DESI 2022: l’Italia migliora anche quest’anno, ma resta critico il nodo competenze

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Nel DESI 2022, appena pubblicato, l’Italia sale dal 20esimo al 18esimo posto fra i 27 Stati membri. Guadagniamo ancora posizioni, quindi, nell’indice generale sulla digitalizzazione dell’economia e della società ed è la stessa Commissione europea a sottolineare il buon ritmo dei progressi fatti dal nostro Paese negli ultimi cinque anni. Ma le indicazioni per i prossimi mesi e anni sono chiare: siamo ancora indietro rispetto alla media europea per utilizzo dei servizi pubblici digitali e, come sempre, il tasto più dolente riguarda le competenze. Siamo al 25esimo posto nell’indicatore relativo al capitale umano e solo il 46% delle persone possiede almeno competenze digitali di base (contro una media UE del 54%). Non è una sorpresa, ma una conferma del fatto che politiche e investimenti debbano insistere soprattutto su questa dimensione

29 Luglio 2022

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Michela Stentella

Direttore testata www.forumpa.it

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I progressi dell’Italia sul tema della trasformazione digitale saranno, da qui ai prossimi anni, fondamentali per consentire all’Europa di raggiungere gli obiettivi del decennio digitale per il 2030. Lo sottolinea la Commissione Europea nel DESI 2022, il Digital Economy and Society Index appena pubblicato, all’interno del report dedicato al nostro Paese.

Un ruolo centrale, dato che l’Italia è la terza economia dell’UE per dimensioni e dato che, nonostante gli innegabili progressi ottenuti negli ultimi anni all’interno dell’indice sulla digitalizzazione dell’economia e della società, sono ancora molte e importanti le lacune da colmare. Prima fra tutte, quella che riguarda le competenze digitali: non vorremmo ripeterci, ma come avevamo evidenziato anche per le precedenti edizioni (qui un’analisi del DESI 2021) è proprio questo il nodo più critico. Ma vediamo meglio cosa ci dice questa nuova edizione dell’indice stilato dalla Commissione Europea.

DESI 2022: l’Italia guadagna terreno

Quest’anno il nostro Paese avanza di due posizioni rispetto alla precedente edizione del DESI: tra i 27 Stati dell’Unione europea siamo al 18esimo posto nell’indice generale, contro il 20esimo dello scorso anno. Prosegue quindi un trend positivo: la Commissione Europea sottolinea che “se si considerano i progressi del suo punteggio DESI negli ultimi cinque anni, sta avanzando a ritmi molto sostenuti” e che “negli ultimi anni le questioni digitali hanno acquisito attenzione politica, in particolare grazie all’istituzione di un ministero per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, all’adozione di varie strategie chiave e al varo di molte misure strategiche”.

Lo scorso anno abbiamo guadagnato 5 posizioni nel DESI, anche se – come avevamo sottolineato su queste pagine – la comparazione non era così immediata, dato che era cambiata la metodologia per l’elaborazione dell’indice. Cosa fare quindi? Ecco alcune indicazioni che arrivano dalla Commissione Europea: dare continuità alle iniziative già intraprese e sfruttare al meglio la grande occasione offerta dal PNRR per accelerare la trasformazione digitale. Ma anche valorizzare le imprese e le comunità di ricerca presenti nel nostro Paese in settori chiave come l’intelligenza artificiale, il calcolo ad alte prestazioni e la quantistica. Si ricorda che il PNRR dell’Italia è il più cospicuo dell’intera Unione europea e ammonta a 191,5 miliardi di euro e che il 25,1 % di tale importo (ossia 48 miliardi di euro) è destinato alla transizione digitale.

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Uno sguardo alle diverse dimensioni

Dallo scorso anno, sono 4 le dimensioni analizzate nel DESI, corrispondenti ai quattro “punti cardinali” della bussola digitale per il 2030: Competenze (Capitale umano), Infrastrutture digitali (Connettività), Trasformazione digitale delle imprese (Integrazione delle tecnologie digitali), Digitalizzazione dei servizi pubblici (Servizi pubblici digitali). 

Ecco cosa emerge dal Report dedicato all’Italia:

  • Connettività: si sono registrati progressi in termini di diffusione dei servizi a banda larga e di realizzazione della rete. Rimangono alcune carenze per quanto riguarda la copertura delle reti ad altissima capacità (compresa la fibra fino alla sede dell’utente), che è ancora molto indietro rispetto alla media UE, nonché rispetto all’obiettivo del decennio digitale di una copertura universale entro il 2030.
  • Integrazione delle tecnologie digitali: la maggior parte delle piccole e medie imprese italiane (il 60 %) ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale; l’utilizzo di servizi cloud, in particolare, ha registrato una considerevole crescita. Se da un lato l’Italia si colloca quindi in una buona posizione da questo punto di vista, va evidenziato che la diffusione di altre tecnologie cruciali come i big data e l’intelligenza artificiale è ancora limitata.
  • Servizi pubblici digitali: l’Italia sta compiendo progressi nell’offerta, riducendo così le distanze rispetto alla media UE. L’obiettivo del decennio digitale è di avere (al 2030) disponibili online il 100 per cento dei servizi pubblici principali per le imprese e i cittadini dell’Unione, e di rendere pienamente operativi i fascicoli sanitari elettronici. Bisogna ancora lavorare sull’utilizzo dei servizi da parte dei cittadini: solo il 40 % degli utenti di internet italiani fa ricorso ai servizi pubblici digitali (rispetto a una media UE del 65%), ma va detto che questo indicatore ha registrato una crescita considerevole negli ultimi due anni (con un aumento di 10 punti percentuali tra il 2020 e il 2022).
  • Capitale umano: anche se nel report si sottolinea che “l’Italia sta colmando il divario rispetto all’Unione europea in fatto di competenze digitali di base”, dobbiamo evidenziare che ancora oggi oltre la metà dei cittadini italiani non dispone neppure di competenze digitali di base. La percentuale degli specialisti digitali nella forza lavoro italiana è inferiore alla media dell’UE e le prospettive per il futuro sono indebolite dai modesti tassi di iscrizione e laurea nel settore delle TIC. È assolutamente necessario un deciso cambio di passo in questa dimensione.

Nella classifica relativa alle competenze digitali di base siamo quartultimi, peggio di noi solo Polonia, Bulgaria e Romania. Va detto che anche la media europea del 54% non è un dato per cui festeggiare: in pratica appena la metà dei cittadini tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base. L’obiettivo del decennio digitale è arrivare almeno all’80% entro il 2030.

A quella data, inoltre, si dovrebbero raggiungere 20 milioni di specialisti Ict nel mercato del lavoro e ad oggi siamo appena a 9 milioni in tutta Europa: un problema per la richiesta di personale qualificato da parte delle imprese e per la ripresa e la competitività del continente. Anche il tema della riqualificazione e dello sviluppo delle competenze della forza lavoro resta quindi centrale, non solo in Italia. Anche nei Paesi che sono più all’avanguardia (come Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) questi temi rappresentano una sfida con cui fare i conti da subito, insieme all’utilizzo di tecnologie emergenti da parte delle imprese (come AI e Big data) per i quali è fissato un obiettivo del 75% al 2030.

Per il nostro Paese, come ricorda la Commissione nel Report, molto si giocherà sulla capacità di non perdere il treno del PNRR, il che sarà la più grande responsabilità del prossimo governo. E, come ha sottolineato Carlo Mochi Sismondi in un recente editoriale, non possiamo permetterci di rimettere tutto in discussione, anche quanto di buono è stato avviato nell’ultimo anno e mezzo.