affidati in nome dell’urgenza e della tempestività. E se si incappasse in fervidi “devoti della legalità”, si passerà ad intimidazioni, ricatti e soprusi. Scene in fondo viste e riviste.
Tanti saluti al bando pubblico, alle varie documentazioni che attestano la compatibilità della società partecipante, nonché ad una determinata percentuale di ribasso sull’originario importo di base d’asta. L’ha avuta vinta quella mafia, economia essa stessa, che distorce le regole del mercato e della concorrenza, che impedisce lo sviluppo nella legalità del sistema produttivo italiano, creando attraverso il consenso intorno alle organizzazioni a delinquere uno “stato parallelo”, verso cui la popolazione è spinta certamente anche per la lentezza e l’inefficienza della pubblica amministrazione.
E purtroppo le argomentazioni a sostegno di questa tesi non sono poche e neppure banali: lo dimostrano gli oltre 170 comuni sciolti per mafia, i documenti con centinaia di nomi di imprenditori e commercianti collusi con la mafia sequestrati durante l’arresto dei boss di Cosa Nostra siciliana, Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Ed ancora il sistema delle estorsioni a tappeto, il 90% delle quali non viene denunciato: se la mafia non riesce ad aggiudicarsi un appalto, scatta per chi vince il dovere di “mettersi a posto”, pagando una sorta di imposta per evitare “eventuali incidenti” e garantendo nel frattempo subappalti e forniture ad imprese ad essa direttamente vicine. Tutto ciò come se nessuno fosse a conoscenza delle quotidiane operazioni di contrasto alla criminalità organizzata o avesse sentito l’esigenza di dare quantomeno una sfogliata ad una qualunque relazione degli ultimi anni della Commissione Antimafia, oggi purtroppo caduta nell’oblio del Parlamento per l’esiguo lavoro prodotto. Avrebbero saputo di ripetuti e giornalieri condizionamenti negli appalti, nell’operato della pubblica amministrazione e dell’imposizione inevitabile, almeno nel Mezzogiorno, di tasse di stampo mafioso.
A febbraio, collusioni e irregolarità sono state svelate nella costruzione di parchi eolici nell’area del trapanese, sebbene si trattasse di un progetto avviato attraverso regolare bando e controlli in apparenza serrati. La mafia ha appoggiato in particolare la realizzazione di un impianto a Mazara del Vallo, investendo in tangenti per assicurarsi dentro al Comune l’appoggio di politici e funzionari. Arrestati 8 soggetti che facevano parte della cosiddetta “zona grigia”di Cosa Nostra, una sorta di lobby che vive apparentemente nella legalità ed invece apporta alla mafia un essenziale contributo.
A Partinico, a 30 km da Palermo, invece sembra ormai destinata ad avviarsi la costruzione, in progetto da parecchi anni, di un megacentro commerciale all’ombra della mafia. Ancor prima che venga posta la prima pietra, da alcune intercettazioni si è appreso che già l’acquisto dei terreni, sui quali la struttura dovrebbe sorgere, ha fruttato alla famiglia mafiosa locale dei Vitale-Fardazza ben 125 mila euro. Soltanto due degli innumerevoli casi che affliggono in primo luogo le realtà del meridione il cui sviluppo resta fortemente frenato dalla presenza criminale. Un sistema illegale e distorto che tuttavia ottiene sempre più una propria “rispettabilità sociale” di fronte alla totale assenza, se non all’azione in pratica regressiva, della politica e dello Stato italiano.