Riflessioni sparse su un terremoto che non doveva esserci

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In momenti così drammatici chiunque, dopo aver provato umana compassione e dolore, cerchi di riflettere sul quel che è successo e su cosa abbiamo da imparare rischia di vedersi appioppare l’accusa di voler strumentalizzare la tragedia. Io credo invece che noi esseri umani, o almeno quelli che non hanno perso una parte essenziale della loro potenzialità di crescita, siamo evoluti imparando proprio da quel che ci succede intorno: usandolo esattamente come strumento per progredire. Quindi accetto di “strumentalizzare” il terremoto e provo a esprimere a caldo qualche riflessione su cosa possiamo imparare.

30 Maggio 2012

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

In momenti così drammatici chiunque, dopo aver provato umana compassione e dolore, cerchi di riflettere sul quel che è successo e su cosa abbiamo da imparare rischia di vedersi appioppare l’accusa di voler strumentalizzare la tragedia. Io credo invece che noi esseri umani, o almeno quelli che non hanno perso una parte essenziale della loro potenzialità di crescita, siamo evoluti imparando proprio da quel che ci succede intorno: usandolo esattamente come strumento per progredire. Quindi accetto di “strumentalizzare” il terremoto e provo a esprimere a caldo qualche riflessione su cosa possiamo imparare.

  • La prima e banale cosa è che se esistono zone a maggior rischio, non esistono in Italia zone che non siano a rischio. Basta guardare una mappa del rischio sismico in Italia per verificare che ci trovavamo in una zona a rischio relativamente basso, ma appunto non nullo. Questo vuol dire che non ci sono luoghi in cui possiamo fare a meno della prevenzione o possiamo abbassare la guardia. Vale per i terremoti, ma anche per tanti altri aspetti della prevenzione.
  • La seconda riflessione è che se questo è vero allora probabilmente moltissimi uffici tecnici delle nostre amministrazioni locali sono drammaticamente sotto organico e carenti nelle loro competenze e professionalità. D’altra parte tutti i capannoni crollati, per la maggior parte abbastanza recenti e, in terra di buona amministrazione, tutti in regola con le licenze e l’agibilità, sono prove evidenti che c’è qualcosa che non va nelle caratteristiche minime antisismiche a cui tali edifici sono assoggettati o nei controlli, o forse in entrambe le cose.
  • Mi viene poi da pensare alla tragica integrazione nella morte: immigrati extracomunitari e abitanti storici della pianura padana sono morti assieme, lavorando assieme. La morte livella le differenze, ma forse questo tragico evidenziatore che è passato su tante fabbriche ci aiuta a capire quanto della nostra economia sia ormai integrata e quanto poco senso abbia dividere le persone per etnie, per provenienza, per religione. Come dice Amartya Sen nel suo splendido libro “Identità e violenza” ciascuno di noi è insieme tante cose: ridurlo a una caratteristica, sia pure di nascita o di cultura, è sempre foriero di violenza. Così io penso a queste vittime come uomini, come emiliani da lungo o da breve periodo, come lavoratori che, tutti con più o meno timore, sono tornati a lavorare, come fratelli. La loro provenienza geografica viene dopo nella nostra compassione: speriamo di non scordarcelo anche quando le macerie saranno state tirate via.
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  • Ho poi visto con grande interesse il ruolo particolare che ha avuto la rete informale delle comunicazioni telematiche: il wifi libero e aperto a tutti, la messa a disposizione delle piccole o grandi reti di ciascuno, delle potenti o limitate connessioni delle nostre case, ma anche dei nostri cellulari e smartphone, ha creato una rete efficiente usata per email, per twitter, per scambiarsi informazioni e notizie lì dove le reti ufficiali del telefono erano saltate. Anche qui possiamo imparare qualcosa: la sussidiarietà orizzontale non è una parola da convegni, ma diventa l’unico modo di gestire insieme le emergenze, di aumentare la resilienza delle nostre città, delle nostre comunità, dei nostri territori. Di questa sussidiarietà orizzontale la rete telematica, fatta della somma di tante reti, è parte integrante, ne costituisce spesso il tessuto connettivo. Pensiamoci quando leggiamo proposte dissennate di regolazione eccessiva o di appropriazione privatistica.
  • Infine una nota sul capitale sociale e la ricchezza dei beni relazionali: il terremoto è cieco e colpisce ovunque e qualsiasi sia la struttura delle società che abitano quel pezzo di crosta terrestre, ma le conseguenze non sono uguali per tutti. In questo pezzo di Paese abbiamo l’impressione che potremo sapere da dove ricominciare: dalla solidarietà, dalla ricchezza delle relazioni, dalla micro imprenditorialità diffusa e orgogliosamente indipendente, dalla buona amministrazione dei comuni colpiti. Certo non può essere preso ad alibi per colpevoli negligenze dello Stato centrale, certo in queste immani tragedie non può bastare, ma dove l’impalcatura della società regge piano piano si ricostruisce. È un augurio, ma anche una certezza. Non per nulla a cominciare dal Capo dello Stato c’è stato uno spontaneo accostamento al terremoto del Friuli: terre entrambe dalla potente tradizione contadina, ma anche terre di profonda cultura civica e di amministrazione sana. Sarebbe ingeneroso fare paragoni con altre aree del nostro lungo Paese e me ne astengo, ma forse anche qui qualcosa da imparare c’è: quando la morsa dell’emergenza si fa sentire la solidità della macchina pubblica locale, in stretta continuità con la società civile fatta di imprenditoria e terzo settore, fa la differenza. Ricordiamocene quando pensiamo, in un mal compreso liberismo d’accatto, di poterne fare a meno.

 

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