Assenteismo, di chi è il bluff di Brunetta o dell’Espresso?

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La settimana scorsa ha visto una querelle di grande rumore mediatico tra il ministro Brunetta e l’Espresso innescata da un articolo, posto con grande rilievo in copertina del settimanale, intitolato il “Bluff di Brunetta”: un’indagine che riduce, appunto, ad un bluff il cosiddetto “effetto Brunetta” sull’assenteismo.

16 Settembre 2009

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

La settimana scorsa ha visto una querelle di grande rumore mediatico tra il ministro Brunetta e l’Espresso innescata da un articolo, posto con grande rilievo in copertina del settimanale, intitolato il “Bluff di Brunetta”: un’indagine che riduce, appunto, ad un bluff il cosiddetto “effetto Brunetta” sull’assenteismo.

Ci siamo occupati più volte del tema e l’occasione è buona per tornarci sopra cercando di fare chiarezza e nello stesso tempo di ribadire alcune personali convinzioni. 

Cominciamo dai documenti che, come sempre, vi inviterei a leggere direttamente:

Bene, in sostanza l’articolo della rivista dice che i dati non sono attendibili; che l’effetto, se c’è, è comunque molto meno di quanto annunciato e che sta svanendo, e che, infine, la rilevazione è punitiva per alcune categorie di lavoratori.

Il Ministro risponde punto per punto difendendo dati e risultati. 

Credo innanzi tutto sia necessario fare chiarezza e mettere in ordine gli argomenti separando nettamente le considerazioni di carattere metodologico dai cosiddetti “giudizi di valore”. Partiamo dalle prime:

  • Credo che ammiratori e detrattori del Ministro debbano serenamente prendere atto della realtà: l’effetto Brunetta esaminando i dati esposti c’è, è importante ed è strettamente correlato all’azione del Ministro e ai suoi provvedimenti.
  • Non c’è altresì dubbio sul fatto che esso sia calante nel tempo. Peraltro non potrebbe che essere così: una volta che si sia compiuto il ciclo di un anno (quindi da giugno 2009) ci troviamo a confrontare dati mensili che non sono più rapportati ad una fase “preBrunetta”, ma ad un mese in cui già forte era stata l’influenza dei provvedimenti. Casomai c’è da chiedersi come mai le giornate di assenza per malattia continuino nonostante tutto a calare ancora con tassi a due cifre.
  • Rimane un punto dolente che neanche le spiegazioni del Ministro sanano del tutto: la qualità del campione esaminato che, seppure molto grande (coinvolgendo più della metà di tutte le amministrazioni italiane) non è comunque un campione statistico corretto. In quanto non casuale non è infatti possibile calcolarne esattamente la percentuale di errore. Per farmi capire farò un esempio: se in un’indagine rispondesse la metà della popolazione italiana su base volontaria sarebbe un dato assai meno certo che non un’indagine statistica su un campione casuale di qualche migliaio di soggetti. Su questo non c’è molto da dire: il dato è significativo in sé, vista la grandissima quantità e l’importanza delle amministrazioni che hanno risposto, ma ci dà solo indicazioni e non reale conoscenza sull’altra metà delle amministrazioni che non hanno risposto. Forse per confermare il dato (e io credo che sarebbe confermato, ma la mia convinzione non vale nulla dal punto di vista scientifico) sarebbe il caso di adire ad un campione casuale di amministrazioni, rappresentativo per categoria di ente e dislocazione geografica e imporre loro di dare i dati (magari verificandoli direttamente).

Altra cosa del tutto diversa sono le considerazioni dell’articolo sulla stessa necessità di fare medie e costruire indicatori (si ricorre alla abusata metafora dei “due polli”); sulla discriminazione negativa che questi dati indurrebbero verso le categorie più deboli (in primis le donne); infine su alcune grandi amministrazioni in controtendenza (ad es. il comune di Napoli).

Anche qui vale la pena di fare chiarezza:

  • Misurare è vitale, divulgare le misure lo è altrettanto. In questo senso l’azione di un ministro che chieda e pubblichi dati non può che essere meritoria. Chiaramente ogni media porta con sé semplificazioni e nasconde fenomeni puntuali, ma certo non è un buon motivo per non usare le medie o per non farle conoscere.
  • Correttamente la risposta di Brunetta sottolinea come l’indagine non è né potrebbe essere punitiva, ma solo conoscitiva. Dire poi che la riduzione delle assenze per malattia discrimina negativamente le donne è veramente offensivo verso una categoria che già tante difficoltà ha nell’emergere con pari opportunità. Non di chiudere un occhio su false malattie usate per coprire le esigenze di donne costrette a fare le equilibriste tra figli, genitori, impegni domestici e lavoro, ma di servizi migliori c’è bisogno e di un uso non discriminatorio del tempo.
  • Infine i casi in controtendenza: ci sono, come sempre nei fenomeni, ed è bene siano conosciuti e che se ne investighi i perché. Sono, infatti, in genere preziosi per capire meglio i percorsi da fare e gli errori da evitare. Dire però che rappresentino la realtà intera non può che essere fuorviante.

Allora in questa ideale disfida diamo la palma del vincitore al Ministro e attribuiamo il bluff al settimanale? Se dobbiamo giudicare dalla qualità dei dati e delle argomentazioni esposte è così che è andata, ma direi che conviene esser più cauti.

Il rischio del bluff c’è, infatti, anche per il Ministro, ma non è nei dati sulle assenze, quanto sullo stesso fine ultimo dell’operazione: rendere più efficiente l’amministrazione pubblica e più vicina ai bisogni dei cittadini.
Qui la partita è ancora del tutto aperta: alcune cose si sono mosse, ma per ora più nei provvedimenti legislativi in itinere che sul campo. Qui si gioca la partita ed è una partita che vede nella misurazione e nella valutazione gli strumenti chiave.

Insomma come ho avuto modo di dire già altre volte “ben altro” è il problema che non tenere gli impiegati pubblici in stanza: l’impegno vero e la vera rivoluzione è farli lavorare in modo produttivo restituendo ai cittadini e alle imprese il valore conferito con le tasse. 

Per saperne di più sulla legge delega 15/09 naviga su Saperi pa

Il decreto legislativo che nasce dalla legge delega 15/09 è in corso di approvazione ed è certo un risultato importante, ma alcuni punti sono ancora una scommessa: prima di tutto la scelta della dirigenza e l’effettiva possibilità di decidere e di dirigere che ad essa deve essere garantita. Qui il provvedimento in questione non basta: ci vuole una profonda riforma della contabilità pubblica e un reale riconoscimento dell’autonoma responsabilità del dirigente che, partendo da una contabilità economica, gli dia la possibilità di conoscere e di tenere sotto controllo i costi globali dei servizi offerti.

Su questo molta strada c’è ancora da fare: questa è la vera sfida che tutti, anche i settimanali di opinione importanti come l’Espresso, dovranno monitorare e giudicare con giusta severità.