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Open data e cultura: guardare ai dati come infrastruttura

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Aprire i dati vuol dire creare nuove opportunità e avere tanta pazienza. Per non sbagliare, ogni volta che si avvia una operazione di apertura dei dati è opportuno tenere sempre presente che “l’Open Data è un mezzo e non un fine”

10 Settembre 2019

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Maurizio Napolitano

Coordinatore Digital Commons Lab Fondazione Bruno Kessler

Photo by Anna Dziubinska on Unsplash -https://unsplash.com/photos/mVhd5QVlDWw

Sono passati 10 anni da quando la parola Open Data è diventata molto popolare e ha dato vita a diverse iniziative. Se guardiamo però alle aspettative che la comunità aveva, oppure a studi come quello di McKinsey dove si parlava di un potenziale di 3 miliardi di dollari all’anno di valore per sette aree dell’economia globale, siamo ancora molto lontani da questo scenario.

Open data: cosa abbiamo imparato

I motivi sono tanti ed è facile puntare il dito contro qualcuno o qualcosa, pertanto, prima è importante domandarsi cosa, questi dieci anni, hanno portato di vantaggio. David Eaves lo fa in un articolo dal titolo “The first decade of Open Data has been a win — but not for the reasons you think”, tradotto in italiano proprio per FORUM PA e pubblicato su queste pagine. Nell’articolo si sintetizza come “[…] il vantaggio principale dei dati aperti è nel cambiamento culturale che ha generato nel settore pubblico […]”. D’altronde non va dimenticato che, per una pubblica amministrazione “[…] un decennio è spesso un periodo di tempo relativamente breve […]”. E, in questi dieci anni, trovandosi ad aprire i dati per varie ragioni ci si è trovati costretti “ad imparare come mappare le [..] risorse di dati e a gestirle in modo efficiente […]” con la conseguenza di cominciare a guardare ai dati in maniera diversa e imparandone il riuso internamente.

Open data o Junk Data?

Questo processo è accaduto in maniera molto lenta e ha bisogno di ancora molto tempo. Purtroppo, molte delle iniziative Open Data sono nate per risolvere richieste che guardavano più all’immagine che alla creazione di processi di sostenibilità. Riducendo spesso il tutto al “[…] riempire una casella con scritto ‘ho messo dei dati tabellari online’ […]”. Ci siamo trovati così ad innumerevoli casi dove la confusione regna sovrana e gli output più che Open Data diventano “Junk Data” (dati-immondizia) rilasciando quindi dati che hanno molto più potere sociale ed economico se inseriti in una tabella di un documento di una delibera che in una serie di numeri isolati e mal documentati.

Sembra open ma non lo è

La comunità italiana dei dati aperti da sempre vigila sul tema e riporta questi problemi in varie modalità: dallo scrivere un articolo di protesta a produrre dei meme (molto divertenti quelli di openantani su Twitter). Si segnalano così questioni tecniche come dati privi della documentazione necessaria o termini di riuso contraddittori, ma anche fonti dati che, normalmente, vengono percepite come dati aperti ma che, in realtà, non lo sono affatto. E qui i casi sono diversi e spesso così inaspettati che lasciano di stucco chiunque lo scopra.

Il caso dei CAP

Uno su tutti è quello dei codici di avviamento postale. Per quanto possa sembrare banale si tratta di un’informazione che viene richiesta più e più volte quando ci si trova a compilare un modulo sia per il pubblico che per il privato. Eppure, sembra semplice: se non conosco il mio codice, vado sul sito di Poste Italiane, inserisco il mio numero civico e lo ottengo. Se si prova però a scaricare tutti i dati la questione si fa complessa, e c’è chi – già nel 2006 – se ne era accorto. Inoltre, il dato in questione non solo ha la corrispondenza tra indirizzo di un comune italiano e codice postale, ma ha anche le coordinate geografiche che descrivono l’area di interesse.

Succede ormai da tempo di andare a fare acquisti in un grande centro commerciale e sentirsi chiedere il CAP di provenienza. Si tratta quindi di un dato che, nel tempo, è servito ad offrire molto di più di quello che è un servizio pubblico come la consegna della posta. Pertanto, Poste Italiane, ha imparato a trarne profitto. Se lo si guarda dal lato di una azienda privata questo può essere giustificato, ma se si guarda a chi è questa azienda, alla sua storia e al ruolo che ancora ricopre a livello di servizio pubblico, il punto di vista cambia. I CAP sono dati infrastrutturali su cui si genera valore, esattamente come lo sono le infrastrutture (analogiche) pubbliche come ponti o strade o acquedotti o cavi elettrici ecc… (lo studio di McKinsey fa riferimento a precise categorie di dati che possono rientrare in questo concetto).

Niente scuse, solo opportunità

È difficile, è molto difficile, aprire dati perché ci sono sempre tanti ostacoli da superare, molti sono pregiudizi e un servizio come l’Open Data Bingo (un sito che raccoglie le scuse più comuni che si sentono quando si vuole aprire dati) aiuta a superarli.

È importante, quindi, ragionare in ottica di opportunità e di sostenibilità.
Le opportunità devono partire prima di tutto da chi i dati va a generarli nel suo lavoro quotidiano, la sostenibilità invece sta nel garantire che quel dataset che hai reso pubblico continui ad essere aggiornato e alimentato perché fa parte di un processo che eroga un servizio. L’output principale è il servizio da svolgere, i dati che aiutano ad erogarlo e costruirlo sono una parte secondaria di questo output (es. la mappa dell’uso del suolo serve ad informare ed è già in grado di fare un servizio importante per la società, i dati con cui è stata costruita devono essere disponibili per permettere nuove elaborazioni).

Cura, cultura e pazienza: i dati sono un mezzo non un fine

Bisogna guardare agli Open Data come alle infrastrutture territoriali e prendersene cura. E anche qui c’è ancora tanta cultura da cambiare. I dati hanno il limite di essere difficili da capire ma con un potenziale enorme, in quanto sono alla base della gerarchia della conoscenza. Non dobbiamo averne paura, non dobbiamo rinchiuderci dietro a pregiudizi come “a scuola non ero bravo in matematica”, anche perché, alla fine, nelle nostre discussioni ci ripariamo dietro ai dati (quante volte ciascuno di noi ha detto o si è sentito dire la frase “ma i dati dicono che …”). Le varie iniziative di divulgazione sul riuso dei dati, anche se spesso semplificate, contribuiscono a superare queste paure e appagano in fretta la voglia di fare meglio. Aprire i dati vuol dire creare nuove opportunità e avere tanta pazienza. Per non sbagliare, ogni volta che si avvia una operazione di apertura dei dati è opportuno tenere sempre presente che “l’Open Data è un mezzo e non un fine”.

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