Open Data Maturity Report 2025: cosa ci racconta la quinta posizione dell’Italia
Pubblicata a dicembre scorso la nuova edizione del Report che da oltre dieci anni monitora le politiche sui dati aperti nei Paesi dell’Unione europea. Prosegue il percorso positivo del nostro Paese, che sale di tre posizioni rispetto al 2024, arrivando al quinto posto. L’Italia registra un miglioramento in tutte le quattro dimensioni valutate. Ma ci sono ancora margini di miglioramento. Abbiamo chiesto un commento a Morena Ragone e Vincenzo Patruno, esperti del tema, con i quali ogni anno ci confrontiamo sui risultati ottenuti
9 Gennaio 2026
Michela Stentella
Direttrice testata www.forumpa.it

Foto di Markus Winkler su Unsplash - https://unsplash.com/it/foto/un-blocco-di-legno-che-esegue-lortografia-dei-dati-in-una-tabella-kA7zREkzrBw
Quali effetti stanno portando le direttive europee e le politiche nazionali in materia di dati aperti? A che punto sono i diversi Paesi dell’Unione nella pubblicazione e riutilizzo dei dati? Come ogni anno prova a rispondere a queste domande l’Open Data Maturity Report, giunto all’undicesima edizione. Il Report si basa su un questionario di auto-valutazione somministrato agli Enti o alle Agenzie responsabili per gli Open Data in 36 Paesi (27 Stati Membri, 3 Stati EFTA e 6 candidati). Il Report 2025, reso pubblico il 19 dicembre scorso, conferma il buon lavoro fatto dall’Italia, che migliora la sua posizione arrivando al quinto posto, contro l’ottavo del 2024. Un risultato che, come avevamo sottolineato lo scorso anno, è stato ottenuto grazie al lavoro svolto nel tempo da AGID e da tante PA che hanno lavorato intensamente su questo ambito. Proprio sul portale di AGID sono stati resi noti i risultati evidenziando come relativamente al nostro Paese si rilevi “una crescita dell’indice di maturità dei dati aperti dell’1,8%, rispetto all’anno precedente, corrispondente ad un rating del 95,6% (molto al di sopra della media europea dell’86%), che consente al Paese di continuare ad essere incluso tra i cosiddetti “trendsetters”, ossia quei paesi che anticipano e guidano le tendenze sugli open data” e si sottolinea che la “la performance dell’Italia supera la media europea e registra un evidente miglioramento anche in tutte le quattro dimensioni valutate, con, tra l’altro, un +5,2% nella dimensione portale e +2,1% nella dimensione qualità”.
Nel Report vengono analizzate, infatti, quattro dimensioni:
- “Portal” si concentra sull’usabilità e sull’efficienza dei portali open data, analizzando aspetti come la facilità di navigazione, il design, la funzionalità e la disponibilità di dataset di alta qualità.
- “Policy” esamina le strategie e le normative nazionali che promuovono l’adozione e la gestione degli open data e include il livello di implementazione delle politiche e l’allineamento con le direttive europee.
- “Quality” valuta la qualità dei dati, con particolare attenzione a completezza, aggiornamento, interoperabilità e conformità agli standard. Questa dimensione misura anche quanto i dati siano facilmente accessibili e riutilizzabili.
- “Impact” analizza l’impatto economico, sociale e ambientale dell’utilizzo degli open data. Include indicatori come il livello di riuso, l’influenza sugli ecosistemi digitali e i benefici per cittadini, imprese e amministrazioni.
Sui risultati del Report 2025 abbiamo chiesto un commento a due esperti del tema con i quali da diversi anni ci confrontiamo rispetto alle evoluzioni del nostro Paese in materia di dati aperti e alle criticità ancora da superare: Morena Ragone e Vincenzo Patruno. Ecco cosa ci hanno detto.
La pubblicazione del report è sicuramente l’occasione per accendere un riflettore sullo stato dell’arte degli Open Data in Italia e in Europa. Al di là delle classifiche pubblicate che inevitabilmente tengono conto di soltanto alcuni aspetti misurabili definiti e descritti da un insieme di indicatori, credo che oggi, più che in passato, sia fondamentale riuscire a capire come i dati vengono utilizzati. Per questo motivo mi piace soffermarmi sulla dimensione “impatto” che troviamo nel report. Va detto che questa dimensione è stata progettata per incoraggiare i Paesi a implementare meccanismi di monitoraggio del riutilizzo dei dati aperti e a comprendere e soddisfare meglio le esigenze dei vari consumatori di dati. Non è quindi una misura diretta dell’impatto che i dati hanno sull’economia e la società, bensì una valutazione secondo una serie di indicatori delle azioni messe in campo dai vari Paesi che hanno l’obiettivo di misurare in qualche modo il riutilizzo dei dati nei vari settori come la Pubblica Amministrazione, la società, l’ambiente e l’economia.
Il report pertanto non fornisce direttamente dati sull’impatto socio/economico degli Open Data, ma è in qualche modo la misura di quanto i vari Paesi stanno facendo per arrivare a misurare l’impatto.
Sarebbe però auspicabile cercare di capire quanto i dati pubblici siano entrati all’interno del sistema produttivo nazionale ed europeo. Ci sono sempre state, infatti, aspettative di rilievo sull’impatto che il riutilizzo dei dati pubblici avrebbe dovuto generare per l’intero sistema economico e per le imprese. Di questo, però, non abbiamo dati in quanto, tra le altre cose, non esiste ancora una metodologia di riferimento, soprattutto a livello comunitario. Quello che sappiamo è che le potenzialità di riutilizzo dei dati sono strettamente legate a quella che è la loro qualità. Bisogna che si continui a lavorare in modo tale da ridurre la frammentazione dei dati, aumentare le coperture territoriali disponibili, lavorare sulla loro armonizzazione e standardizzazione.
Vincenzo Patruno, esperto open data
La mera posizione del nostro Paese nella classifica generale, che ci vede oggi al 5° posto in Europa con un punteggio del 95,6%, è indubbiamente lusinghiera, ma rischia di essere fuorviante. Già distinguendo per indicatore, notiamo come la qualità delle risorse sia l’ambito in cui permangono i maggiori margini di crescita, nonostante gli indubbi progressi che ci hanno portati all’87,8% in questa specifica dimensione. Per essere un vero “trendsetter” l‘Italia non può ignorare che la qualità di dati e metadati è il vero pilastro su cui poggia l’effettiva riutilizzabilità del patrimonio informativo pubblico.
Il mio personale auspicio è che, da un lato, gli investimenti del PNRR riescano a creare indirettamente un effetto volano anche sulla qualità dei dati, pur se nessuna misura è stata specificamente pensata per favorirne l’apertura; dall’altro, che la necessità di adottare sistemi di intelligenza artificiale faccia da traino per la massima apertura, accuratezza e aggiornamento delle fonti. Senza dati di alta qualità, l’IA è a rischio certo di bias e allucinazioni, compromettendo l’affidabilità dei servizi alla cittadinanza.
Dobbiamo passare dalla quantità alla vera qualità, una qualità fatta di integrazione di fonti e di processi, assicurando che i dati siano non solo aperti, ma pronti per essere processati in tal modo, potremo trasformare un primato statistico in un reale vantaggio competitivo, per un nuovo benessere sociale. Possiamo farne a meno? Direi proprio di no.
Morena Ragone, Supporto Giuridico specialistico per la transizione alla modalità digitale, Dipartimento per la Transizione Digitale – Regione Puglia